Un discorso che affonda nelle radici ideologiche
Benjamin Netanyahu non è soltanto un premier che difende il proprio Paese in guerra. Il suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite va letto come l’ennesima tappa di un percorso storico che affonda le sue radici nel sionismo. Nato come movimento politico di emancipazione e di costruzione nazionale, il sionismo si è progressivamente trasformato, sotto la leadership di uomini come Netanyahu, in una forma di ideologia statale che non conosce limiti territoriali e che rivendica una missione “storica” e quasi religiosa.
Dal sionismo laico al nazionalismo religioso
Se i fondatori dello Stato di Israele erano perlopiù laici e socialisti, oggi la traiettoria politica è dominata da un connubio fra nazionalismo e religione. Netanyahu, pur non essendo un leader religioso in senso stretto, si muove all’interno di questo paradigma: la difesa della sicurezza nazionale viene sovrapposta al compimento di una promessa biblica, la permanenza di Israele “dall’Eufrate al Giordano”. Non è più solo una questione geopolitica, ma una missione di fede tradotta in termini di potenza statale.
L’imperialismo religioso ebraico come cornice strategica
Il discorso all’ONU è stato impregnato di questa visione. Quando Netanyahu parla di “finire il lavoro” non si riferisce soltanto a Hamas, ma a un progetto più ampio: la riaffermazione di Israele come potenza dominante in Medio Oriente, in grado di piegare i vicini arabi e di negare la stessa possibilità di uno Stato palestinese. In questo senso, la logica diventa imperialista e religiosa insieme: la Terra promessa non è soltanto un concetto biblico, ma una giustificazione geopolitica che si traduce in occupazione, colonizzazione e rifiuto sistematico di compromessi.
La collisione con l’Occidente progressista
Le delegazioni che hanno abbandonato l’aula non protestavano soltanto contro una guerra sanguinosa a Gaza, ma contro la pretesa di trasformare un conflitto politico in una missione storica dal carattere messianico. Qui si apre la frattura più profonda: da un lato, Israele come avamposto armato e spirituale, convinto della sua “elezione” a difensore dell’Occidente; dall’altro, le cancellerie europee che cercano di contenere le fiamme, pur restando complici attraverso armi, finanziamenti e silenzi.
Il paradosso della civiltà
Netanyahu ha parlato all’ONU di difesa della civiltà, contrapponendo Israele al terrorismo islamista. Ma l’uso politico della religione, la trasformazione del sionismo in imperialismo messianico e l’idea di un conflitto infinito mostrano che la vera posta in gioco è un’altra: non più solo la sopravvivenza dello Stato israeliano, ma la legittimità di un progetto che pretende di assoggettare milioni di persone in nome di un destino storico.
Una sfida che supera i confini di Gaza
La guerra a Gaza, alla luce del discorso di Netanyahu, diventa il teatro di una lotta più vasta: non soltanto tra Israele e Hamas, ma tra due visioni del mondo. Una fondata sull’idea che la forza e la fede giustifichino tutto, anche l’occupazione e la negazione dei diritti di un popolo; l’altra che, pur con tutte le sue contraddizioni, rivendica un ordine internazionale basato su regole e non su visioni escatologiche.
Il rischio è che, continuando su questa strada, il Medio Oriente venga trascinato non in un processo di pacificazione, ma in una spirale di guerra permanente in cui religione e geopolitica si fondono in un unico, pericoloso imperialismo.