La dichiarazione di Mojtaba Khamenei dopo i funerali del padre è arrivata come tutte le altre da quattro mesi a questa parte: un testo scritto, diffuso sul suo canale Telegram, senza volto e senza voce. La nuova Guida Suprema iraniana promette vendetta per l’uccisione di Ali Khamenei e annuncia una lista di nomi. Ma non si mostra. È questo lo scarto che nessun lancio d’agenzia racconta.
Il messaggio è il primo dopo la settimana di esequie conclusa a Mashhad. Alle cerimonie Mojtaba non ha partecipato. Nemmeno per la sepoltura del padre è comparso in pubblico.
Cosa ha detto Mojtaba Khamenei
Il contenuto è duro e privo di sfumature. La vendetta, scrive il figlio rivolgendosi al defunto, è «la richiesta della Nazione» e «deve certamente essere compiuta».
Promette di vendicare «il sangue puro» del padre e di tutti i «martiri di queste due guerre», per mano di quelli che definisce criminali e assassini disonorevoli. Il riferimento è agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele che il 28 febbraio hanno ucciso Ali Khamenei nel primo giorno di guerra.
Poi il passaggio più esplicito. Di questi criminali, afferma, esiste «un elenco completo, dall’alto verso il basso». Nomi che, secondo le sue parole, porteranno nella tomba il desiderio irrealizzato di una morte tranquilla nel proprio letto.
Una minaccia ai vertici, non alle piazze
L’annotazione politica sta in quella scala: dall’alto verso il basso. Non è la retorica generica contro l’Occidente. È un avvertimento ai responsabili di vertice della catena decisionale statunitense e israeliana.
Mojtaba aggiunge una frase che merita attenzione. La vendetta, dice, «non dipende dalla mia presenza o da quella di altri responsabili». Tradotto: accadrà comunque, con o senza di lui.
È una formula che i generalisti leggono come minaccia. Vista dentro la struttura del potere iraniano, dice qualcosa di diverso. Segnala una vendetta affidata a un apparato, non a una persona.
Il leader che parla ma non appare
Qui si apre il paradosso. La Repubblica Islamica affida la sua promessa più solenne alla figura che dovrebbe incarnarla. E quella figura resta un fantasma.
Mojtaba Khamenei, 56 anni, è stato ferito nei primi bombardamenti. Dalla nomina non è mai apparso: nessuna immagine, nessun video, nessun audio. Solo comunicati scritti, letti dalla televisione di Stato o diffusi in rete. Il primo risale al 12 marzo.
Un regime che punta tutto sul martirio del padre non può mostrare il figlio. Il funerale sarebbe stato il momento naturale del debutto. L’assenza, in quella cornice, non è un dettaglio logistico. È un messaggio.
Cosa dice della struttura del potere
La dichiarazione conferma una traiettoria già leggibile ad aprile. Come abbiamo ricostruito nella mappa del potere iraniano, Mojtaba è una Guida Suprema senza piena autorità: un sigillo che ratifica decisioni prese altrove, in un direttorio di comandanti dei Pasdaran.
Il messaggio di oggi non contraddice quella lettura. La rafforza. La vendetta viene proclamata da chi non comanda l’apparato che dovrà eseguirla, e infatti la sgancia da sé stesso.
Chi ha eliminato fisicamente Ali Khamenei pensava di decapitare il regime. Ha ottenuto l’opposto: un vertice distribuito, più difficile da colpire perché privo di un centro unico. Massimo volume retorico, minima esposizione del corpo del leader. Non è forza. È adattamento alla vulnerabilità.
Il fronte che riguarda la Nazione
Per l’Italia il nodo resta uno solo e concreto: lo Stretto di Hormuz. La riaccensione della retorica di vendetta arriva mentre Washington chiede a Teheran di dichiarare pubblicamente lo Stretto aperto alla navigazione, e mentre si discutono ipotesi di pedaggi sul transito.
Ogni segnale di escalation da Teheran pesa sul prezzo dell’energia. Una Nazione priva di sovranità energetica, che importa la quota decisiva del proprio fabbisogno, non ha strumenti per neutralizzare quel rischio: lo subisce. È il vincolo strutturale che nessuna diplomazia di breve periodo cancella, e che la sicurezza collettiva europea, oggi, non è attrezzata a coprire.
Chi è Mojtaba Khamenei
Secondogenito di Ali Khamenei, Hojatoleslam di rango medio, mai ayatollah e mai titolare di una carica pubblica prima della nomina. È stato scelto il 9 marzo dall’Assemblea degli Esperti, nove giorni dopo la morte del padre, con una modifica statutaria identica a quella applicata nel 1989 per rendere eleggibile Ali stesso.
La sua vendetta, come avevamo anticipato alla vigilia delle esequie, era attesa come prova di esistenza in vita. È arrivata. Ma resta ciò che è stato ogni suo atto finora: parole senza corpo. E in un sistema fondato sull’immagine del capo, l’assenza del capo è la vera notizia.
Fonti
- ANSA — «La vendetta per Ali Khamenei deve essere compiuta»
- Il Sole 24 Ore — Guida Suprema Mojtaba: la vendetta dev’essere compiuta
- Business Standard (Reuters) — Il messaggio diffuso sul canale Telegram
- DIRE — «I criminali non moriranno in pace nei loro letti»

