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Medio Oriente

Hormuz, la sovranità torna in Aula

Antonio Antipari

L'invio della FREMM Margottini, di due cacciamine e di una nave logistica nello Stretto resta sospeso a tre condizioni: tregua, mandato internazionale, voto delle Camere. Per la prima volta dal 1945, una missione militare italiana in un teatro deciso da Washington passa dalla Costituzione prima che dalla NATO. Il filo che lega Sigonella, il memorandum con Israele e oggi la fregata pronta a Spezia ha un nome che il governo non pronuncia ma che i fatti scrivono al posto suo.

Riassunto dell'articolo

Il 24 aprile 2026 fonti della Difesa hanno confermato che l'Italia ha approntato quattro unità navali per una possibile missione internazionale nello Stretto di Hormuz: due cacciamine della Quinta divisione di Spezia, la nave logistica Vulcano e la fregata FREMM Margottini. L'invio resta subordinato a tre condizioni stabilite dal ministro della Difesa Guido Crosetto: cessazione delle ostilità, mandato internazionale, autorizzazione preventiva del Parlamento italiano. L'articolo argomenta che queste tre condizioni — in particolare il voto parlamentare preventivo, che inverte la prassi degli ultimi trent'anni — costituiscono una dottrina di sovranità che si lega in continuità al diniego di Sigonella ai bombardieri americani del 31 marzo, alla sospensione del memorandum di difesa con Israele del 14 aprile, e al riconoscimento della violazione del diritto internazionale dell'attacco USA-Israele all'Iran. Il pillar legge la fregata Margottini come simbolo del riposizionamento strategico italiano: una proiezione militare condizionata dalla legalità costituzionale, non dalla pressione degli alleati. Il War Powers Act statunitense scade il primo maggio, costringendo Trump a tornare al Congresso. Il vertice tecnico-militare di Londra, previsto la prossima settimana, definirà composizione e regole d'ingaggio della forza. Subito dopo il governo Meloni dovrà depositare la richiesta di autorizzazione alle Camere: il primo voto parlamentare preventivo su un impiego extra-europeo delle Forze Armate italiane dopo Iraq e Afghanistan.

Il 24 aprile, mentre Steve Witkoff e Jared Kushner volavano verso Islamabad per il primo round di colloqui diretti con la delegazione iraniana guidata da Abbas Araghchi, fonti della Difesa confermavano all’ANSA quello che il capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, aveva già anticipato in Commissione Difesa: l’Italia ha pronte quattro unità per lo Stretto di Hormuz. Due cacciamine della Quinta divisione navale di Spezia — probabilmente Crotone e Rimini — la nave logistica Vulcano, e la FREMM Margottini, fregata europea multi-missione in configurazione antisommergibile, consegnata alla Marina nel 2014.
L’invio non è imminente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha posto tre condizioni precise, ribadite in più sedi: cessazione effettiva delle ostilità nell’area, mandato internazionale, autorizzazione del Parlamento italiano. La terza condizione — l’unica che dipende interamente dalla volontà politica nazionale — è quella che merita di essere letta con attenzione, perché segna un punto di rottura nella prassi atlantica italiana degli ultimi trent’anni.

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Una missione che riscrive le regole

Lo schema operativo a cui l’Italia si è abituata dopo il 1991 è noto. Washington decide, la NATO articola, Roma esegue. La consultazione parlamentare arriva in genere a operazione avviata, sotto forma di ratifica più che di autorizzazione preventiva. È il modello che ha governato la prima Guerra del Golfo, i Balcani, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia. Le Camere votano, ma votano dopo. La sovranità formale è preservata, quella operativa molto meno.
La missione di Hormuz inverte la sequenza. Il governo Meloni — attraverso la voce del ministro della Difesa, in più interviste tra il 18 e il 24 aprile — ha stabilito che senza il voto preventivo del Parlamento la fregata non parte. Non è una formula rituale. È una scelta politica. Crosetto, all’AGI, ha definito il passaggio parlamentare «dovuto, obbligatorio, fondamentale». E lo ha legato esplicitamente alla legalità costituzionale dell’operazione: «sulla base di un’autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali», ha scandito Giorgia Meloni all’Eliseo il 17 aprile, accanto a Macron, Merz e Starmer.
La differenza con il modello precedente è di sostanza, non di forma. Il Parlamento non è chiamato a ratificare una missione già decisa altrove. È chiamato a deciderla. E questo significa che qualunque governo italiano che voglia partecipare alla coalizione dei volenterosi su Hormuz dovrà costruire un consenso politico nazionale prima di onorare un impegno preso a Parigi o a Londra. La gerarchia delle fonti — Costituzione prima, alleanze dopo — viene riaffermata nei fatti.

Le tre condizioni come architettura, non come pretesto

Le tre condizioni poste da Crosetto sono spesso state lette come prudenza tattica. Sono qualcosa di più: una dottrina di impiego della forza armata che lega l’azione militare italiana a una griglia di legittimazione precisa. Tregua significa che l’Italia non entra in zona di guerra come parte combattente, ma in zona pacificata come parte stabilizzatrice. Mandato internazionale significa che l’operazione poggia su una cornice giuridica multilaterale — preferibilmente ONU, ma anche una coalizione strutturata di quaranta o cinquanta nazioni come quella discussa al vertice dei volenterosi di Parigi. Autorizzazione parlamentare significa che il consenso nazionale precede e abilita l’impegno internazionale.
È il rovesciamento esatto della logica con cui l’attacco congiunto USA-Israele all’Iran del 28 febbraio è stato eseguito. Quell’operazione — che il ministro Crosetto stesso ha definito alla Camera, il 5 marzo, in violazione del diritto internazionale — non aveva tregua, non aveva mandato, non aveva passaggio parlamentare. Aveva soltanto la decisione della Casa Bianca e l’esecuzione di Tel Aviv. Le Nazioni alleate sono state informate ad attacco già iniziato. Macron lo ha definito un’umiliazione. Tajani ha ammesso pubblicamente che la comunicazione era arrivata «a operazione iniziata». Crosetto era a Dubai.
Le tre condizioni che oggi il governo italiano pone sono la lezione tratta da quella umiliazione. Non un’astratta riserva di principio, ma uno strumento per garantire che l’Italia non si trovi più, mai più, nella condizione di apprendere dalla televisione che una guerra è cominciata mentre il proprio ministro della Difesa è all’estero per ragioni private.

Il filo che collega Sigonella, il memorandum, la fregata

I tre atti del 2026 — il diniego di Sigonella ai bombardieri americani il 31 marzo, la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele il 14 aprile, le tre condizioni per Hormuz — non sono episodi isolati. Sono una costante storica che si sedimenta. Il diniego di Sigonella ha riaffermato che le basi americane in territorio italiano richiedono autorizzazione preventiva per usi non ordinari. La sospensione del memorandum ha riaffermato che l’Italia non firma assegni in bianco a partner che violano il cessate il fuoco e attaccano i caschi blu UNIFIL. Le condizioni per Hormuz riaffermano che le Forze Armate italiane non sono in noleggio.
Dietro questi tre atti c’è un’idea precisa di Nazione: la sovranità non è un orpello retorico ma un presidio operativo. Si esercita o si perde. E si esercita applicando le regole — costituzionali, internazionali, parlamentari — che la Nazione si è data, indipendentemente dalla pressione degli alleati. È il modello che ha permesso a Bettino Craxi, nella notte di Sigonella del 1985, di tenere la posizione contro Reagan. Non lo scontro per lo scontro, ma l’applicazione rigorosa del diritto contro la pretesa unilaterale del più forte.
Il governo Meloni nel 2026 non sta facendo nulla di rivoluzionario. Sta facendo qualcosa di più importante: sta riscoprendo che la sovranità nazionale è il primo strumento di deterrenza, non l’ultimo ostacolo da rimuovere. E lo sta facendo da una destra che ha fatto della Nazione il proprio asse identitario.

Il nodo del mandato e i costi reali

Il quadro non è privo di tensioni. Crosetto ha dichiarato — al Corriere il 20 aprile e in successive interviste — di non volersi formalizzare sull’egida ONU: «mi auguro che ci sia, ma non mi formalizzerò se invece ci saranno 42 nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace». La posizione è realistica. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza richiederebbe il voto favorevole o l’astensione di Russia e Cina, entrambe interessate a non avallare un’operazione che si configura, dal loro punto di vista, come la legittimazione internazionale del blocco navale americano.
Le opposizioni — M5S e AVS — hanno chiesto il mandato ONU come condizione vincolante. Il PD, attraverso il responsabile esteri Beppe Provenzano, ha posto il tema delle regole d’ingaggio e della «forte base giuridica fondata sul diritto internazionale». Sono posizioni legittime, ma vanno pesate contro la realtà dei fatti: cinque settimane di Hormuz parzialmente chiuso hanno già provocato il superamento dei cento dollari al barile per il petrolio, un più nove per cento sul gas europeo, la rivisitazione al ribasso delle stime di crescita italiane fino allo scenario recessivo, e — secondo le proiezioni del Centro Studi Confindustria del 25 marzo — la possibilità di una contrazione del PIL fino allo 0,7 per cento se la guerra dura tutto il 2026. L’Italia importa il quarantacinque per cento del proprio GNL dal Qatar, attraverso lo Stretto. Senza Hormuz, il sistema-Nazione si ferma.
Resta poi il nodo finanziario, sul quale il Ministero della Difesa è ancora al lavoro. Fonti di governo escludono, per ora, il ricorso a uno scostamento di bilancio: la spesa dovrebbe rientrare nelle risorse già disponibili. Una scelta che riflette la cautela imposta dai vincoli del Patto di Stabilità — che, va ricordato, consente deroghe solo in caso di «grave recessione», come Giorgetti ha più volte sottolineato.

La fregata Margottini come simbolo

Tra tutti gli assetti approntati, la FREMM Margottini è quello politicamente più denso. È una fregata europea — il programma franco-italiano FREMM — costruita a La Spezia, in servizio dal 2014, configurata per la guerra antisommergibile ma con capacità di scorta convogli, difesa aerea di area e proiezione di forza. Non è un cacciamine, non è una nave logistica: è una piattaforma da combattimento che incarna ciò che la Marina italiana sa fare al meglio del suo livello tecnologico.
Inviare la Margottini significa proiettare nello Stretto non solo capacità tecniche — il dragaggio mine — ma deterrenza armata. Significa che l’Italia partecipa alla missione non come fornitore di servizi specializzati ma come Nazione che mette in gioco la propria credibilità militare. È, dal punto di vista simbolico, il rovescio della figura di Crosetto bloccato a Dubai durante l’attacco del 28 febbraio. Allora un ministro senza scorta in un albergo. Oggi una fregata in assetto da combattimento sotto bandiera italiana, in uno scacchiere strategico, autorizzata dal Parlamento.
La distanza tra le due immagini è il margine di sovranità che l’Italia sta provando a riconquistare. Non con dichiarazioni: con navi, con voti, con condizioni.

Il vertice di Londra e la prossima settimana

La prossima settimana, in data ancora non comunicata, è atteso il vertice tecnico-militare di Londra dei volenterosi su Hormuz. Sarà la sede in cui i Paesi partecipanti — Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Olanda, oltre ai partner regionali del Golfo — definiranno la composizione della forza, le regole d’ingaggio, la catena di comando, la durata. Il modello evocato sia da Meloni sia da Crosetto è quello delle missioni europee Aspides nel Mar Rosso e Atalanta al largo della Somalia: missioni difensive, multilaterali, con regole d’ingaggio chiare e cornice europea.
Subito dopo, il governo dovrà depositare alle Camere la richiesta di autorizzazione. Sarà il primo voto parlamentare su un impiego di forze armate italiane in uno scacchiere extra-europeo dopo la conclusione delle missioni in Iraq e Afghanistan. Sarà anche il primo voto in cui la maggioranza di centrodestra, riunita attorno a un governo guidato da Fratelli d’Italia, dovrà legittimare con il proprio consenso esplicito una proiezione militare in un contesto creato da una guerra americana.
Il War Powers Act statunitense scade il primo maggio: oltre quella data, Trump dovrà chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire le operazioni. È un parallelismo non casuale. Due democrazie occidentali, nelle stesse settimane, costrette a tornare ai propri Parlamenti per legittimare l’uso della forza. La differenza è che a Washington la procedura è una formalità prevedibile, mentre a Roma è la prima volta in trent’anni che il voto preventivo precede e condiziona la partecipazione operativa.

L’Italia che torna soggetto

In un articolo pubblicato il 12 marzo abbiamo scritto che l’Italia, di fronte all’attacco USA-Israele all’Iran, non era riuscita a essere soggetto della propria politica estera. Era stata oggetto: informata a cose fatte, esclusa dalle decisioni, esposta alle conseguenze senza partecipare alle deliberazioni. Sei settimane dopo, quella diagnosi richiede un aggiornamento.
Sigonella, il memorandum, le tre condizioni per Hormuz — la sequenza è quella di una Nazione che riconquista, passo dopo passo, lo spazio decisionale che le compete. Non con rotture frontali, ma con la fermezza calma di chi applica le proprie regole. È un modello diverso da quello spagnolo di Sánchez — più drastico, più frontale, più rumoroso. È un modello italiano: tessuto sottile di diritto, costituzione, prassi, alleanza. Ma è un modello che funziona.
La fregata Margottini, ferma in porto a Spezia, è oggi il segno più concreto di questa traiettoria. Salperà soltanto quando le tre condizioni saranno verificate. Non un giorno prima. Non un giorno dopo. È, nella forma più asciutta possibile, il modo in cui un Paese del G7 dice che la propria sovranità non è negoziabile.

Fonti

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Antonio Antipari
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