Il 13 maggio 2026 Giorgia Meloni è tornata in Aula al Senato per il premier time. Era l’ultima volta che la presidente del Consiglio si era presentata a Palazzo Madama per le interrogazioni a risposta immediata dei gruppi parlamentari risaliva al maggio 2025. Novanta minuti di confronto, una giornata costruita interamente sui temi economici e sociali, ma con un annuncio che ha riorganizzato la gerarchia delle notizie della giornata: la legge delega nucleare Meloni sarà approvata entro l’estate, insieme ai decreti attuativi e al completamento del quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia.
L’annuncio è arrivato in risposta alla prima interrogazione della seduta, quella di Carlo Calenda sulla proposta di istituire una cabina di regia per le priorità strategiche della Nazione. Meloni ha colto l’occasione: «Approfitto per dire che entro l’estate sarà adottata la legge delega, saranno adottati i decreti attuativi e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia».
Cosa prevede la legge delega nucleare e perché entro l’estate
La legge delega è lo strumento con cui il Parlamento autorizza il governo a legiferare per decreto su materie specifiche, fissando i principi e i criteri direttivi entro cui l’esecutivo dovrà muoversi. Nel caso del nucleare in Italia entro estate, il pacchetto annunciato dalla premier prevede tre passaggi connessi: l’approvazione parlamentare della delega, l’adozione dei decreti attuativi da parte del governo, il completamento del quadro giuridico necessario a riattivare un settore congelato da quasi quarant’anni.
Il riferimento operativo è alla tecnologia dei reattori modulari di piccole dimensioni — gli Small Modular Reactor — e ai sistemi di IV generazione, le uniche strade tecnicamente percorribili per un Paese che ha smantellato il proprio parco nucleare a partire dal 1987 e che oggi non dispone di una filiera industriale completa. Su questo terreno l’Italia parte non da zero ma da molto indietro: il know-how è rimasto in piedi grazie a Ansaldo Nucleare e alle competenze accademiche, ma la capacità di sito, autorizzativa e di supply chain è da ricostruire interamente.
La scadenza dell’estate non è un dettaglio cosmetico. È una data politica calcolata sull’ultimo tratto di legislatura: significa portare a casa la cornice normativa prima della pausa parlamentare, in modo che i decreti attuativi possano essere lavorati nell’autunno e l’intero impianto giuridico possa essere consolidato prima dell’avvio della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. Chiunque vinca, troverà un quadro già costruito.
Perché l’annuncio arriva ora: l’agganciamento alla crisi di Hormuz
Per leggere correttamente la mossa, va ricordato cosa è accaduto poche ore prima del premier time. La stessa giornata di mercoledì 13 maggio, infatti, ha visto un’informativa parallela dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto sulle decisioni operative legate alla crisi dello Stretto di Hormuz: la partenza di due cacciamine italiani verso Gibuti, con l’avvertenza che l’arrivo a Hormuz è subordinato a missione internazionale approvata, tregua stabile e voto preventivo delle Camere.
L’annuncio nucleare di Meloni si innesta esattamente in quel contesto. La crisi iraniana, l’instabilità del Golfo e la dipendenza italiana dal gas naturale liquefatto e dal greggio mediorientale hanno reso evidente, anche all’opinione pubblica meno attenta, che la sicurezza energetica della Nazione si gioca su variabili che il governo italiano non controlla. Il nucleare — sia nella forma SMR sia nei progetti di Gen IV — è una delle pochissime opzioni che restituiscono margine di manovra: produzione su territorio nazionale, baseload stabile, indipendenza dalla geopolitica del Mediterraneo orientale.
Meloni ha legato esplicitamente i due piani durante la replica: «Le tensioni geopolitiche incideranno sulla crescita, sull’energia, sulla competitività delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie». La narrazione che il governo costruisce è coerente: il prezzo dell’energia è una variabile geopolitica, non solo industriale; la diversificazione delle fonti — e delle tecnologie — è una questione di sovranità, non di ideologia ambientale. Il decreto Bollette aveva già introdotto un meccanismo per disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas. La legge delega sul nucleare completa l’impalcatura.
I numeri della giornata: salari, Pnrr, Piano Casa, Mezzogiorno
L’agenda del premier time non si è esaurita sull’energia. Meloni ha presentato un bilancio compatto dei tre anni e mezzo di governo, articolato su dati oggettivi: 117 miliardi di spesa Pnrr certificata al 31 marzo 2026, pari al 76% del totale, più 24 miliardi di strumenti finanziari; 153 miliardi complessivamente incassati e nona rata in liquidazione nelle prossime settimane; 55 miliardi di investimenti autorizzati nel Mezzogiorno grazie alla Zes unica, su oltre 1.300 progetti; 1,2 milioni di occupati stabili aggiuntivi dall’inizio del mandato; 20 miliardi stanziati per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego fino al 2027.
Sul fronte abitativo, la presidente del Consiglio ha rivendicato il Piano Casa da 10 miliardi per 100mila alloggi in dieci anni, accompagnato dal disegno di legge sugli sgomberi delle occupazioni abusive. È la risposta sociale di un governo che si presenta agli elettori dell’ultimo tratto di legislatura come l’unico esecutivo che ha provato a ricostruire un’offerta abitativa pubblica e che ha trattato la sicurezza domiciliare come questione di civiltà, non come slogan.
Sui salari, Meloni ha smontato l’attacco delle opposizioni con un argomento aritmetico: chi denuncia la perdita di sette punti dal 2021 governava nel biennio in cui quella perdita si è materializzata, mentre dall’insediamento dell’attuale esecutivo i salari hanno ripreso gradualmente a crescere più dell’inflazione. La premier ha respinto il salario minimo legale come «soglia al ribasso», difendendo invece la strada del salario contrattuale rafforzato — quello del «salario giusto» introdotto dal decreto Primo Maggio — come strumento per accedere ai bonus assunzionali solo per le aziende che applicano la contrattazione collettiva nazionale rappresentativa.
Il Superbonus come ipoteca sul futuro
Il passaggio più ruvido della giornata è arrivato sul nodo del debito. Meloni ha respinto l’idea che il rapporto debito/Pil sia il prodotto delle scelte del suo governo: «Il debito cresce solo grazie al Superbonus, 174 miliardi di euro che finiremo di pagare nel 2027, quando sarà finito il nostro mandato». L’attacco è frontale: la misura voluta dal Movimento 5 Stelle e prorogata dai governi successivi è descritta come una bomba a orologeria fiscale che ha ipotecato cinque anni di politiche economiche di chi è arrivato dopo.
Il punto, dal punto di vista della comunicazione politica, è doppio. Da un lato, è una replica difensiva alle critiche dell’opposizione sulla pressione fiscale apparentemente in aumento — un aumento che, ha spiegato la premier, è il riflesso aritmetico di una maggiore base imponibile (più lavoratori, più contrasto all’evasione) sul Pil. Dall’altro, è un attacco preventivo che mira a inchiodare i 5 Stelle e il Partito Democratico alla loro corresponsabilità nella stagione dei bonus a pioggia: «Noi non faremo lo stesso, non per una politica di austerità ma di serietà, senza scaricare le proprie scelte su chi verrà dopo di noi».
L’apertura alle opposizioni e i suoi limiti
La formula del «porte aperte» a chi mette l’interesse nazionale davanti all’interesse di partito è stata il filo conduttore retorico della seduta. Meloni l’ha ripetuta tre volte, condizionandola però a un fatto storico: «Quando finora abbiamo provato a fare delle proposte di questo tipo le risposte dalla stragrande maggioranza dei partiti dell’opposizione non è stata di disponibilità. All’inizio del conflitto in Iran dissero che volevamo organizzare una sorta di passerella».
Il riferimento è alle comunicazioni parlamentari dell’11 marzo sulla crisi iraniana, quando l’apertura del governo a un confronto trasversale sulle scelte strategiche era stata derubricata dalle opposizioni a operazione di facciata. Il messaggio di oggi è chiaro: il dialogo c’è, ma a condizione che l’interlocutore accetti di discutere sui contenuti e non sull’agenda. Calenda ha raccolto parzialmente l’invito sul terreno della cabina di regia economica; il PD di Boccia e Italia Viva di Renzi hanno scelto invece il registro del corpo a corpo personale, con risultati comunicativi modesti.
La cornice strategica: l’Italia tra Hormuz e gli SMR
L’annuncio nucleare va inserito in un disegno più ampio che il governo sta costruendo da mesi. La diversificazione delle fonti, il rafforzamento dei meccanismi di disaccoppiamento gas-elettricità, la promozione degli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale italiana (260 miliardi raccolti, di cui solo 40 investiti in Italia), l’estensione della Zes unica alle semplificazioni su tutto il territorio: sono tessere di un mosaico che ha un nome politico preciso, sovranità economica della Nazione.
Su questo terreno, l’Italia non è sola in Europa. La scelta del nucleare modulare segue una rotta già tracciata da Budapest, che ha firmato 21 miliardi di accordi con gli Stati Uniti per reattori SMR di Westinghouse, GE Vernova e Holtec, costruendo simultaneamente la centrale Paks-II con tecnologia russa. La Francia di Macron ha rilanciato il suo programma EPR. Il Regno Unito ha avviato il piano Rolls-Royce SMR. La Germania, paradossalmente, ha completato l’uscita dal nucleare proprio negli anni in cui il resto del continente ci tornava sopra.
L’Italia ha perso quarant’anni. I referendum del 1987 e del 2011 furono reazioni emotive a due incidenti, Chernobyl e Fukushima, che riguardavano tecnologie completamente diverse da quelle oggi disponibili. Riaprire il dossier oggi, con la cornice degli SMR di terza generazione avanzata e dei reattori di IV generazione a sicurezza intrinseca, non è una sfida alla volontà popolare di allora: è la presa d’atto che il mondo è cambiato, che la fisica dei reattori è cambiata, e che la geografia del rischio energetico — per una Nazione mediterranea con il 40% del Pil che dipende dalle importazioni di idrocarburi — è diventata insostenibile.
Cosa significa per la legislatura
Il premier time del 13 maggio chiude simbolicamente la fase di consolidamento dell’esecutivo Meloni e apre quella elettorale. L’agenda economica, il Piano Casa, il salario contrattuale rafforzato, la diversificazione energetica con il nucleare come bandiera: questi sono gli assi su cui il governo si presenterà al voto del 2027. La narrazione strategica è già scritta — serietà sui conti, sovranità sulle scelte, continuità sulle priorità — e l’annuncio della legge delega serve a piantare una bandiera tecnica su uno dei dossier più simbolici della cultura politica italiana.
Per l’opposizione, il problema è duplice. Da un lato deve costruire una controproposta sull’energia che non sia il puro ritorno alle rinnovabili pure, formula che non risolve il problema del baseload e che lo stesso quadro geopolitico ha reso politicamente fragile. Dall’altro deve uscire dalla trappola retorica del «porte aperte»: o accetta il confronto sui contenuti, e perde l’effetto-tribuna della contrapposizione totale, oppure rifiuta, e si presenta come fazione che antepone l’interesse di partito a quello della Nazione. La premier ha costruito una stretta argomentativa di cui dovrà rispondere ogni capogruppo da qui al 2027.
L’estate, dunque, sarà la prima vera prova del nove. Se la legge delega sul nucleare arriverà entro la pausa parlamentare con i contenuti tecnici e i criteri direttivi annunciati oggi, l’annuncio del 13 maggio sarà ricordato come il momento in cui un governo italiano ha riaperto il dossier energetico più strutturale degli ultimi quarant’anni. In caso contrario, sarà l’ennesima promessa di legislatura non mantenuta. La differenza, in politica, è sempre la stessa: la qualità degli atti, non la forza degli annunci.
Fonti
- ANSA — Premier Time al Senato con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni
- ANSA — Meloni: ‘Dialogo con chi vuole il bene dell’Italia’. Ma è scontro in Aula
- Il Sole 24 Ore — Nucleare, Meloni: entro l’estate via libera alla legge delega
- Sky TG24 — Meloni al Senato, il question time della premier in diretta
- Secolo d’Italia — Nucleare, l’annuncio di Meloni: “Entro l’estate la legge delega”
- Euronews — L’Italia è pronta a riprendere la produzione nucleare, dice Meloni in Senato
- Teleborsa — Meloni al Senato: legge delega per il nucleare entro l’estate
- Il Messaggero — Meloni: Tensioni geopolitiche incideranno sulla crescita
- Adnkronos — Meloni in Senato, botta e risposta con Renzi: da governo a nucleare
- Nicola Porro — Meloni al Senato, annuncia la svolta: Entro l’estate via libera al nucleare

