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Medio Oriente

Teheran minaccia Meloni, la Nazione fa quadrato

Redazione - Il Politico

Il fotomontaggio di Hamshahri colpisce la premier come «complice» di Epic Fury. Ma è la guerra che l'Italia non ha voluto combattere.

Riassunto dell'articolo

l'11 luglio 2026 la nuova Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah Ali Khamenei ucciso a fine febbraio durante l'operazione Epic Fury, promette vendetta nel suo primo messaggio pubblico. Il quotidiano Hamshahri, del comune di Teheran, pubblica un fotomontaggio con i «nemici» in tuta arancione: Trump, Netanyahu, ministri USA e israeliani, e i capi di governo europei Meloni, Macron, Merz e Starmer, con la didascalia «La vendetta è certa». L'articolo legge la lista come strumento di consolidamento interno della guida di Mojtaba e individua un paradosso: l'Italia è colpita da Teheran come corresponsabile della guerra, la stessa guerra che Roma ha rifiutato di combattere (nessun uso di Sigonella, nessun dragamine a Hormuz, autorizzazione parlamentare come precondizione), e per la quale era già stata attaccata da Washington. La formula «né complice né isolata» dell'11 marzo mostra qui il proprio costo strutturale e insieme la propria coerenza: l'accusa iraniana è infondata proprio perché l'Italia non ha partecipato. La minaccia colpisce le Nazioni, non l'Unione europea. La politica italiana reagisce compatta con messaggi di solidarietà bipartisan.

Giorgia Meloni è finita nella lista nera dell’Iran. Nel suo primo messaggio pubblico dopo i funerali del padre, la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei ha promesso vendetta per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso a fine febbraio durante l’operazione Epic Fury.

CREAZIONE SITI WEB
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Poche ore dopo, il quotidiano Hamshahri — di proprietà del comune di Teheran — ha pubblicato un fotomontaggio che ritrae la premier italiana in tuta arancione da detenuta. Accanto, una didascalia netta: «La vendetta è certa».

Nella stessa immagine compaiono Donald Trump e Benjamin Netanyahu, diversi ministri statunitensi e israeliani, e altri capi di governo europei: il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, il britannico Keir Starmer. È la prima indicazione ufficiale dei bersagli, dopo i giorni di lutto nazionale.

Una lista che parla soprattutto all’Iran

La funzione di quell’elenco è prima di tutto interna. Indicare i colpevoli serve a compattare il fronte iraniano e a consolidare una guida — quella di Mojtaba — che non compare in pubblico dal suo insediamento di marzo.

Lo lascia intendere la stessa stampa di regime, che presenta la lista come «completa» e definitiva. La minaccia è simbolica prima che operativa. Ma in politica estera il simbolo è già un fatto: le intelligence occidentali stanno rivedendo i protocolli di sicurezza dei dirigenti finiti nel mirino.

La doppia morsa: colpiti per non aver combattuto

C’è un paradosso che le cronache di giornata non colgono. L’Italia entra nella lista dei nemici di Teheran come corresponsabile di Epic Fury. Eppure Epic Fury è la guerra che Roma ha rifiutato di combattere.

Niente base di Sigonella ai bombardieri americani. Niente dragamine a Hormuz. Autorizzazione parlamentare come precondizione a ogni contributo. Per questo rifiuto Washington ha attaccato Meloni per mesi: «scioccato» sul Corriere ad aprile, «pessimi alleati» a giugno, il gelo di Ankara a luglio.

Ora Teheran la colpisce per la ragione opposta: come se avesse partecipato.

È la doppia morsa. Puniti da un alleato per non aver combattuto abbastanza; minacciati da un avversario come se si fosse combattuto fino in fondo.

La formula «né complice né isolata» alla prova

È la linea che Meloni ha riassunto l’11 marzo davanti al Parlamento. Oggi quella linea mostra il suo costo, ma anche la sua verità: l’accusa iraniana è falsa proprio perché l’Italia si è tenuta fuori dal conflitto.

Lo riconosce, senza volerlo, la stessa reazione politica. Maurizio Lupi ha ricordato che i dirigenti europei finiti nel mirino — Meloni compresa — non hanno preso parte ad alcun atto di guerra contro Teheran.

Il prezzo, allora, non nasce da una scelta dell’esecutivo. Nasce dalla geografia dell’alleanza: le basi sul territorio nazionale, il corridoio tirrenico da cui dipende la Sesta Flotta, la dipendenza energetica da Hormuz. L’Italia è un bersaglio per associazione, non per azione.

Teheran minaccia le Nazioni, non Bruxelles

Un dettaglio dice più di molte analisi. Nella lista ci sono le Nazioni — Italia, Francia, Germania — con i loro capi di governo. Non c’è l’Unione europea. Non c’è Bruxelles.

Teheran individua i propri nemici tra i soggetti reali della politica internazionale. E quei soggetti sono le Patrie, non l’apparato. L’Europa che conta, anche quando è un bersaglio, resta quella delle Nazioni.

La Nazione fa quadrato

La risposta italiana è stata immediata e trasversale. Tajani («non si fa intimidire»), La Russa, Salvini («chi attacca Meloni attacca tutti noi»), Giuli, Fontana, Foti: la condanna ha attraversato l’intero arco di governo.

È la stessa dinamica vista ad aprile, quando persino l’opposizione si strinse attorno alla premier contro gli attacchi esterni. Davanti a una minaccia che colpisce il capo del governo, le divisioni interne si sospendono. Non per calcolo: per istinto di Nazione.

Le minacce dell’Iran a Meloni non cambiano la linea di Roma. La confermano. E chi si chiede perché Meloni sia finita nella lista nera iraniana trova la risposta nella stessa contraddizione che la assolve: è accusata di una guerra che non ha combattuto.

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