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Italia

Meloni a Fenix: il tetto agli stranieri in classe diventa legge e apre la campagna 2027

Antonio Antipari

Dalla circolare Valditara alla norma in Cdm: obbligo di italiano per i genitori, divieto di burqa e niqab a scuola. E l'attacco a Conte sul Superbonus: "3.500 euro a testa per la vostra campagna elettorale"

Riassunto dell'articolo

Giorgia Meloni ha annunciato il 20 settembre 2026, alla festa Fenix di Gioventù Nazionale a Roma, un provvedimento in arrivo in Consiglio dei Ministri che fissa per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe, obbliga i genitori degli alunni con gravi problemi di inserimento a imparare l'italiano e vieta burqa e niqab a scuola. La misura trasforma in legge la circolare Valditara di agosto, che riprendeva il tetto del 30% della circolare Gelmini del 2010. Nello stesso intervento la premier ha attaccato Schlein sull'università e Conte sul Superbonus, nel giorno di apertura della campagna per le Politiche 2027.

Il tetto agli studenti stranieri per classe smette di essere una circolare e diventa una legge. Lo ha annunciato Giorgia Meloni domenica 20 settembre dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale al Laghetto dell’Eur, nell’intervento che ha chiuso l’edizione 2026 intitolata “Il tempo del coraggio”. Un provvedimento, ha detto la premier, sta per arrivare in Consiglio dei Ministri e fisserà per legge il numero massimo di alunni stranieri in ogni classe.

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Non è una novità assoluta. È il salto di livello di una misura che il ministro Valditara aveva già annunciato ad agosto con una circolare. Ma la scelta di farla annunciare dalla presidente del Consiglio, nel giorno in cui tutti i leader di partito erano in piazza, dice molto su dove il governo vuole portare la campagna per le Politiche 2027.

Cosa prevede la norma sugli stranieri in classe

Meloni ha elencato tre contenuti del provvedimento. Il primo è il numero massimo di studenti stranieri per classe, stabilito per legge e non più per circolare. Il secondo è l’obbligo, per i genitori degli alunni stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico, di imparare l’italiano. Il terzo è il divieto di burqa e niqab a scuola.

La frase che ha dato il titolo a tutte le agenzie è stata netta: i bambini italiani non possono sentirsi minoranza in classe. Sul velo integrale, la premier ha aggiunto che a scuola si va a viso scoperto e che nessuna tradizione, vera o presunta, può imporre a una giovane donna di nascondersi.

La soglia numerica non è stata indicata. Il riferimento naturale resta il 30% fissato dalla circolare Gelmini del gennaio 2010, rimasta per sedici anni sulla carta e ripresa dalla circolare di agosto. Il testo che arriverà in Cdm dirà se il limite sarà lo stesso o se cambierà.

Perché una legge è diversa da una circolare

La differenza non è formale. Una circolare ministeriale vincola gli uffici scolastici, ma il ministro successivo può revocarla con una firma. È esattamente ciò che è accaduto alla circolare Gelmini, che nessun governo tra il 2011 e il 2022 ha voluto applicare.

Una legge, invece, resta in vigore finché il Parlamento non la abroga. Portare il tetto agli studenti stranieri per classe in Consiglio dei Ministri significa blindarlo oltre la legislatura e costringere chi vorrà cancellarlo a farlo alla luce del sole, con un voto.

Lo stesso vale per il divieto di burqa a scuola. Finora la materia era affidata ai regolamenti dei singoli istituti e a qualche ordinanza locale. Una norma nazionale chiude la discussione e toglie ai dirigenti scolastici il peso di decidere caso per caso.

I numeri dietro la scelta

Il contesto è quello che questa testata ha raccontato più volte. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono oltre 911 mila, il 12% del totale, mentre gli studenti italiani sono al minimo storico. La concentrazione è il vero problema: in alcune province lombarde ed emiliane una classe di primaria su quattro supera già il 30% di stranieri.

La distribuzione, non il numero assoluto, è ciò che una legge sul tetto per classe può governare. E il tema dell’inserimento linguistico si lega a quello, già affrontato dalla Camera in estate, della risoluzione contro l’indottrinamento religioso nelle scuole.

Il giorno in cui è iniziata la campagna elettorale

La scuola non era l’unico argomento, ma è stato l’unico annuncio concreto. Il resto dell’intervento era un discorso di apertura di campagna, e non a caso: nella stessa domenica Matteo Salvini parlava a Pontida, Roberto Vannacci era a Orvieto al forum di Futuro Nazionale, mentre Giuseppe Conte e Elly Schlein chiudevano il pomeriggio a Milano e a Parma.

Meloni ha rivendicato il fondo ordinario per le università, portato a 9,4 miliardi, il 25% in più rispetto al 2019, e ha sfidato Schlein, accusata di aver parlato di tagli, a trovare un solo argomento vero contro il governo. Il tono era da comizio, con la platea che ha risposto al ritmo.

Poi il passaggio più politico. Ai presidenti di Regione del centrosinistra che accusano il governo di finanziare l’abolizione del bollo auto con soldi tolti alle Regioni, la premier ha risposto rovesciando l’accusa: chi parla di campagne elettorali pagate dallo Stato dovrebbe ricordare il Superbonus. Duecento miliardi di debito, ha calcolato, pari a 3.500 euro per ogni italiano nel 2022, neonati compresi, perché Conte potesse promettere la ristrutturazione gratis.

Social, intelligenza artificiale e la “fatica”

Sul dibattito per limitare i social ai minori, Meloni ha respinto l’accusa di aver bloccato la proposta bipartisan in Parlamento. Ha spostato la responsabilità sulle piattaforme, che hanno gli strumenti per smontare i meccanismi di dipendenza, e ha posto la domanda che nessuno risolve: come si verifica l’età degli utenti senza chiedere a tutti un documento e creare la più grande schedatura mai vista.

Sull’intelligenza artificiale ha detto che tra dieci anni resterà una sola capacità decisiva, distinguere il vero dal falso e il reale dall’artificiale, e che una scuola fatta solo di nozioni formerà una generazione sostituibile dalle macchine. Ai giovani di Gioventù Nazionale ha offerto, con le sue parole, il bene più impopolare del momento: la fatica.

Le tre domande che restano aperte

L’annuncio è chiaro nella direzione, meno nei dettagli. Tre cose vanno verificate quando il testo arriverà in Cdm.

La prima è la soglia: 30% come nel 2010, oppure un limite diverso, magari modulato per ordine di scuola. La seconda è il rapporto con l’autonomia scolastica e con i piccoli comuni dove esiste una sola scuola e la redistribuzione tra istituti è fisicamente impossibile. La terza è il criterio con cui si stabilisce che un alunno ha “gravi problemi di inserimento”, perché da quello dipende l’obbligo per i genitori.

Sono domande di merito, non obiezioni. Ma è su queste che si misurerà la differenza tra un annuncio di campagna e una legge che funziona. Il governo ha scelto di partire dalla scuola. Ora deve scrivere il testo.

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Antonio Antipari
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