L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, un incendio uccise 262 minatori. Centotrentasei erano italiani. Settant’anni dopo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio per la commemorazione: onorare gli emigrati che «con il loro lavoro hanno contribuito al progresso del Paese e alla crescita delle comunità nelle quali sono stati accolti», e agire affinché «la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Parole misurate, senza alcun riferimento esplicito alla cronaca. Ma la cronaca c’era, appena fuori dalla porta: la crisi di Ceuta, la sospensione di Schengen tra Roma e Madrid, i controlli spagnoli sugli italiani in vacanza. E c’era chi non aspettava altro che arruolare quelle parole.
Il paragone che è partito subito
Nel giro di poche ore il meccanismo si è messo in moto. I titoli hanno trasformato un messaggio commemorativo in un manifesto: i migranti di oggi come i minatori di ieri, Ceuta come Marcinelle, chi difende i confini come i belgi che sfruttavano i nostri nonni. Alla cerimonia del Bois du Cazier, dove il presidente del Senato Ignazio La Russa rappresentava le istituzioni italiane, la polemica ha persino oscurato il ricordo: lo scontro tra Palazzo Chigi e una parte della CGIL presente in Belgio ha occupato i giornali più della memoria dei 262 morti. Il settantesimo anniversario, quello in cui l’Unione Europea ha fissato l’8 agosto come Giornata europea delle vittime sul lavoro, è diventato un campo di battaglia politico.
Il punto non è il messaggio del Colle, che resta nel perimetro istituzionale e non nomina né Ceuta né la Spagna. Il punto è l’operazione di chi quel messaggio lo piega: sovrapporre due fenomeni che non hanno in comune nulla, se non il fatto che qualcuno attraversa una frontiera.
Marcinelle: un contratto tra Stati sovrani
Chi erano gli uomini del Bois du Cazier? Erano lavoratori partiti nell’ambito del protocollo italo-belga del 1946: un accordo tra due Nazioni sovrane che prevedeva l’invio di cinquantamila lavoratori italiani in cambio di forniture di carbone. Un patto duro, per certi versi feroce — gli uomini scambiati con le tonnellate di combustibile, alloggiati nelle baracche degli ex prigionieri di guerra — ma un patto: nomi registrati, contratti firmati, visite mediche, treni organizzati, destinazione certa. Quegli italiani entrarono in Belgio dalla porta principale, con lo Stato italiano che negoziava le condizioni e lo Stato belga che li attendeva ai pozzi.
Fu emigrazione regolata, voluta da entrambe le parti, dentro un quadro giuridico preciso. E fu proprio quel quadro a rendere possibile ciò che il messaggio presidenziale giustamente ricorda: il contributo al progresso delle comunità di arrivo, l’integrazione attraverso il lavoro, la costruzione di una memoria condivisa che oggi l’Europa onora. La tragedia del 1956 fu una strage sul lavoro, figlia della sicurezza negata nelle miniere. Non fu una crisi migratoria.
Ceuta: una pressione organizzata sui confini
Ceuta è l’esatto contrario. Sessantamila ingressi irregolari in ventiquattro ore, il più grande afflusso mai registrato su territorio dell’Unione, innescato dalla sentenza 814/2026 del Tribunale Supremo spagnolo sui respingimenti in mare e accompagnato — come abbiamo ricostruito — da segnali convergenti di una regia esterna. Nessun contratto, nessun accordo bilaterale, nessuna destinazione di lavoro: giovani spinti verso la frontiera da chi li usa come massa di pressione, con i trafficanti di esseri umani nel ruolo di logistica e uno Stato terzo nel ruolo di regista. È la dinamica delle armi di migrazione di massa teorizzate da Kelly Greenhill: flussi generati o minacciati deliberatamente per esercitare coercizione politica.
Se davvero si vuole parlare di dignità delle persone, è qui che bisogna guardare. La dignità dei giovani marocchini non la violano i controlli di frontiera italiani: la violano i trafficanti che li imbarcano, e chi apre i rubinetti trasformandoli in proiettili diplomatici. Ottantaquattro morti in mare nella crisi di Ceuta non sono il prezzo dei confini: sono il prezzo della loro demolizione, celebrata come umanità. Chi confonde le due cose non difende i migranti. Difende il sistema che li consuma.
Perché il paragone offende Marcinelle
Sovrapporre i minatori del 1956 agli irregolari del 2026 non nobilita i secondi: sminuisce i primi. Cancella la differenza tra chi partì con un contratto negoziato dalla propria Nazione e chi viene scaraventato oltre una recinzione da un’organizzazione criminale. Cancella la differenza tra un’emigrazione che costruì — case, chiese, cooperative, comunità che il Belgio oggi commemora — e un flusso che nessuno ha chiesto, nessuno governa e nessuno è in grado di assorbire, come dimostrano i centri di Ceuta a sedici volte la capienza.
E cancella, soprattutto, la lezione vera di Marcinelle: che la mobilità umana funziona quando è governata da Stati sovrani che si assumono responsabilità reciproche, e produce tragedie quando qualcuno tratta le persone come materia prima. Nel 1946 il carbone in cambio degli uomini; nel 2026 gli uomini come arma contro l’Europa. La sinistra che oggi agita il paragone dovrebbe spiegare quale dei due modelli stia difendendo.
L’Italia che ha sospeso Schengen con la Spagna non ha tradito la memoria di Marcinelle. L’ha applicata: prima gli accordi tra Stati, poi il movimento delle persone. È l’unico ordine che, settant’anni fa come oggi, protegge davvero la dignità di chi parte.
Fonti
- Dire – 70 anni fa la tragedia di Marcinelle, il messaggio di Mattarella
- Il Post – L’invito di Mattarella a rispettare la dignità delle persone migranti
- Avvenire – Le parole di Mattarella, i sindacalisti di spalle: cosa è successo in Belgio
- Open – Mattarella ricorda la strage di Marcinelle e interviene sui migranti

