La legge elettorale approvata al Senato il 15 settembre con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti non è ancora legge. Il testo che la Camera aveva licenziato il 16 luglio è stato modificato a Palazzo Madama e torna a Montecitorio per la terza lettura, con la discussione generale fissata al 28 settembre. Ma la sostanza politica è ormai scritta: chi vince governa, gli elettori tornano a scegliere i parlamentari, e le regole di accesso alla competizione del 2027 sono state riscritte in una direzione precisa.
Le opposizioni hanno accolto il voto finale con i cartelli “No alla legge truffa” alzati subito dopo la dichiarazione di voto di Fratelli d’Italia. È il copione previsto. La lettura che conta, però, è un’altra: cosa ha costruito il Senato dentro il centrodestra, e quanto di quella costruzione serve all’alleanza tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci.
Cosa cambia con lo Stabilicum uscito dal Senato
L’impianto resta quello descritto quando la Camera ha approvato lo Stabilicum: proporzionale con premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione che raggiunge il 42% in entrambe le Camere, tetto di 220 deputati e 113 senatori, soglie al 3% per le liste e al 10% per le coalizioni, candidato premier indicato al deposito del contrassegno.
Su questo impianto il Senato ha innestato tre modifiche di peso e alcune di dettaglio.
La prima è il ritorno delle preferenze con capolista bloccato: liste da sette candidati, capolista scelto dal partito, fino a tre preferenze con alternanza di genere dal secondo nome. È l’emendamento Lisei di cui abbiamo dato conto quando il Senato ha rimesso le preferenze. La proposta del Pd per preferenze senza capilista bloccati è stata respinta.
La seconda è la cancellazione della soglia del 3% per contribuire al premio. Alla Camera era passata una norma per cui solo le liste sopra il 3% concorrevano al calcolo del 42%. L’emendamento Zedda l’ha soppressa: ora tutti i voti della coalizione contano, anche quelli delle liste che non eleggono nessuno.
La terza è la stretta sulle firme, di cui diremo tra poco. Poi i dettagli: liste da presentare in almeno metà delle circoscrizioni e non più in un terzo, pluricandidature limitate a cinque collegi, collegi della provincia di Bolzano ridisegnati su proposta della Svp, voto fuorisede esteso ai caregiver che assistono un familiare fuori Regione. Bocciata la raccolta firme con firma digitale, accantonato il ballottaggio proposto da Marcello Pera.
Le firme: 6.000 per chi è fuori, 1.500 per chi ha una componente
Il nodo delle firme ha occupato le ultime quarantott’ore e ha portato in piazza Vidoni, a due passi dal Senato, Alessandro Onorato con Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Francesco Boccia, tra cori rivolti al Quirinale. Vale la pena mettere ordine, perché sul punto è circolata molta confusione.
Il testo approvato distingue tre situazioni. Le forze con un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025 sono esonerate dalla raccolta. Le forze che al momento della convocazione dei comizi hanno un gruppo o una componente in almeno una Camera devono raccogliere da 1.500 a 2.000 firme per collegio, come oggi. Le forze del tutto assenti dal Parlamento devono raccoglierne da 6.000 a 7.000 per collegio, contro le 1.500 attuali: su scala nazionale, tra le 300mila e le 380mila sottoscrizioni. In caso di elezioni anticipate di almeno 120 giorni il numero si dimezza.
Questo chiarisce la posizione di Futuro Nazionale. Nei giorni scorsi il Tribuno aveva calcolato 378mila firme per Vannacci sulla base della prima formulazione. Il testo finale colloca invece Futuro Nazionale, che ha una componente nel Gruppo Misto alla Camera dal maggio 2026, nella fascia intermedia: 1.500-2.000 firme per collegio, nessun esonero ma nessuna barriera da 6.000. Lo stesso vale per +Europa. La porta non è aperta. È socchiusa.
A pagare il prezzo pieno sono le formazioni nate nel 2026 senza alcun parlamentare: il Progetto Civico Italia di Onorato, i socialisti di Maraio, Rifondazione. Da qui la protesta, e da qui l’ipotesi, per ora senza conferme, di una componente parlamentare prestata a Onorato da Pd e M5s per scendere a 1.500.
Perché il 3% sul premio è la modifica che conta di più
Delle tre modifiche di peso, quella su cui si è discusso meno è la più rilevante per la geografia del centrodestra.
Con la norma della Camera, i voti di una lista sotto il 3% non concorrevano al 42%. Era un incentivo a coalizioni strette, fatte di partiti grandi. Con la cancellazione votata al Senato, ogni voto raccolto da ogni lista alleata spinge la coalizione verso il premio. Il calcolo cambia: allargare conviene, anche a chi non elegge nessuno, purché porti voti.
Tradotto sul 2027: una coalizione di centrodestra che si presentasse senza Futuro Nazionale rischierebbe di fermarsi sotto il 42% e di consegnare al proporzionale puro una legislatura senza maggioranza. Con Futuro Nazionale dentro, i suoi voti contano per intero verso la soglia, indipendentemente dai seggi che ottiene. Il Senato ha reso l’alleanza aritmeticamente conveniente, e lo ha fatto con un emendamento firmato Fratelli d’Italia.
Nessuno in maggioranza lo ha detto in questi termini. Maria Stella Gelmini, in dichiarazione di voto, ha parlato di “un principio sacrosanto: chi vince governa”. Ma la meccanica è quella, e chi la costruisce di solito sa cosa sta costruendo.
Cosa succede ora alla Camera
La terza lettura a Montecitorio si apre il 28 settembre. La ministra Elisabetta Casellati ha già escluso ritocchi sulle firme e non si aspetta “sussulti”. L’obiettivo è chiudere entro metà ottobre, prima che la sessione di bilancio occupi l’Aula. Le opposizioni annunciano ricorsi alla Corte costituzionale; il Quirinale, come da prassi, attende il testo definitivo prima di ogni valutazione.
La Camera dovrà confermare le modifiche del Senato. Può farlo senza toccare nulla, e allora la legge entra in vigore in tempo per il 2027. Oppure può riaprire il capitolo firme, e allora il testo tornerebbe al Senato per una quarta lettura, con la sessione di bilancio a fare da tagliola. Il secondo scenario è improbabile, e la maggioranza lo sa.
Tre domande che restano aperte
La prima riguarda le firme. La fascia da 1.500-2.000 tiene Futuro Nazionale nella competizione, ma la raccolta in almeno metà delle circoscrizioni, senza firma digitale, resta un impegno organizzativo serio per un partito nato nove mesi fa. È un ostacolo o un banco di prova? La risposta la darà la struttura territoriale di Vannacci, non il Parlamento.
La seconda riguarda il premio. Il Senato ha reso conveniente allargare la coalizione. Ma conveniente non significa deciso. La Lega ha appena annunciato una Pontida “di battaglia” e Forza Italia corre per conto suo su Milano: la coalizione che dovrà raggiungere il 42% è ancora da disegnare, e la legge elettorale non la disegna al posto dei leader.
La terza riguarda il tempo. Tra la terza lettura e il voto del 2027 c’è una legislatura da chiudere, una finanziaria da approvare e un Colle che osserva. Lo Stabilicum fissa le regole. Chi le userà, e con chi, è la partita che il voto di oggi apre invece di chiudere.
Il Senato ha detto che chi vince governa. Ha anche detto, senza dirlo, che per vincere serve tutta la coalizione. Il centrodestra ha ora una legge che gli conviene. Resta da vedere se ha una coalizione che le somiglia.
Fonti
- ANSA – Via libera del Senato alla legge elettorale con 113 sì
- Sky TG24 – Legge elettorale, Senato approva con 113 voti a favore e 71 contrari
- Il Sole 24 Ore – Via libera del Senato, le opposizioni protestano: «Legge truffa»
- Il Fatto Quotidiano – Via la soglia: tutti i voti concorreranno al premio di maggioranza
- Quotidiano Nazionale – Da 1.500 a 6mila firme per collegio
- Open – La protesta sotto Palazzo Madama contro la stretta sulle firme
- Alanews – Il Senato approva la riforma, terza lettura alla Camera dal 28 settembre

