La maggioranza ha riscritto un passaggio della nuova legge elettorale, e quel passaggio ha un effetto immediato e misurabile: lascia Futuro Nazionale fuori dall’esonero dalla raccolta delle firme. È una modifica tecnica, quasi procedurale. Ma è anche la spia di qualcosa di più ampio, perché la riforma del sistema di voto è l’ultima architettura pesante che questa legislatura può ancora costruire prima del 2027.
I giornali la raccontano come uno scontro di palazzo: l’emendamento, lo sfogo dei vannacciani, il sospetto di un’intesa con Azione. È la cronaca del giorno. La domanda strutturale è un’altra: che forma sta prendendo il bipolarismo italiano, e chi decide le regole d’accesso alla competizione del 2027.
C’è anche una questione di calendario. La maggioranza preme per portare il testo in Aula venerdì 26 giugno; le opposizioni frenano, sostenendo che i lavori in commissione non sono maturi. La fretta racconta una priorità: arrivare a un primo via libera entro l’estate, con oltre un anno di anticipo sul voto.
L’esonero dalle firme e chi resta fuori
Il meccanismo è semplice. Sono esonerate dalla raccolta delle sottoscrizioni le forze politiche che dispongono di un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato costituito entro il 31 dicembre 2025. La data non è neutra. Futuro Nazionale, il movimento del generale Roberto Vannacci, nasce nel 2026 e alla Camera ha soltanto una componente autonoma nel Gruppo Misto, formata a maggio. Resta quindi fuori dall’esonero.
Nella stessa condizione si trova +Europa, che a Montecitorio dispone di una componente e non di un gruppo. Restano invece al riparo Azione, Alleanza Verdi e Sinistra e Noi Moderati, che un gruppo lo hanno in almeno una delle due Camere.
La reazione è arrivata dai banchi vannacciani. Il deputato Edoardo Ziello ha parlato di un emendamento costruito su misura per Azione, leggendovi l’indizio di una possibile convergenza tra la maggioranza e la formazione di Carlo Calenda. Azione ha replicato che il criterio non è nuovo e che a beneficiarne sono più gruppi, di governo e di opposizione.
Il Melonellum oltre l’emendamento
L’episodio delle firme si innesta su un impianto già definito nei suoi cardini, quello che le cronache hanno battezzato Melonellum o Stabilicum. Il sistema abbandona la quota uninominale e torna a un proporzionale con premio di maggioranza.
Chi supera una soglia fissata intorno al 40 per cento incassa un premio di seggi, con un tetto che alla Camera non può spingere la coalizione vincente oltre il 55 per cento dell’assemblea, dentro i margini indicati dalla Corte costituzionale. La soglia di sbarramento resta al 3 per cento, con una clausola di salvaguardia che fa entrare comunque il primo partito di una coalizione ampia rimasto sotto quel limite.
C’è poi il capitolo delle liste bloccate: settanta deputati e trentacinque senatori designati dalle guide dei partiti. Su questo, come sull’intero testo, oltre cento costituzionalisti hanno segnalato profili di criticità.
Perché la soglia resta al 3 per cento
La soglia bassa non è un dettaglio: è una scelta politica precisa. Tenerla al 3 e non al 4 per cento serve a non spingere Azione verso il campo avversario in nome del voto utile. È il calcolo che lega la riforma a Calenda, e che spiega perché la maggioranza difenda quel numero.
Lo stesso calcolo, rovesciato, illumina la posizione di Futuro Nazionale. In una corsa che i sondaggi danno vicina al pareggio tra i due schieramenti, ogni frammento di voti diventa potenzialmente decisivo. E le regole d’accesso — la raccolta firme, la soglia, il premio — decidono quali frammenti restano nel gioco e quali no.
L’architettura del 2027
Qui sta il punto che la cronaca lascia sullo sfondo. Una legge elettorale non è un regolamento tecnico: è la cornice entro cui si ridisegnano i rapporti di forza. Il proporzionale con premio favorisce le guide maggiori e la logica della coalizione compatta; penalizza la dispersione e le formazioni nate ai margini del perimetro di governo.
Letta così, la riforma non è una rappresaglia contro un singolo: è il consolidamento di una struttura bipolare che regola, per via di regole e non di anatemi, le spinte centrifughe tipiche della fine di una legislatura. Il fine corsa porta sempre con sé fibrillazioni interne e tentazioni di smarcamento; il sistema di voto è lo strumento con cui quelle spinte vengono ricondotte dentro un quadro prevedibile.
Le tre domande che restano aperte
Resta la questione di fondo, che non si chiude con un emendamento. Chi è davvero Roberto Vannacci nel quadro della destra italiana: un fenomeno di consenso passeggero o un soggetto politico destinato a strutturarsi? Futuro Nazionale è un movimento sostenibile nel tempo, con una classe dirigente e un radicamento, o una formazione legata al suo fondatore? E soprattutto: esiste uno spazio autonomo reale alla destra del perimetro di governo, oppure quello spazio è destinato a essere riassorbito?
La legge elettorale è precisamente il banco di prova di quella terza domanda. Se le regole d’accesso si stringono, lo spazio autonomo deve dimostrare di esistere sul campo, raccogliendo firme e voti, senza la rete dell’esonero. È una prova di consistenza, prima ancora che un ostacolo. E il suo esito dirà molto più di mille sondaggi su quale forma prenderà la destra al voto del 2027.
Fonti
- Quotidiano Nazionale — Legge elettorale, il nodo raccolta firme per bloccare Vannacci
- Lettera43 — Nella legge elettorale spunta un emendamento anti-Vannacci
- Il Sole 24 Ore — Il caso Vannacci spinge la maggioranza sulla legge elettorale
- Il Politico Web — Referendum, Delmastro, Santanchè: la resa dei conti nel governo Meloni
- Il Politico Web — Vannacci e Marina Berlusconi: Forza Italia eterodiretta

