159 Visualizzazioni
Italia

Nucleare, il sì della Camera: l’Italia riprende in mano la propria sovranità energetica

Redazione - Il Politico

Via libera di Montecitorio con 155 voti al ddl Pichetto: reattori modulari di nuova generazione, decreti attuativi entro Natale e primi impianti operativi tra il 2034 e il 2035. Ora la parola passa al Senato.

Riassunto dell'articolo

Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato in prima lettura la legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti; il testo passa al Senato. La delega autorizza il Governo a emanare entro dodici mesi i decreti su produzione nucleare, ricerca sulla fusione e gestione dei rifiuti radioattivi, con decreti attuativi attesi entro Natale 2026. La strategia punta su SMR, AMR e microreattori, con primi reattori operativi previsti tra il 2034 e il 2035 e una quota di nucleare nel mix elettrico tra l'11% e il 22%.

La legge delega nucleare ha superato il primo scoglio parlamentare. Giovedì 4 giugno la Camera ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, e il testo passa ora al Senato per l’approvazione definitiva, che il Governo conta di ottenere prima della pausa estiva. Per la prima volta dopo oltre trent’anni la Nazione si dota di un quadro giuridico per tornare a produrre energia da fissione, archiviando una rinuncia a lungo raccontata come saggezza popolare e che è stata, in realtà, soprattutto una resa.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Cosa prevede la legge delega sul nucleare

Il provvedimento non autorizza direttamente la costruzione di alcun impianto: conferisce all’esecutivo una delega, da esercitare entro dodici mesi, per disciplinare con appositi decreti la produzione di energia nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha annunciato che i decreti attuativi arriveranno entro Natale, anticipando i tempi della delega per procedere in parallelo con l’iter al Senato.
La legge fissa anche i criteri che il Governo dovrà rispettare: massimi standard di sicurezza e tutela della salute, semplificazione delle procedure autorizzative, misure di compensazione per i territori che ospiteranno gli impianti e coinvolgimento dell’industria italiana nella filiera tecnologica. Il percorso, però, non è privo di attriti interni alla stessa maggioranza, come ha mostrato di recente lo stallo sulla nomina al vertice dell’ISIN, l’autorità indipendente chiamata ad autorizzare i futuri reattori.

Quando entreranno in funzione i primi reattori

Sui tempi Pichetto si è sbilanciato, indicando il 2034-2035 come orizzonte per i primi reattori operativi, pur precisando che si tratta di una previsione politica e non tecnica. Il numero di impianti dipenderà dalla domanda, dalle tecnologie e dai prezzi: il Piano nazionale dell’energia colloca il nucleare tra l’11 e il 22 per cento del mix elettrico, con una capacità attesa di 8-16 gigawatt al 2050. L’obiettivo dichiarato non è sostituire le rinnovabili, ma integrarle con fissione e idrogeno per reggere un’impennata di domanda che i grandi centri dati, l’intelligenza artificiale e l’elettrificazione industriale renderanno inevitabile.

SMR, AMR e microreattori: la tecnologia del nuovo nucleare

La cesura con il passato è netta. Le vecchie centrali sono destinate alla dismissione e la scommessa è tutta sulle tecnologie di nuova generazione: gli Small Modular Reactor (SMR), gli Advanced Modular Reactor (AMR) di quarta generazione e i microreattori. Si tratta di impianti compatti, costruibili in serie, con tempi di realizzazione ridotti e livelli di sicurezza intrinseca elevati. Pichetto ha offerto un dato che vale più di qualsiasi relazione tecnica: un piccolo reattore modulare da 300 megawatt occupa lo spazio di tre campi da calcio, mentre per ottenere la stessa produzione con il fotovoltaico ne servirebbero tremila. Il Governo sta inoltre ragionando con Fincantieri sull’impiego di micro-reattori da 10-15 megawatt a bordo delle grandi navi mercantili.

Le opposizioni e il fantasma dei referendum

Al momento del voto i deputati di Avs hanno esposto in Aula i cartelli con la mappa dei possibili siti, mentre Angelo Bonelli denunciava una volontà popolare calpestata e Chiara Braga, per il Partito Democratico, bollava il provvedimento come una scommessa su tecnologie inesistenti. È l’argomento di sempre, e mostra la corda. I referendum del 1987 e del 2011 non furono il responso di una matura coscienza energetica, ma reazioni emotive a Černobyl’ e a Fukushima: scelte di pancia che hanno consegnato alla Nazione trent’anni di dipendenza dall’estero e bollette tra le più care del continente. Continuare a brandirli come dogma significa scambiare la paura per principio e l’immobilismo per prudenza.

Perché il ritorno al nucleare è una scelta di sovranità

Il ritorno al nucleare in Italia è, prima di ogni cosa, una questione di sovranità. In un mondo in cui chi controlla l’energia controlla il proprio destino — lo ricordano la crisi dei prezzi e la fragilità delle rotte di approvvigionamento, dallo Stretto di Hormuz in giù — restare l’unica grande economia del G7 priva di atomo significa restare ricattabili. La strada resta lunga: localizzazione degli impianti, costi, gestione delle scorie e un’opinione pubblica ancora divisa — un recente sondaggio fotografa gli italiani spaccati tra chi apprezza la spinta all’indipendenza energetica e chi teme le scorie — sono nodi reali, non slogan. Ma il voto della Camera segna il momento in cui la Nazione smette di subire le proprie rinunce e torna a decidere del proprio futuro.

Fonti

Tag: , , ,
Scritto da
Redazione - Il Politico
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale