Un insulto che supera il limite del rispetto
C’è un limite che nel dibattito politico non andrebbe mai superato: quello del rispetto. Ma Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, sembra averlo oltrepassato con leggerezza quando, parlando di Giorgia Meloni, ha scelto di usare un termine infelice e volgare, definendola una “cortigiana del potere”. Un insulto che, al di là delle intenzioni, rievoca un immaginario degradante e sessista, riducendo una donna – peraltro la prima premier della storia italiana – a una figura subalterna e ammiccante, “venduta” al potere maschile.
Il silenzio assordante della sinistra
Il fatto grave, però, non è solo l’offesa in sé. È il silenzio assordante che ne è seguito. Nessuna condanna forte, nessuna levata di scudi da parte di quel mondo politico, culturale e mediatico che solitamente – e giustamente – si mobilita al minimo accenno di linguaggio discriminatorio. Se la stessa frase fosse stata pronunciata da un esponente del centrodestra, magari da un leghista o da un meloniano, la reazione sarebbe stata immediata e furibonda: titoli, editoriali, appelli, interrogazioni parlamentari, e accuse di sessismo, maschilismo, patriarcato tossico.
Due pesi e due misure
Ma quando a pronunciare certe parole è un “compagno”, allora tutto diventa un po’ più sfumato, un po’ più tollerabile. Landini, del resto, è ancora per molti un simbolo della sinistra operaia, un “tribuno del popolo”. Peccato che quel popolo – quello vero, fatto di lavoratori, precari e famiglie – non abbia bisogno di tribuni che insultano, ma di leader che propongono soluzioni, che si sporcano le mani per il lavoro, per i salari, per la sicurezza industriale.
Un messaggio diseducativo e ipocrita
La sinistra, nel tacere, si è resa complice di un messaggio diseducativo e ipocrita. In un momento in cui il Paese è scosso da due nuovi femminicidi, e in cui la violenza di genere continua a mietere vittime, un linguaggio che offende la dignità di una donna – qualsiasi donna – non può essere banalizzato o giustificato in nome della lotta politica. Perché un insulto resta un insulto, e il sessismo non cambia colore a seconda di chi lo pronuncia.
Il ruolo e la responsabilità del segretario CGIL
Landini non è un “ragazzo al bar” che spara battute. È il segretario del più grande sindacato italiano, con milioni di iscritti e un ruolo pubblico enorme. Dovrebbe dare l’esempio, non abbassarsi al linguaggio da trivio. Il sindacato che un tempo rappresentava il lavoro e la dignità dei suoi iscritti ora sembra sempre più impantanato nella lotta ideologica, dimenticando di essere una parte sociale e non un partito d’opposizione.
Il doppio standard morale
Il silenzio della sinistra su questa vicenda racconta molto del suo doppio standard morale: l’indignazione selettiva, l’ipocrisia del “chi lo dice”. Se Landini fosse stato un esponente di Fratelli d’Italia o della Lega, il caso sarebbe stato trattato come un attacco alla civiltà. Ma siccome è un “compagno”, si chiude un occhio, o meglio due.
Il rispetto non ha colore politico
Invece, sarebbe stato un gesto di vera civiltà politica e culturale se proprio dalla sinistra fosse arrivata una condanna netta, senza distinguo, ricordando che il rispetto delle donne non è un valore “di parte”, ma un principio universale. Perché oggi non è solo Giorgia Meloni a essere stata offesa: è stato offeso il principio stesso del rispetto reciproco nel confronto politico.
Un cattivo maestro
Landini si conferma, ancora una volta, un cattivo maestro: non per la sua ideologia, ma per la mancanza di misura e di responsabilità nel linguaggio. E chi tace, di fronte a certe parole, ne condivide il peso.