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Italia

La Russa alla festa Usa: «Sulle spese militari scegliamo noi»

Redazione - Il Politico

Al ricevimento dell'ambasciata per i 250 anni dell'indipendenza americana il governo si presenta compatto. Ma la seconda carica dello Stato pianta un principio: amicizia sì, pari dignità, interesse nazionale prima di tutto. A tre giorni dal vertice NATO di Ankara.

Riassunto dell'articolo

Al ricevimento per i 250 anni dell'indipendenza americana a Villa Taverna (2 luglio 2026), il governo italiano si è presentato compatto nonostante l'assenza della premier Giorgia Meloni, impegnata a Padova all'assemblea della Uil e rappresentata dalla sorella Arianna. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ribadito l'amicizia con gli Stati Uniti («il ponte politico resterà sempre vivo») ma ha rivendicato autonomia sulle spese militari: «lo possiamo decidere anche noi», richiamando la «pari dignità» tra alleati e l'interesse nazionale. Sulla stessa linea i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il contesto: lo scontro Meloni-Trump di metà giugno e il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio 2026, con la pressione statunitense sul 5% del PIL per la difesa. L'opposizione ha partecipato senza i suoi leader; unico big del campo largo, Matteo Renzi, critico verso la premier.

Nel salotto dell’alleato, tra il tricolore a stelle e strisce e il profumo di hamburger, il governo italiano si è presentato al gran completo. È bastata però una frase del presidente del Senato per spostare l’accento dalla cortesia al principio. Sulle spese militari, ha scandito Ignazio La Russa alla festa dell’ambasciata americana a Villa Taverna, «lo possiamo decidere anche noi». Poche parole, pronunciate nel giorno in cui gli Stati Uniti celebravano i 250 anni della propria indipendenza, che pesano più di ogni percentuale.

CREAZIONE SITI WEB
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Il ricevimento del 2 luglio arriva a quindici giorni dallo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump e a tre dal vertice NATO di Ankara. Il clima, inevitabilmente, non è quello di rito. E in quel clima le spese militari tornano al centro non come cifra da esibire, ma come questione di sovranità: chi stabilisce quanto una Nazione deve spendere per difendersi.

La Russa e le spese militari: «scegliamo noi»

Appena arrivato, il presidente del Senato ha tenuto insieme i due registri. Da un lato la fedeltà al legame: «Non è mai stato abbattuto nessun ponte, quello politico con gli Stati Uniti l’Italia lo terrà sempre vivo». Dall’altro la rivendicazione. Sulla difesa, ha detto, «non è vero che l’Italia sta facendo il pesce in barile»: è «corretto che ci si interroghi su qual è il livello con cui dobbiamo giustamente concorrere alle spese per la nostra indipendenza e libertà». E soprattutto: «quali sono le voci di questa nostra possibilità di concorrere lo possiamo decidere anche noi».

La formula è meno ruvida di uno strappo e più netta di una diplomazia di maniera. Dice che l’Italia concorre, non si sottrae, ma che la misura e le voci di quella spesa restano una scelta nazionale, non un compito assegnato dall’esterno.

Il ponte con gli Stati Uniti resta, ma alla pari

È qui il cuore politico della serata. La Russa ha richiamato la «pari dignità» tra alleati e «la reciproca volontà dei governi di fare prima di tutto l’interesse della propria nazione». Non è una postura anti-americana: è la definizione classica di un’alleanza tra soggetti sovrani, quella in cui l’amicizia non coincide con l’obbedienza.

Sulla stessa linea si è mosso Antonio Tajani, per il quale «l’amicizia tra Italia e Stati Uniti è più forte di ogni polemica» ed «essere alleati non significa essere sempre d’accordo su tutto». E Matteo Salvini, che ha definito la presenza «una scelta di campo», ricordando che «la libertà e la democrazia non sono beni negoziabili». Tre voci diverse per funzione di governo, un unico messaggio: si resta dentro l’Occidente, ma da pari.

Il governo compatto alla festa Usa, senza Meloni

L’assenza della premier non è stata la nota polemica che qualcuno pronosticava. Meloni era a Padova, all’assemblea della Uil, dove ha tenuto un intervento lungo; a Villa Taverna la rappresentavano la sorella Arianna e una pattuglia di ministri allineati alla sua linea, da Crosetto a Giorgetti, da Lollobrigida a Urso, con il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il centrodestra, come ha rimarcato lo stesso La Russa, era presente «tutto, nessuno escluso».

Dall’altra parte, l’opposizione si è presentata senza i suoi leader: niente Elly Schlein, niente Giuseppe Conte, niente Nicola Fratoianni. Unico volto di primo piano del campo largo, Matteo Renzi. Un contrasto che fotografa due modi opposti di stare dentro l’appuntamento che tradizionalmente misura la temperatura dei rapporti con Washington.

La «pagella» del 5% e il nodo di chi decide

Dietro la frase di La Russa c’è un dossier concreto. Washington tratta il vertice di Ankara come una verifica sul percorso verso il 5% del prodotto interno lordo destinato alla difesa, l’obiettivo fissato all’Aja nel 2025. È la logica del registro: alleati promossi o bocciati sulla base di una cifra. La stessa che porta l’Italia al tavolo turco con spese per difesa e sicurezza intorno al 2,8% del PIL e una lettura più ampia di che cosa significhi, oggi, proteggersi.

A quella logica Roma oppone una sicurezza a più dimensioni — infrastrutture, energia, confini, reti — e un principio semplice: la spesa per difendersi si decide e si finanzia meglio su basi nazionali che sotto la tutela di un parametro stabilito altrove. Vale verso Washington e vale, allo stesso modo, verso la rigidità contabile con cui Bruxelles vorrebbe ridurre le scelte strategiche delle grandi nazioni manifatturiere a una colonna di un foglio di calcolo. Non a caso, nelle settimane scorse, il governo ha anteposto la tenuta di famiglie e imprese alla rincorsa del traguardo europeo, come già raccontato in queste pagine.

La lettura di Renzi e l’opposizione

Unico leader del campo largo presente, Renzi ha ricondotto tutto alla chimica personale: Meloni «ha profondamente sbagliato a immaginarsi come ponte con Trump» perché quel rapporto «non ha funzionato». È una lettura che dice qualcosa e nasconde il resto. Riduce la politica estera al feeling tra due capi di governo e lascia fuori proprio il punto sollevato dalla seconda carica dello Stato: la pari dignità non dipende dalla simpatia reciproca, ma dalla capacità di uno Stato di stabilire da sé le proprie priorità. Su quel terreno l’obiezione non intacca la sostanza.

Cosa significa «scegliamo noi» a tre giorni da Ankara

Il valore della serata sta tutto nel luogo in cui quelle parole sono state pronunciate: non in un comizio identitario, ma nel giardino dell’ambasciata americana, davanti al padrone di casa. La sovranità non si proclama contro qualcuno; si esercita anche stringendo la mano all’alleato. E si misura su una domanda tornata al centro proprio alla vigilia del vertice: chi decide quanto, come e con quali risorse una Nazione provvede alla propria difesa.

La risposta di La Russa — «scegliamo noi» — è insieme un gesto di cortesia e un confine. Dice che il ponte con gli Stati Uniti resta in piedi, ma che a reggerlo devono essere due pilastri, non uno che ordina e uno che esegue. Tre giorni prima di Ankara, è la premessa con cui l’Italia si siede al tavolo: alleata, non allineata d’ufficio.

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