Ottantamila. È il numero dei jihadisti in Europa secondo l’elaborazione pubblicata da La Verità, che ha incrociato i dati d’intelligence e delle forze dell’ordine di Germania, Francia e Regno Unito. Non una stima allarmistica di parte, ma la somma degli archivi ufficiali delle tre principali Nazioni del continente. E, con ogni probabilità, una stima per difetto: Spagna e Italia non pubblicano statistiche ufficiali.
Dietro quel numero non c’è soltanto un’emergenza di sicurezza. C’è il fallimento di un modello: quello dei confini spalancati, dell’accoglienza senza criterio, dell’integrazione affidata al caso. Un modello che i Pontefici del Novecento avevano già giudicato, e condannato, con parole che oggi Bruxelles preferisce dimenticare.
I numeri della radicalizzazione: Berlino, Parigi, Londra
Partiamo dai dati. In Germania, l’Ufficio federale di polizia criminale ha comunicato che sul territorio nazionale vivono 410 soggetti pericolosi vicini al fondamentalismo islamico, pronti a colpire. Ma la platea è ben più ampia: secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, gli estremisti islamici schedati sono almeno 28.000.
In Francia, il registro per la prevenzione della radicalizzazione ha raggiunto quota 20.000 segnalati. Tra i 5.000 e gli 8.000 restano sotto sorveglianza attiva. Eppure le autorità transalpine, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, si sono rivelate spesso incapaci di prevenire le violenze proprio dei soggetti che avrebbero dovuto controllare.
Nel Regno Unito, l’MI5 tiene d’occhio circa 43.000 persone come «soggetti d’interesse»: almeno due terzi sono potenziali terroristi di matrice islamista. Il Belgio, a luglio 2026, ne conta 446 nel proprio archivio. Sommando i soli registri di Berlino, Parigi e Londra si arriva a 64.000 individui. Proiettando cifre analoghe sulle altre grandi Nazioni europee, il totale sfiora appunto gli 80.000.
Un dossier austriaco aggiunge il dato di tendenza: nel 2025 gli episodi di estremismo islamista e terrorismo jihadista sono aumentati del 42,3 per cento rispetto all’anno precedente. La traiettoria è chiara. E l’attentato al corteo di Berlino, di cui questo giornale si è già occupato, ne è soltanto l’ultima conferma.
Non conversione, ma radicamento
Qui bisogna essere precisi, perché la precisione smonta la propaganda. L’islam non sta crescendo in Europa perché gli europei si convertono. Le conversioni sono un fenomeno statisticamente marginale. L’islam cresce per due vie: i flussi migratori incontrollati e il differenziale di natalità. Le proiezioni del Pew Research Center parlano chiaro: le donne musulmane in Europa hanno in media quasi un figlio in più delle altre europee, e nello scenario di migrazione sostenuta la popolazione musulmana del continente potrebbe più che raddoppiare entro il 2050.
A questo radicamento demografico si somma un radicamento organizzato. In Francia, la branca transalpina della Fratellanza musulmana controlla 139 luoghi di culto, ai quali se ne aggiungono 68 affiliati: il 7 per cento delle moschee nazionali. Più 280 associazioni attive nello sport, nell’educazione, nella beneficenza. E 21 scuole.
I risultati si misurano nei sondaggi. Secondo l’Institut français d’opinion publique, il 46 per cento dei musulmani francesi sostiene l’adozione della sharia, in forma parziale o integrale. Il 57 per cento ritiene che le regole religiose debbano prevalere sull’ordinamento giuridico nazionale. Un terzo esprime simpatia per i movimenti islamisti. Non è integrazione: è la costruzione, paziente e capillare, di una società parallela dentro la società europea.
Quello che dicevano i Papi: regolare i flussi è un dovere
Ed è qui che il dibattito va rovesciato. Perché chi chiede di regolare i flussi migratori anche in base all’identità di chi arriva non sta violando la dottrina cristiana: la sta applicando.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992, al numero 2241 stabilisce che le autorità politiche, in vista del bene comune di cui sono responsabili, «possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche». E aggiunge che l’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza «il patrimonio materiale e spirituale» della Nazione che lo ospita, a obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.
Non è tutto. Lo stesso Giovanni Paolo II, nel 1998, ricordava che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria»: un diritto che diventa effettivo solo se si governano i fattori che spingono all’emigrazione. Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata delle Migrazioni del 2013, riaffermava prima di ogni altra cosa il diritto a non emigrare. E il cardinale Giacomo Biffi, davanti alla Fondazione Migrantes nel 2000, fu ancora più netto: poiché non è pensabile accogliere tutti, la selezione si impone, e la responsabilità di scegliere spetta allo Stato.
Accoglienza «nella misura del possibile», condizioni giuridiche, rispetto del patrimonio spirituale di chi accoglie, diritto a restare nella propria terra. È il contrario esatto dell’accoglienza indiscriminata trasformata in dogma dalle burocrazie sovranazionali. Il magistero non ha mai benedetto i confini spalancati: ha sempre chiesto flussi governati e identità rispettate. Da entrambe le parti.
L’inverno demografico, la porta lasciata aperta
Ma i numeri della radicalizzazione hanno una causa più profonda dei confini aperti: il vuoto che l’Europa ha creato in casa propria. Una civiltà che non fa figli lascia spazio, e lo spazio non resta mai vuoto.
Qui la responsabilità è doppia. Da un lato l’Unione, che in trent’anni non ha costruito una sola politica strutturale per la natalità europea, preferendo la scorciatoia dell’importazione di popolazione — la stessa logica che il decreto Sánchez ha reso programma esplicito e che persino la stampa economica anglosassone comincia a smontare. Dall’altro i governi nazionali che hanno trattato la famiglia come una voce di bilancio e non come la condizione di esistenza della Nazione.
Il contrappunto esiste, e funziona: l’Ungheria ha dimostrato che politiche fiscali e abitative aggressive a favore delle famiglie invertono la tendenza. In Italia il tema della casa per le giovani coppie è finalmente tornato al centro del dibattito, e la Manovra 2026 ha destinato un miliardo a famiglia e natalità. Ma sono primi passi dentro un contesto continentale che rema nella direzione opposta: risorse illimitate per l’accoglienza, briciole per le culle.
Chiudere i confini, riaprire le culle
La conclusione è obbligata, e tiene insieme i due fili. Non esiste sicurezza senza controllo dei flussi: 80.000 radicalizzati censiti sono il prodotto diretto di decenni di ingressi senza criterio, senza verifica di compatibilità culturale, senza il coraggio di dire che non tutte le immigrazioni sono uguali. Regolare i flussi anche in base all’identità non è discriminazione: è il criterio che il Catechismo chiama rispetto del patrimonio materiale e spirituale di chi accoglie.
E non esiste identità senza demografia. Una Europa delle Patrie che voglia restare sé stessa deve smettere di importare il proprio futuro e ricominciare a generarlo. Confini governati fuori, famiglie sostenute dentro: tutto il resto è gestione del declino. I numeri delle intelligence europee dicono che il tempo per deciderlo si sta esaurendo.
Fonti
- La Verità – In Europa 80.000 islamici radicalizzati (A. Rico, 29 luglio 2026)
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2241
- Benedetto XVI – Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2013
- Pew Research Center – Europe’s Growing Muslim Population
- Bundesamt für Verfassungsschutz – Islamismus und islamistischer Terrorismus
- MI5 – Threat Levels
- Institut français d’opinion publique – Enquête sur les musulmans de France

