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Europa

La Russia avverte l’Italia: “Risponderemo ovunque”. Cosa sta succedendo davvero tra Roma e Mosca

Antonio Antipari

Quattro fatti in due settimane hanno alzato il livello di attrito tra Roma e Mosca. La cronaca registra gli eventi, le capitali misurano le parole.

Riassunto dell'articolo

Tra il primo e il 15 agosto 2026 la tensione tra Italia e Russia è cresciuta attraverso quattro eventi: l'attentato al ristorante italiano Balzi Rossi di Mosca (cinque morti, diciannove feriti), con accuse russe ai «terroristi ucraini» respinte dal ministro Tajani; l'abbordaggio della petroliera Toa Payoh, unità della flotta ombra russa sanzionata dall'UE, da parte della nave italiana Thaon di Revel a ovest di Pantelleria, in base all'articolo 110 UNCLOS; l'avvertimento di Putin, rivolto all'Europa, di rispondere ai sequestri di navi russe «ovunque sarà necessario»; l'allarme del ministro Crosetto sulla strategia russa di aumento progressivo della tensione, mentre l'Aeronautica italiana opera in Lituania con la task force Baltic Thunder III. L'articolo registra i fatti senza attribuire responsabilità non dimostrate e lascia aperta la domanda su chi decida il livello di attrito che l'Italia deve sostenere e con quale strategia nazionale.

«Risponderemo ai sequestri delle navi russe ovunque sarà necessario». La frase di Vladimir Putin, pronunciata a metà agosto, è rivolta all’Europa nel suo insieme. Ma arriva a poche settimane da un’operazione condotta da una nave ammiraglia italiana contro una petroliera della flotta ombra russa, e in un mese in cui la tensione tra Italia e Russia ha toccato il punto più alto degli ultimi anni.
I fatti sono quattro, concentrati in due settimane. Un attentato in un ristorante italiano nel centro di Mosca. Un abbordaggio nel Mediterraneo. Un avvertimento del Cremlino sui sequestri navali. Un allarme del ministro della Difesa italiano sul fianco orientale della NATO.
La cronaca italiana li ha registrati uno per uno, come episodi separati. Messi in fila, raccontano qualcosa di diverso: un attrito che cresce per accumulo, senza che nessuna delle due capitali abbia dichiarato di volerlo. Vediamo i fatti, uno alla volta. I giudizi possono attendere.

CREAZIONE SITI WEB
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L’attentato al ristorante italiano di Mosca e le due versioni

La sera del primo agosto un ordigno esplode al Balzi Rossi, ristorante italiano di lusso in piazza Kudrinskaya, nel centro di Mosca. Il bilancio è di cinque morti e diciannove feriti. Il locale era chiuso al pubblico per una festa privata: secondo diversi media russi, il compleanno del generale Aleksandr Chaiko, comandante delle Forze aerospaziali russe, rimasto illeso.
Una donna avrebbe introdotto l’ordigno presentandolo come un regalo. Le indagini della procura moscovita seguono la pista del terrorismo ucraino. Kiev non ha commentato.
Fin qui i fatti. Poi cominciano le versioni. L’ambasciata russa a Roma ha sostenuto che l’attentato al ristorante italiano di Mosca avesse anche lo scopo di intimidire gli italiani che lavorano in Russia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha respinto la ricostruzione definendola «una balla colossale»: perché mai, ha argomentato, gli ucraini dovrebbero intimidire una Nazione che sostiene Kiev?
Il punto fermo, per ora, è uno solo: nessun elemento investigativo è stato reso pubblico. Né a sostegno della responsabilità ucraina, né a dimostrazione di una volontà di colpire cittadini italiani. Le due narrazioni corrono parallele, e ciascuna serve a chi la pronuncia.

La petroliera russa abbordata a ovest di Pantelleria

Meno di ventiquattro ore dopo, all’alba del 2 agosto, la scena si sposta nel Mediterraneo. La Thaon di Revel, nave ammiraglia dell’operazione europea Eunavfor Med Irini, intercetta a ovest di Pantelleria la Toa Payoh, petroliera sottoposta a sanzioni dell’Unione Europea e riconducibile alla flotta ombra russa — la rete di navi dalle proprietà opache con cui Mosca aggira le restrizioni sull’export petrolifero, la stessa di cui ci eravamo occupati con il caso della Arctic Metagaz alla deriva verso Lampedusa.
La nave era partita il 16 luglio da Cotonou, in Benin, diretta a Istanbul, dichiarando bandiera del Camerun. Proprio la legittimità di quella bandiera era l’oggetto del controllo: secondo una fonte citata da Reuters, la registrazione camerunense sarebbe stata acquisita appena una settimana prima.
Il comandante della petroliera, in un primo momento, non collabora. Una squadra di militari italiani raggiunge allora la nave con un elicottero e conduce le verifiche. L’ispezione dura circa due ore, con il supporto di una nave greca e di un aereo da pattugliamento polacco, e si conclude senza incidenti. Tutto avviene in acque internazionali, nel quadro dell’articolo 110 della Convenzione UNCLOS, che consente a una nave militare di verificare la nazionalità di un mercantile quando ricorrono le condizioni previste.
È la seconda operazione italiana di questo tipo. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è complimentato con l’equipaggio per «professionalità, preparazione e fermezza». Gli accertamenti sulla posizione della Toa Payoh rispetto alle sanzioni europee sono ancora in corso. Un dato va registrato con onestà: l’operazione è stata condotta secondo il diritto del mare, senza forzature. La professionalità della Marina non è in discussione. La domanda, semmai, riguarda la cornice politica in cui quella professionalità viene impiegata.

L’avvertimento di Putin sui sequestri navali

La risposta di Mosca arriva a metà agosto, per bocca del suo presidente. Putin avverte che la Russia risponderà ai sequestri delle proprie navi «ovunque sarà necessario». Il destinatario formale è l’Europa intera, impegnata a stringere le maglie sulle petroliere sanzionate. Ma il messaggio arriva dopo l’abbordaggio a guida italiana, e nessuna cancelleria europea ha avuto bisogno di farselo spiegare.
Va detto con chiarezza: non è una minaccia diretta all’Italia. È qualcosa di più sottile — la definizione di una linea rossa su un terreno, il controllo delle rotte energetiche, che per la Russia in guerra è questione esistenziale. La flotta ombra è il pilastro logistico con cui Mosca finanzia lo sforzo bellico, in un momento in cui la sua economia energetica mostra crepe profonde, come raccontato nella crisi del carburante ammessa dallo stesso Putin. Chi tocca quella flotta, tocca il bilancio di guerra russo.

Crosetto, il Baltico e la strategia dell’attrito

Il quarto tassello arriva il 15 agosto. Crosetto, in interlocuzioni riservate con gli alleati, avverte che la strategia di Mosca sarebbe quella di aumentare progressivamente la tensione, provocare reazioni e misurare la capacità di risposta della NATO, con provocazioni sempre più frequenti sul fianco orientale.
Non sono solo parole. Dall’inizio di agosto l’Aeronautica militare italiana è tornata operativa in Lituania con la task force Baltic Thunder III: dalla base di Siauliai, gli intercettori italiani garantiscono l’allarme di reazione rapida, pronti a decollare in pochi minuti in presenza di velivoli o droni sospetti.
L’Italia, dunque, è presente su due scacchieri: nel Mediterraneo con la Marina, nel Baltico con l’Aeronautica. In entrambi i casi esegue mandati europei o atlantici. In entrambi i casi si trova in prima linea in un attrito con una potenza che — va ricordato — resta interlocutore storico della Nazione, con la quale l’Italia ha intrattenuto per decenni un rapporto energetico e commerciale che nessuna guerra cancella dalla geografia. Un attrito che si somma alle difficoltà crescenti di Mosca su altri fronti, dalla Siria all’Ungheria, che avevamo analizzato nel quadro dell’isolamento strategico russo.

Le domande che restano aperte

I fatti sono questi. Le domande cominciano dove i fatti finiscono.
Chi ha stabilito il livello di attrito che l’Italia deve sostenere con la Russia? Le operazioni della Marina e dell’Aeronautica discendono da mandati europei e atlantici, non da una deliberazione parlamentare italiana su quanto rischio la Nazione intenda assumersi. Esiste, a Roma, una valutazione autonoma di dove convenga fermarsi — o l’Italia esegue, professionalmente e bene, decisioni prese altrove?
E ancora: se l’attrito dovesse crescere, chi ne pagherebbe i costi? La storia recente, da Hormuz in poi, suggerisce una risposta scomoda: le Nazioni manifatturiere senza sovranità energetica pagano sempre il conto delle guerre che non hanno deciso.
Non abbiamo risposte da imporre. Registriamo che in due settimane Roma e Mosca si sono parlate attraverso un attentato conteso, un abbordaggio, un avvertimento presidenziale e un allarme ministeriale. Nessuno ha dichiarato una crisi. Ma le crisi vere, di solito, non si dichiarano: si accumulano.

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