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Italia

Gli israeliani ripopolano la Valsesia: cos’è il Progetto Baita

Federico Galli

Una valle che si spopolava rinasce grazie a ottanta famiglie in fuga da un conflitto senza fine. E mentre le scuole riaprono, la sinistra filo-palestinese grida alla "colonia". Fino al proiettile recapitato al sindaco di Varallo.

Riassunto dell'articolo

Oltre 80 famiglie israeliane si sono trasferite in Valsesia grazie al Progetto Baita, fondato nel 2022 da Ugo Luzzati per ripopolare una valle in crisi demografica. La fuga si inserisce nella yerida, l'emigrazione crescente da Israele certificata dalla Knesset. L'integrazione riuscita è stata attaccata dalla sinistra filo-palestinese con l'etichetta di "colonia", fino alle minacce e a un proiettile recapitato al sindaco di Varallo, Pietro Bondetti.

Gli israeliani in Valsesia sono ormai una realtà consolidata: oltre ottanta famiglie trasferite, più di quattrocento soci di un progetto di accoglienza, una settantina di bambini che hanno riempito classi destinate a chiudere. In una valle piemontese segnata da decenni di spopolamento, la notizia dovrebbe essere una sola: la montagna italiana torna a vivere. E invece la Valsesia è finita al centro di una campagna che parla di “colonia” e “insediamenti”, culminata in minacce e in un proiettile recapitato a un sindaco. Vale la pena raccontare questa storia dall’inizio, perché dice molto di Israele, dell’Italia e di chi non tollera un’integrazione riuscita.

CREAZIONE SITI WEB
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Cos’è il Progetto Baita e chi è Ugo Luzzati

Il Progetto Baita nasce nel 2022 da un’idea di Ugo Luzzati, ebreo italiano cresciuto a Genova e vissuto per quasi quarant’anni in Israele, prima di tornare stabilmente nella valle dove da sempre trascorreva le vacanze. Il nome unisce l’ebraico “bayit”, casa, e “Ita” per Italia.

L’origine è quasi banale nella sua concretezza. Una maestra della zona si lamentava con Luzzati delle classi semivuote, dei banchi che ogni anno diminuivano. Da lì l’intuizione: portare in Valsesia le famiglie israeliane che cercavano un’alternativa a una vita sotto pressione costante.

L’associazione, senza scopo di lucro, accompagna i nuovi arrivati passo dopo passo: casa, documenti, scuola, lavoro, lingua. Dopo l’ottobre 2023 il flusso è cresciuto, distribuendosi tra Borgosesia, Varallo, Cravagliana, Civiasco, Balmuccia, Scopello e Rimasco. Il gruppo bilingue “Vita in Valsesia”, nato nel 2023, ha superato gli undicimila iscritti.

Perché gli israeliani lasciano Israele: la yerida

Per capire gli israeliani in Valsesia bisogna guardare a ciò che accade dall’altra parte del Mediterraneo. L’emigrazione da Israele ha un nome antico e carico di stigma: yerida, la “discesa”, l’esatto contrario dell’aliyah, la “salita” verso la terra promessa. Per decenni chi partiva veniva guardato con sospetto. Oggi il fenomeno si è normalizzato, e i numeri lo dimostrano.

Un rapporto del Centro di ricerca della Knesset ha certificato il salto: dai circa 40.500 emigranti annui registrati fino al 2021 si è passati a 59.400 nel 2022, con un’ulteriore impennata negli anni successivi. Un quarto dei dottori di ricerca in matematica israeliani vive all’estero, insieme al 22 per cento degli informatici e al 19 per cento dei genetisti.

A partire è la parte più qualificata della società: medici, ingegneri, ricercatori, professionisti laici e urbani. Persone stanche della guerra permanente, della polarizzazione politica, di uno Stato in cui — parole dello stesso Luzzati — “si è rotto qualcosa”. Non registriamo qui un giudizio sul governo di Gerusalemme: registriamo un fatto demografico che la stessa Knesset definisce una minaccia strategica.

Chi sono le famiglie israeliane arrivate in valle

Il profilo dei nuovi valsesiani è omogeneo: famiglie con figli, istruzione medio-alta, professioni qualificate. Molti dispongono di un passaporto europeo ereditato dai nonni dell’Europa orientale o ottenuto grazie alle leggi spagnole e portoghesi sui discendenti dei sefarditi; altri hanno permessi da lavoratori altamente qualificati.

Comprano case in pietra, spesso indipendenti e con terreno, imparano l’italiano, iscrivono i figli nelle scuole del posto. Il mercato immobiliare locale si è rianimato, i residenti parlano apertamente di una risorsa. Il “modello Varallo” ha attirato l’attenzione di testate internazionali, dal Süddeutsche Zeitung ad Haaretz, e persino di una cittadina tedesca vicino a Berlino che studia la valle per replicarne il metodo contro il proprio spopolamento.

È il punto che merita di essere sottolineato: qui l’integrazione funziona perché poggia su ciò che rende possibile ogni integrazione vera. Famiglie strutturate, volontà di radicarsi, lavoro, rispetto della comunità che accoglie. La montagna non chiede altro.

Perché la sinistra parla di “colonia israeliana” in Valsesia

Eppure proprio questa storia è diventata bersaglio. Nella primavera del 2026 una parte della stampa filo-palestinese ha rilanciato il caso con un lessico preciso: “nuovi insediamenti”, “enclave”, “colonia israeliana”. Parole scelte per evocare un parallelo diretto con gli insediamenti in Cisgiordania, come se ottanta famiglie con bambini in una valle alpina fossero un avamposto militare.

La Comunità ebraica ha risposto con durezza, ricordando che le famiglie trasferite in Valsesia non rispondono delle scelte del governo Netanyahu, e che attribuire a ogni ebreo una responsabilità collettiva per le azioni di Israele ha un nome preciso, e non è critica politica. Difficile darle torto: si tratta, per giunta, di persone che da quelle scelte sono fuggite.

Il paradosso è totale. La stessa area politica che predica accoglienza senza condizioni per ogni flusso migratorio scopre improvvisamente il problema dell'”insediamento straniero” quando i nuovi arrivati sono ebrei israeliani che pagano le case, mandano i figli a scuola e riaprono le botteghe. L’ideologia, evidentemente, pesa più della realtà.

Il proiettile al sindaco di Varallo e la posta in gioco

La campagna non è rimasta sulla carta. Al sindaco di Varallo, Pietro Bondetti, è stata recapitata una busta con un proiettile e minacce esplicite contro il Progetto Baita e contro l’arrivo di altre famiglie. Tra i nuovi residenti serpeggia il timore che l’odio coltivato in rete finisca per condizionare la vita reale.

È qui che la vicenda degli israeliani in Valsesia smette di essere cronaca locale e diventa questione nazionale. Una valle che rinasce grazie a famiglie che lavorano, si radicano e rispettano chi le accoglie è un patrimonio della Nazione, non un problema. Il problema è chi importa il conflitto mediorientale tra le case di pietra delle Prealpi, trasformando bambini che riempiono le aule in simboli da colpire. La Valsesia ha scelto la vita. Chi le spedisce proiettili ha scelto altro, e sarebbe bene che tutta la politica italiana lo dicesse con chiarezza.

Fonti

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Federico Galli
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2 Risposte

  1. Ugo Luzzati ha detto:

    Salve,
    perche’ mettere una foto di un ebreo religioso quando tra gli immigrati, ebrei e arabi – non esiste un solo religioso?

    Sono l’ideatore del progetto Baita. Intervengo per ristabilire la realtà dei fatti di fronte a calunnie e tesi complottiste del tutto irreali.
    Chiunque sia disposto a verificare su Internet può constatare che il sionismo è un movimento nato alla fine del XIX secolo per sostenere il diritto del popolo ebraico a uno Stato nazionale in Medio Oriente – non altrove.
    Per un sionista, l’idea di trasferirsi a vivere in un altro Paese sarebbe la negazione stessa del proprio ideale.
    Di conseguenza, parlare di “colonizzazione sionista” in Italia è un ossimoro: un’affermazione che si smentisce da sola.

    La realtà, che alcuni non accettano, è che gli israeliani che si sono trasferiti a vivere in Valsesia sono emigrati da un paese in cui non riescono più a riconoscersi.

    Lascio i teoremi infondati a chi li scrive. In questo audio [link sotto] racconto invece la realtà di come è nato il progetto Baita in Valsesia, e sono pronto a rispondere a chi desidera chiedermi ulteriori spiegazioni.

    https://www.sniperwebtv.it/primo-piano/il-caso-degli-israeliani-in-valsesia-la-versione-di-ugo-luzzati/

    [Se non compare l’iperlink è necessario copiare questo link in un browser]

  2. Matteo Di Bello ha detto:

    Buongiorno dott. Luzzati. Nell’articolo è specificato quanto dice. La scelta dell’immagine non è tanto legata al riferimento religioso quanto nazionale per far capire che non tutti gli israeliani sono come Netanyahu e alcuni israeliani fuggono proprio da lui, come i nuovi abitanti della Valsesia

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