C’è un’isola nel Golfo Persico che vale più di molti Stati. Non ha monumenti, non ha turisti, non ha storia che si impari a scuola — se non quella, dimenticata, dei prigionieri politici che lo scià vi confinava negli anni Quaranta. È un fazzoletto di corallo lungo otto chilometri e largo cinque, circondato da acque profonde che permettono l’attracco delle superpetroliere. Si chiama Kharg. E in questo momento è probabilmente il punto più pericoloso del pianeta.
Da Kharg transita il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran. Circa 1,5 milioni di barili al giorno, per un valore che nel 2025 ha superato i 53 miliardi di dollari di ricavi netti — l’11% dell’intero PIL iraniano. Oleodotti sottomarini convogliano il greggio dai giacimenti di Aboozar, Forouzan e Dorood fino ai depositi dell’isola, che possono stoccare 30 milioni di barili. Da lì, le petroliere — quasi tutte dirette in Cina — caricano e attraversano lo Stretto di Hormuz.
Il 20 marzo 2026, la Casa Bianca ha detto una frase che avrebbe dovuto far tremare ogni cancelleria europea: “Le forze armate statunitensi possono conquistare l’isola di Kharg in qualsiasi momento se il presidente dà l’ordine”. A pronunciarla è stata Anna Kelly, vice portavoce della Casa Bianca, in risposta a un’inchiesta di Axios che rivelava piani concreti di occupazione dell’isola da parte dell’amministrazione Trump.
Non è una minaccia generica. È un piano con tempi, risorse e obiettivi dichiarati. E le sue conseguenze, per l’Europa e per l’Italia, sarebbero catastrofiche.
Il piano: un mese per prendere l’isola
Axios ha pubblicato il 20 marzo un’inchiesta basata su quattro fonti interne all’amministrazione che delinea lo scenario operativo. L’obiettivo strategico è costringere l’Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz — chiuso dalla notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo — usando Kharg come leva negoziale. La logica è brutale: se controlli il terminale da cui passa il 90% del petrolio iraniano, controlli l’economia del nemico.
Secondo le fonti, l’operazione richiederebbe circa un mese di preparazione: altre settimane di raid aerei per degradare le difese iraniane nell’area dello Stretto, seguite da un’operazione anfibia di conquista. Tre unità di Marines sono già in viaggio verso il Golfo: la 31ª Marine Expeditionary Unit sulla USS Tripoli, la 11ª MEU con il gruppo tattico USS Boxer (2.200 militari), e ulteriori rinforzi in fase di definizione. In totale, circa 4.400 Marines aggiuntivi in rotta verso il teatro operativo.
Trump, dal canto suo, ha già iniziato la preparazione retorica. Il 13 marzo ha ordinato raid massicci contro le installazioni militari sull’isola, definendoli un “colpo di avvertimento”. Il 20 marzo ha dichiarato di aver “totalmente obliterato” tutti gli obiettivi militari su Kharg, aggiungendo una frase rivelatrice: “Abbiamo distrutto tutto tranne i tubi. Li abbiamo lasciati perché ricostruirli richiederebbe anni”. E ancora: “La chiamo la piccola isola che sta lì, totalmente indifesa”.
Il senatore Lindsey Graham, tra i più influenti nell’orientare la politica iraniana di Trump, ha scritto su X che controllare Kharg “potrebbe accorciare drammaticamente la guerra”, definendola un’opportunità rara in cui “un nemico offre un singolo bersaglio capace di alterare l’esito del conflitto”.
Novanta per cento: il punto di rottura singolo più grande al mondo
Per comprendere cosa significherebbe un attacco alle infrastrutture petrolifere di Kharg, bisogna capire perché quell’isola è unica. Nessun altro grande produttore di petrolio al mondo concentra una percentuale paragonabile delle proprie esportazioni in un singolo punto. L’Arabia Saudita ha Ras Tanura, Yanbu, Juaymah e numerosi altri terminali. Gli Emirati hanno Fujairah, Jebel Ali, Ruwais. La Russia dispone di decine di porti su tre oceani diversi. L’Iran ha Kharg — e quasi nient’altro.
Il motivo è geografico. La costa sudoccidentale iraniana è troppo bassa e le acque troppo poco profonde per permettere l’attracco delle VLCC (Very Large Crude Carriers), le superpetroliere che trasportano il grosso del greggio mondiale. Kharg, con le sue acque profonde, è l’unico punto della costa occidentale iraniana dove possono attraccare. L’alternativa esiste — il terminale di Jask, sul Golfo di Oman, inaugurato nel 2021 — ma ha una capacità di appena 300.000 barili al giorno, un quinto di quella di Kharg. Come ha scritto Kpler nella sua analisi del 16 marzo: “Se Kharg venisse gravemente danneggiata o chiusa per un periodo prolungato, Teheran non perderebbe solo un punto di carico — perderebbe il terminale che gestisce quasi tutte le sue esportazioni di greggio via mare”.
I dati Kpler mostrano che nei giorni immediatamente precedenti l’inizio della guerra, l’Iran aveva accelerato le esportazioni da Kharg fino a superare i 3 milioni di barili al giorno — il doppio della media — probabilmente anticipando le disruption. A febbraio, le scorte sull’isola sono calate di 8 milioni di barili, segno che Teheran stava svuotando i depositi per massimizzare i ricavi prima dell’impatto.
150 dollari al barile: lo scenario che nessuno vuole calcolare
Se gli Stati Uniti colpissero le infrastrutture petrolifere di Kharg — non solo le installazioni militari, ma i terminali di carico, gli oleodotti, i depositi — le conseguenze sui mercati sarebbero immediate e violente. Gli analisti di JPMorgan hanno stimato che la rimozione di 1,5-2 milioni di barili al giorno dal mercato globale potrebbe spingere il greggio fino a 150 dollari al barile. Down to Earth, citando analisti del settore, ha confermato la stessa proiezione.
Per contestualizzare: il Brent è già sopra i 100 dollari per effetto della chiusura di Hormuz. Il prezzo alla pompa in Italia ha già superato 1,80 euro al litro — e questo prima del decreto carburanti del 19 marzo, che ha tagliato le accise di 25 centesimi per 20 giorni come misura tampone. Un petrolio a 150 dollari significherebbe benzina ben oltre i 2,50 euro al litro, un’esplosione dei costi di trasporto che si trasferirebbe su ogni bene di consumo, e un’inflazione che secondo la BCE avrebbe “un impatto rilevante” sull’economia europea.
Ma il prezzo del greggio è solo il primo ordine di effetti. Il secondo è la rappresaglia iraniana. Teheran ha avvertito ripetutamente che un attacco alle proprie infrastrutture petrolifere innescherebbe ritorsioni contro le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo — quelle che riforniscono l’Europa. JPMorgan ha identificato come potenziali bersagli Ras Tanura (Arabia Saudita), l’impianto di trattamento di Abqaiq (il più grande al mondo) e il terminale di Fujairah (Emirati). L’Arabia Saudita ha già subito attacchi missilistici iraniani dall’inizio del conflitto. Un’escalation su Kharg potrebbe trasformare il Golfo Persico in una zona di distruzione reciproca delle infrastrutture energetiche — lo scenario peggiore per un’Europa che da quello stretto e da quei Paesi dipende per una quota cruciale del proprio approvvigionamento.
L’Italia nel mirino dei prezzi
L’Italia è tra i Paesi europei più esposti a questo scenario. Come abbiamo documentato analizzando la crisi energetica innescata dalla chiusura di Hormuz, il nostro approvvigionamento di GNL dal Qatar — che rappresenta il 45% delle importazioni italiane di gas naturale liquefatto — transita interamente per lo Stretto. La chiusura ha già fatto esplodere il TTF europeo e le bollette di luce e gas sono aumentate del 30-40%.
Un attacco a Kharg aggiungerebbe a questa crisi un secondo shock: non più solo la disruption delle rotte marittime, ma la distruzione fisica della capacità produttiva di un importante esportatore. E se la rappresaglia iraniana colpisse le infrastrutture saudite ed emiratine, l’Europa si troverebbe a fronteggiare una tripla crisi simultanea: Hormuz chiuso, Kharg distrutta, infrastrutture del Golfo danneggiate.
Il decreto carburanti del 19 marzo — 25 centesimi di taglio accise per 20 giorni — è la misura di un governo che gestisce l’emergenza al giorno per giorno. Ma 20 giorni non sono una strategia. E se lo scenario Kharg si materializza, nessun taglio temporaneo delle accise sarà sufficiente a contenere l’onda d’urto.
L’alternativa che non c’è: perché l’Europa non ha voce
C’è un dettaglio nelle dichiarazioni di Trump che dovrebbe essere inciso nel marmo di ogni palazzo istituzionale europeo. Parlando dello Stretto di Hormuz il 20 marzo, il presidente americano ha detto: “Noi non usiamo lo Stretto. Serve a Europa, Cina, Giappone. A un certo punto si aprirà da solo”.
In quella frase c’è tutto. Gli Stati Uniti — grazie alla rivoluzione dello shale oil — sono sostanzialmente autosufficienti sul piano energetico. Non dipendono da Hormuz. Non dipendono dal Golfo. La guerra all’Iran, per Washington, ha obiettivi strategici e nucleari, non energetici. Il costo energetico della guerra lo pagano altri: l’Europa, il Giappone, l’India, la Corea del Sud.
E l’Europa, in risposta, ha prodotto — al Consiglio europeo del 19-20 marzo — una richiesta di “moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e idriche”. Una moratoria. Chiesta a parti belligeranti che non l’hanno richiesta, non l’hanno accettata, e non hanno alcun incentivo a rispettarla. Come abbiamo scritto analizzando l’assenza geopolitica dell’Europa nella crisi iraniana, il continente continua a gestire le conseguenze di decisioni altrui senza la capacità — o la volontà — di influenzarle.
L’unico paese europeo che ha provato a esercitare una forma di sovranità è stata la Spagna di Sánchez, che ha negato l’uso delle basi. Il Regno Unito ha fatto il contrario — e oggi ne paga le conseguenze con i missili su Diego Garcia. L’Italia sta nel mezzo, con una postura che abbiamo analizzato come costruita interamente in negativo: non siamo in guerra, non siamo complici, non siamo isolati.
Ma il prezzo alla pompa, quello, è positivo. E sale.
Il precedente: quando Saddam bombardò Kharg
Non è la prima volta che Kharg viene attaccata. Durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), l’aviazione irachena bombardò ripetutamente l’isola con l’obiettivo di strangolare l’economia iraniana. Tra il 1982 e il 1986, i raid danneggiarono gravemente i terminali di carico, riducendo le esportazioni iraniane a una frazione della capacità. Le riparazioni richiesero anni dopo la fine della guerra.
Ma il contesto di allora era radicalmente diverso. Negli anni Ottanta, il mercato petrolifero mondiale aveva capacità di riserva. L’Arabia Saudita poteva aumentare la produzione. L’Europa non dipendeva dal GNL qatariota. E la guerra Iran-Iraq, per quanto devastante, non coinvolgeva lo Stretto di Hormuz nella stessa misura.
Oggi la capacità di riserva globale è ai minimi. L’OPEC+ è già vicina ai limiti produttivi. Lo Stretto è chiuso. I depositi europei di gas sono ai livelli stagionali più bassi da anni. Un attacco a Kharg nel 2026 avrebbe un impatto incomparabilmente superiore a quello degli anni Ottanta — e l’Europa è incomparabilmente meno preparata ad assorbirlo.
La guerra che decide il prezzo della tua bolletta
L’isola di Kharg è il punto in cui la geopolitica smette di essere una disciplina da addetti ai lavori e diventa il numero stampato sulla bolletta del gas. Ogni decisione che viene presa — o non presa — nelle prossime settimane a Washington, a Teheran, nel Golfo, avrà un impatto diretto e misurabile sulla vita di milioni di europei.
Trump vuole Hormuz aperto. L’Iran tiene Hormuz chiuso come unica leva negoziale rimasta. Kharg è il punto di pressione: se Washington la conquista, Teheran perde la sua fonte di reddito primaria. Se Teheran la difende attaccando le infrastrutture dei vicini, l’intero Golfo diventa una zona di guerra energetica. In entrambi i casi, il prezzo lo paga chi è al di fuori del conflitto e non ha strumenti per influenzarlo.
L’Europa ha chiesto una moratoria. L’Iran ha lanciato missili a 3.810 chilometri. Gli Stati Uniti hanno 4.400 Marines in viaggio verso il Golfo. E l’isola di Kharg, otto chilometri di corallo con 30 milioni di barili nei depositi, aspetta.
Fonti
Axios — Trump mulls risky Kharg Island takeover to force Iran to open strait (20 marzo 2026)
Al Arabiya — US could ‘take out’ Iran’s Kharg Island any time: White House (20 marzo 2026)
TIME — What To Know About Kharg Island, the Oil Hub at the Center of the Iran War (14 marzo 2026)
CNBC — Iran war: Tehran’s oil industry is powered by Kharg Island (9 marzo 2026)
Kpler — Why Kharg Island is the backbone of Iran’s oil economy — and its greatest vulnerability (16 marzo 2026)
Euronews — Why Kharg Island is vital to Iran and the global economy (16 marzo 2026)
Al Jazeera — The ‘orphan pearl’: Inside Kharg, the beating heart of Iran’s oil empire (11 marzo 2026)
ABC News — What is Kharg Island? Iranian petroleum site takes center stage (marzo 2026)
RID Rivista Italiana Difesa — Iran, l’isola di Kharg il banco di prova dei nuovi Marines? (16 marzo 2026)
Down to Earth — Kharg Island: Iran’s untouched oil export hub amidst US-Israel tensions (marzo 2026)

