Il blocco navale di Hormuz doveva finire venerdì sera. Lo ha annunciato Donald Trump su Truth, invitando le navi ferme nel Golfo a «fare ritorno a casa» e firmandosi «il vostro Presidente preferito». Poche ore dopo, l’annuncio era già contraddetto: Teheran nega che esista un’intesa definitiva, attorno all’isola di Qeshm scatta la difesa aerea e nello Stretto non si muove nulla. A questo punto la domanda non è più soltanto se Trump dica il vero. È perché continui a parlare in modo così avventato — e a chi convenga.
Teheran nega l’accordo: «annunci unilaterali e autocelebrativi»
L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, è netta: nessun accordo definitivo è stato raggiunto, e le parole di Trump vanno accolte «con scetticismo», perché rientrano nel suo «consueto schema di annunci unilaterali e autocelebrativi». L’agenzia Fars aggiunge che il presidente avrebbe rivendicato la vittoria con punti che contraddicono la bozza, negando che l’Iran abbia accettato di riaprire lo Stretto. La Casa Bianca, dal canto suo, aveva liquidato la versione iraniana come «una totale invenzione».
Due propagande speculari. L’unica cosa che entrambe confermano è che l’intesa, per ora, non c’è — e che il memorandum non è firmato, come ha ammesso lo stesso vicepresidente JD Vance: «non posso garantire che ci arriveremo».
Ogni annuncio muove il petrolio. E c’è chi scommette prima
Ed eccoci al punto che i dispacci d’agenzia tendono a non porre. Ogni dichiarazione del presidente americano sulla guerra in Iran sposta il prezzo del greggio di punti percentuali in pochi minuti. E attorno ad alcune di queste dichiarazioni si sono registrati movimenti di mercato anomali, finiti sotto la lente di senatori, autorità di vigilanza e procure.
Qualche esempio, tutto documentato. Il 23 marzo, sedici minuti prima che Trump annunciasse il rinvio degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, i futures sul petrolio si sono impennati. Prima di un altro post — quello in cui minacciava di «cancellare» l’Iran se non avesse riaperto Hormuz — un’analisi di Financial Times e Bloomberg ha rilevato in un solo minuto circa 6.200 contratti su Brent e WTI, per 580 milioni di dollari, contro una media di settecento. Il 7 aprile, tre ore prima dell’annuncio di una tregua, oltre quindici milioni di barili sono passati di mano in due minuti, per 1,7 miliardi; alla riapertura il WTI è crollato di oltre il quindici per cento. Su quegli scambi la senatrice Elizabeth Warren ha chiesto un’indagine alla CFTC; il premio Nobel Paul Krugman ha usato una sola parola: «tradimento».
L’accusa più grave arriva dall’interno. L’ex direttore della comunicazione della Casa Bianca Anthony Scaramucci sostiene che un’ora prima di una moratoria sugli attacchi siano stati comprati 1,5 miliardi in futures sull’indice azionario e 192 milioni sul greggio, con profitti stimati tra i trecento e i quattrocento milioni, e parla apertamente di «un’operazione finanziaria gestita dalla Casa Bianca». Sono accuse, non sentenze: la SEC non ha confermato di aver indagato, e i presidenti muovono i mercati con le loro parole da sempre. Ma il sospetto è così diffuso che perfino lo speaker del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha consigliato a Wall Street di trattare gli annunci americani come un «indicatore inverso».
Chi paga il conto e chi potrebbe incassarlo
Qui la vicenda smette di essere una curiosità americana e diventa un problema europeo. Perché gli annunci che muovono il greggio sono gli stessi che decidono quanto pagheremo l’energia. Dallo Stretto passa circa un terzo dei fertilizzanti commerciati nel mondo: con il blocco, il prezzo dell’urea ha toccato 765 euro a tonnellata, oltre il 55% in più rispetto al 2025. Prima sale il costo dell’input, poi la pressione si scarica sui prezzi alimentari.
L’Europa importa energia e fertilizzanti e siede fuori dal tavolo — otto Nazioni mediatrici, senza Bruxelles — dove si decide il futuro del Golfo. La Nazione italiana, tra le più esposte per la dipendenza dal gas naturale liquefatto, paga il prezzo più alto del conflitto. E lo paga due volte: nella bolletta e nell’impotenza. Mentre da una parte qualcuno, forse, incassa su un future, dall’altra una famiglia europea sconta in cassa l’oscillazione di un post.
La lezione di metodo
Per questo rilanciare ogni annuncio trionfale come una svolta non è soltanto ingenuo: è pericoloso. Quelle dichiarazioni non sono solo inaffidabili — vengono smentite dai fatti entro la stessa notte — ma sono anche eventi finanziari su cui pesa il sospetto della speculazione. Il blocco navale di Hormuz si misura sul traffico marittimo, non sui toni di un’intervista né sulla curva dei futures. Finché le navi restano ferme, la pace è una parola. Il conto, invece, è già arrivato. E a qualcuno, forse, è già fruttato.
Fonti
- Il Giornale — Trump: «Revocheremo il blocco di Hormuz». L’Iran smentisce: «Nessun accordo definitivo»
- Sky TG24 — Guerra Iran-USA, la diretta del 29 maggio 2026
- Adnkronos — Iran-Usa, il punto su negoziati, accordo e cessate il fuoco
- Il Tempo — Iran, intesa generale ma il blocco Usa a Hormuz continua. Trump: «Non ho fretta»
- CBS News — Oil trades surged just before Trump’s post on Iran talks. Some experts are suspicious
- Bloomberg (via Yahoo Finance) — Trump’s Iran Pivots Spotlight Washington’s Insider Trade Threat
- Benzinga — Former Trump Aide Alleges $400 Million Market Manipulation Tied To Trump
- U.S. Senate — Richiesta di indagine al SEC su possibile manipolazione di mercato e insider trading
- PBS NewsHour — Trump stock trades fuel accusations of profiting off the presidency
- Consiglio dell’Unione Europea — Documento sui costi dei fertilizzanti e dell’urea (2026)
- Il Politico Web — Hormuz, Trump annuncia la revoca del blocco navale: l’Iran resta cauto
- Il Politico Web — Accordo Iran-Usa: Trump annuncia l’intesa, Hormuz riaprirà
- Il Politico Web — Cosa vuole Trump dalla guerra in Iran: tre ipotesi
- Il Politico Web — Il gas del Qatar non tornerà per anni

