Le conseguenze economiche della guerra in Iran tornano a pesare sull’Europa nel momento in cui il conflitto, superati i cento giorni, si riaccende a partire dal fronte libanese. Nella notte tra il 7 e l’8 giugno Israele ha colpito obiettivi militari a Teheran, l’Iran ha risposto con tre ondate di missili e il tavolo negoziale resta sospeso. Ogni nuovo round di scontro si traduce in un rialzo immediato del prezzo del gas che ricade sulle famiglie e sulle imprese del continente.
Cosa è successo tra Beirut e Teheran
La sequenza è rapida e leggibile. A un raid israeliano sulla capitale libanese l’Iran ha replicato con tre ondate di missili dirette contro la base aerea di Ramat David, a una ventina di chilometri da Haifa, indicata da Teheran come il punto di partenza dell’attacco su Beirut.
I pasdaran hanno definito l’azione un avvertimento, motivandola con la tregua violata più volte. L’esercito israeliano sostiene di aver intercettato l’intera salva, una decina di missili, bollando l’attacco come un grave errore.
Poche ore dopo Israele ha colpito obiettivi militari a Teheran, nonostante l’appello telefonico della Casa Bianca perché si fermasse. L’Iran ha quindi sospeso tutti i voli all’aeroporto internazionale Imam Khomeini dalla mezzanotte dell’8 giugno fino a nuovo avviso.
Il Libano come motore della guerra in Iran
C’è una costante che spiega l’intera dinamica. Ogni volta che Tel Aviv apre il fronte libanese, colpendo Beirut o il sud del territorio, l’asse iraniano reagisce, la rappresaglia chiama la controrappresaglia e il negoziato salta.
Il Libano non è quindi un teatro secondario, ma l’innesco che riaccende a comando lo scontro con Teheran. Da qui la natura della scelta israeliana: ogni offensiva sul fronte settentrionale equivale a rimettere in moto la guerra più ampia.
La furia di Trump e il veto ignorato
Che si tratti di una scelta, e non di un destino subìto, lo dimostra la reazione dello stesso garante americano. All’inizio di giugno Donald Trump aveva posto il veto su un attacco a Beirut, richiamato indietro le truppe e contattato persino gli intermediari di Hezbollah per ottenere una garanzia di reciproca sospensione.
La stampa internazionale ha raccontato una telefonata durissima con Benjamin Netanyahu, con il presidente americano furioso per l’escalation e preoccupato dell’isolamento crescente di Israele. L’entourage del premier ha smentito le frasi più personali, confermando però i toni tesi del colloquio. Abbiamo ricostruito quella vicenda in un’analisi dedicata alla telefonata.
A pochi giorni di distanza, il veto è già stato ignorato. Il fronte si è riaperto, i missili sono tornati a volare e la diplomazia americana è stata scavalcata dall’iniziativa militare israeliana.
Perché la guerra in Iran fa aumentare il gas in Europa
Il meccanismo che trasferisce lo scontro mediorientale sulle bollette europee passa per un corridoio di mare. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale e oltre il 30 per cento del commercio globale di gas naturale liquefatto.
Ogni nuova fase di guerra alza il rischio percepito su quel passaggio e fa salire i prezzi prima ancora che cambi una sola consegna. Nei giorni della ripresa degli attacchi i contratti a termine sul gas hanno guadagnato oltre il 5 per cento, superando i 51 euro per megawattora, un valore che non si vedeva da settimane.
Sull’intero arco del conflitto il rialzo è strutturale: dall’inizio delle operazioni il gas nell’Unione è cresciuto di circa il 70 per cento e il greggio è passato da poco più di 70 dollari al barile fino a sfiorare i 120 nei picchi.
Quanto costa all’Italia e all’Europa
Per l’Italia il conto è particolarmente salato. Circa un quarto del gas naturale liquefatto consumato nella Nazione proviene dal Qatar e deve attraversare proprio Hormuz, con contratti di lungo periodo che legano per decenni le forniture a quel corridoio, come abbiamo documentato nell’analisi sulle forniture dal Golfo.
Le stime sui costi complessivi sono pesanti. Secondo il Centro Studi di Conflavoro, in uno scenario di blocco prolungato dello Stretto l’impatto sull’economia nazionale potrebbe arrivare a 33 miliardi di euro in sei mesi, pari a circa l’1,5 per cento del prodotto interno lordo, con punte del 3,5 per cento sulla manifattura e bollette in crescita fino al 30-40 per cento.
Anche sul fronte domestico l’effetto è diretto: associazioni di settore calcolano un aggravio di oltre 200 euro all’anno per ogni famiglia a fronte di un rincaro del 10 per cento su gas ed elettricità. Sono numeri che trasformano una guerra lontana in una voce di spesa quotidiana, come avevamo anticipato negli scenari sul rischio recessione.
La domanda che resta: chi paga il conto
A questo punto la questione smette di essere tecnica e diventa politica. Se l’escalation è una scelta, compiuta anche contro la volontà esplicita del principale alleato, allora i suoi costi non sono un evento naturale ma la conseguenza di una decisione presa altrove.
L’Europa, che non ha partecipato a quella decisione, ne sopporta però il prezzo più alto: energia più cara, manifattura sotto pressione, famiglie più povere. È il danno collaterale di una guerra che le viene scaricata addosso senza che le sia stata mai chiesta un’opinione.
La domanda che nessuno osa porre è elementare: perché chi alimenta lo scontro, ignorando perfino il proprio garante, non dovrebbe rispondere dei costi che riversa sulle Nazioni del continente? È una questione di responsabilità, prima ancora che di contabilità.
Bruxelles dichiara, l’Europa subisce
A fronte di tutto questo, la risposta delle istituzioni sovranazionali resta dichiaratoria. Dopo la ripresa degli attacchi, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha affermato che la regione non ha bisogno di nuova escalation e che le parti dovrebbero tornare al tavolo: un appello formulato a margine di una riunione informale, privo di qualsiasi leva operativa.
È la fotografia di una distanza ormai cronica. L’Europa come civiltà ha un peso economico enorme e un’esposizione diretta a ogni crisi del Mediterraneo; l’Unione come apparato burocratico non riesce a tradurre quel peso in capacità di incidere. Finché questa frattura non si colma, il continente continuerà a pagare conti decisi da altri, come avevamo già osservato analizzando l’assenza europea nel conflitto.
Fonti
- ANSA — Medio Oriente, Trump ferma Netanyahu su Beirut
- Il Messaggero — La telefonata tra Trump e Netanyahu sul Libano
- Sky TG24 — Guerra Iran, le conseguenze su gas e carburanti
- Il Sole 24 Ore — Impatto della guerra su energia ed economia
- Euronews — Perché in Europa petrolio e gas restano cari
- Materia Rinnovabile — Conseguenze per l’Italia tra energia e Hormuz

