Il 25 marzo 2026, il Centro Studi di Confindustria ha pubblicato il rapporto di previsione di primavera intitolato “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”. È un documento di settanta pagine che si può riassumere in tre numeri: +0,5%, zero, meno 0,7%. Sono i tre scenari per il PIL italiano nel 2026, e dipendono tutti dalla stessa variabile — quanto durerà la guerra in Iran. È la prima volta nella storia recente che il principale centro studi industriale del Paese condiziona l’intera previsione economica nazionale alla durata di un conflitto a seimila chilometri di distanza. Il dato, in sé, è già una notizia. Ma la notizia vera è un’altra: nessuno dei quindici articoli usciti nelle ore successive ha posto la domanda che quei numeri impongono. Perché l’Italia? Perché non la Francia, che cresce più del doppio? Perché non la Germania, che ha i suoi problemi ma non rischia la recessione per un blocco navale nel Golfo Persico? La risposta a questa domanda non sta nei mercati delle commodity. Sta nelle scelte — e nelle non-scelte — di chi governa questo Paese da trent’anni.
I tre scenari Confindustria: la mappa dei rischi che l’Italia non ha voluto prevenire
Il rapporto del Centro Studi costruisce tre traiettorie distinte, ciascuna legata a un’ipotesi sulla durata del conflitto in Iran. Nello scenario base — guerra conclusa entro fine marzo — il PIL italiano crescerebbe dello 0,5% nel 2026, con una revisione al ribasso di 0,2 punti rispetto alle stime di ottobre. Una crescita anemica, ma ancora positiva. L’inflazione salirebbe al 2,5% in media annua, con un picco vicino al 3%, e i prezzi di petrolio e gas aumenterebbero del 12% rispetto al 2025.
Nello scenario intermedio — conflitto prolungato fino a giugno, con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente chiuso — l’economia italiana entrerebbe in stagnazione: crescita zero, inflazione al 4,3%, rincaro dei prezzi energetici del 60%. Le imprese manifatturiere pagherebbero 7 miliardi di euro in più di bollette. La BCE sarebbe costretta a rialzare i tassi di un punto percentuale, chiudendo la fase espansiva iniziata nel 2024.
Nello scenario avverso — guerra prolungata fino a fine anno — l’Italia entrerebbe in recessione: PIL a meno 0,7%, inflazione al 5,9%, costi energetici in aumento del 133%. Le imprese manifatturiere subirebbero un sovraccosto di 21 miliardi di euro. La BCE alzerebbe i tassi di due punti. L’export si contrarrebbe dell’1,6%, gli investimenti dello 0,8%, i consumi scivolerebbero in territorio negativo. E la recessione proseguirebbe nel 2027 con un ulteriore meno 0,1%.
Tre giorni dopo Confindustria, è arrivato il taglio dell’OCSE: PIL italiano rivisto al +0,4% per il 2026, in calo di 0,2 punti rispetto a dicembre. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, nel programma trimestrale di emissione dei titoli di Stato, ha scritto che un conflitto prolungato avrebbe effetti negativi sulla crescita “oltre il breve periodo”. E l’ISTAT, il 26 marzo, ha certificato il crollo della fiducia dei consumatori: da 97,4 a 92,6 — il livello più basso da ottobre 2023 — con il clima economico precipitato da 99,1 a 88,1, le attese sul futuro crollate a 85,3. L’Unione Nazionale Consumatori ha definito il dato come il peggiore dal 2023, aggravato dal ritardo del governo nell’intervenire sui carburanti e dall’imminente aggiornamento delle tariffe ARERA per il secondo trimestre.
Tutti questi numeri sono pubblici. Tutti i giornali li hanno riportati. Ma nessuno li ha messi in fila per ciò che sono: non sfortuna, ma conseguenza.
Il prezzo dell’assenza: come l’Italia è diventata il Paese più esposto d’Europa
Per capire perché quei tre scenari colpiscono l’Italia più di qualunque altro Paese del G7, bisogna guardare un dato che Confindustria cita ma non analizza: la struttura della dipendenza energetica italiana.
L’Italia importa circa il 45% del gas naturale liquefatto dal Qatar. Ogni metro cubo di quel gas attraversa lo Stretto di Hormuz — un corridoio marittimo largo 33 chilometri tra Iran e Oman. ENI ha firmato con Doha contratti a lungo termine per la fornitura di fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia — ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualunque conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento.
Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità — ben al di sotto della media quinquennale. Goldman Sachs ha stimato che un blocco di un mese porterebbe i prezzi del gas TTF verso i 74 euro per MWh — lo stesso livello che nel 2022 innescò una crisi della domanda in tutto il continente. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL, con bollette in aumento fino al 30-40%. La CGIA di Mestre ha stimato un conto da quasi 10 miliardi per le sole imprese, con la Lombardia come regione più colpita: 2,3 miliardi, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana.
Il confronto con gli altri Paesi europei rende il quadro ancora più impietoso. La Francia genera il 70% della propria elettricità dal nucleare — il che la protegge radicalmente dagli shock sul gas. La Germania, dopo l’errore storico della dipendenza dal gas russo, ha investito massicciamente in terminali GNL sulle coste del Mare del Nord, creando vie di importazione che non passano per nessuno stretto a rischio. La Norvegia è autosufficiente. La Spagna ha un mix diversificato e infrastrutture di rigassificazione con capacità in eccesso.
L’Italia ha fatto esattamente quello che le veniva chiesto dopo il 2022: ha ridotto la dipendenza dal gas russo, ha diversificato le forniture, ha puntato sul GNL qatariota. Ma nel farlo ha sostituito una dipendenza con un’altra. Ha scambiato il gasdotto che la Russia poteva chiudere con lo stretto che l’Iran poteva bloccare. Ha cambiato il padrone della valvola, non la struttura della dipendenza. E nel frattempo, come abbiamo analizzato su queste pagine, la Cina ha continuato a comprare petrolio iraniano via dark fleet — almeno 11,7 milioni di barili dall’inizio del conflitto — mentre l’Europa, e l’Italia in particolare, è il vero danno collaterale di una guerra pensata per isolare Teheran ma che ha isolato tutti gli altri.
Una guerra illegale pagata in bolletta: il paradosso Crosetto
C’è un elemento che nessuna analisi economica ha voluto incorporare, e che trasforma il quadro da tecnico a politico.
Il 5 marzo 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto alla Camera per le comunicazioni sul conflitto in Iran. Incalzato dall’opposizione, ha pronunciato una frase che avrebbe dovuto cambiare tutto: l’intervento americano-israeliano è avvenuto “al di fuori del quadro del diritto internazionale”. Meloni, al Senato, ha confermato: “non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Ha usato la parola “abisso” per descrivere il momento. Ha riconosciuto che il rischio di escalation verso l’Ucraina è reale e imminente.
Queste parole hanno un peso politico e giuridico. L’articolo 11 della Costituzione vincola l’Italia a consentire limitazioni di sovranità solo nel quadro del diritto internazionale. Le basi americane sul territorio nazionale richiedono, per utilizzi non ordinari, il via libera del governo. La combinazione di questi due elementi offriva — e offre — uno spazio politico reale per negoziare.
Ma la risoluzione di maggioranza approvata alla Camera non cita mai gli Stati Uniti né Israele. Il governo ha autorizzato l’invio di sistemi di difesa aerea ai Paesi del Golfo. Non ha posto condizioni sull’uso delle basi. Non ha aperto una trattativa con Washington sui termini della partecipazione indiretta al conflitto. Ha detto che “se arriverà la richiesta, il governo la valuterà con il Parlamento” — una formula di rinvio che è già, in sé, una forma di acquiescenza preventiva.
Il Financial Times, il 13 marzo, ha rivelato che l’Italia stava negoziando bilateralmente con l’Iran il passaggio delle proprie navi commerciali attraverso Hormuz. È un fatto che conferma due cose: che Roma sa di avere leve diplomatiche con Teheran — e che le usa in silenzio, senza trasformarle in posizione politica.
Il paradosso è completo: un governo che riconosce l’illegalità della guerra, ne subisce le conseguenze economiche, negozia sottotraccia con il Paese bombardato — ma non traduce nulla di tutto questo in una postura pubblica che protegga i propri cittadini dal conto che sta arrivando. A differenza della Spagna, che ha negato l’uso delle proprie basi e ha condannato l’attacco senza ambiguità, l’Italia ha scelto il silenzio operativo. Il prezzo di quel silenzio lo pagano le famiglie nelle bollette e le imprese nei bilanci.
Da Mattei a Hormuz: settant’anni di relazioni Italia-Iran cancellati senza un piano B
Per misurare ciò che l’Italia sta perdendo bisogna guardare indietro. Il rapporto Roma-Teheran non è un’amicizia di convenienza recente: è una delle relazioni bilaterali più antiche e strutturate della politica estera italiana, con radici che precedono la Repubblica islamica.
Il momento fondante è il 1957. In quell’anno l’AGIP, controllata dall’ENI di Enrico Mattei, firma con la National Iranian Oil Company un accordo che rivoluziona le regole del mercato petrolifero mondiale. La “formula Mattei” rovescia il principio del 50-50 che le compagnie anglo-americane imponevano ai Paesi produttori: il 75% dei profitti va all’Iran, il 25% all’Italia. È un atto di rottura con il cartello delle Sette Sorelle, ma soprattutto un atto di rispetto — per la prima volta, un Paese produttore viene trattato come partner e non come concessione coloniale.
Da quel momento, e per quasi settant’anni, l’Italia ha costruito con l’Iran una relazione economica, diplomatica e culturale senza equivalenti in nessun altro Paese europeo. L’interscambio commerciale ha raggiunto i 6 miliardi di euro prima delle sanzioni. La visita del presidente Rouhani a Roma nel 2016 ha segnato il vertice di un percorso fatto di collaborazione industriale, scambi accademici, relazioni culturali.
La guerra sta cancellando tutto questo — non perché l’Italia l’abbia voluto, ma perché non ha fatto nulla per impedirlo. Il ritiro da Camp Singara a Erbil, nella notte tra l’11 e il 12 marzo, è la metafora perfetta: l’Italia smantella la propria presenza regionale — 300 militari ridotti, basi ridimensionate in Qatar, Kuwait e Bahrein — senza ottenere nulla in cambio. Né dalla guerra, né dalla pace. Né da Washington, che non la consulta prima di bombardare. Né da Teheran, che la vede come parte del fronte avverso nonostante i negoziati su Hormuz.
La “formula Mattei” aveva un presupposto: che l’Italia fosse un soggetto autonomo, capace di costruire relazioni fuori dal perimetro atlantico. La guerra in Iran ha dimostrato che quel presupposto non esiste più.
Il Decreto Bollette che la guerra ha già reso inutile
Il governo Meloni ha varato il Decreto Bollette nel febbraio 2026, prima dell’inizio del conflitto. Lo stanziamento era di 5 miliardi di euro, destinati a contenere i costi energetici per famiglie e imprese. Il provvedimento prevedeva riduzioni degli oneri di sistema, interventi sulle tariffe regolate e misure specifiche per le imprese energivore.
La guerra lo ha reso obsoleto nel giro di dieci giorni.
Le stime aggiornate al 25 marzo da Facile.it indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia — un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. A inizio marzo, prima che l’onda lunga si dispiegasse completamente, le stime parlavano di un aumento più contenuto: 121 euro per il gas e 45 euro per la luce. In meno di tre settimane, il conto si è quadruplicato.
Nomisma Energia stima un aumento del 15% sulle bollette del gas dal 1° aprile e dell’8-10% sull’elettricità nel secondo trimestre. ARERA aggiornerà le tariffe della luce per il trimestre aprile-giugno il 31 marzo — e il dato, secondo tutti gli analisti, sarà pesante.
Il Decreto Bollette non era sbagliato nella sua logica: era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio. Cinque miliardi di euro su un impatto che Conflavoro stima in 33 miliardi in sei mesi non sono un intervento — sono un gesto simbolico. La visita di Meloni in Algeria, alla ricerca di nuove forniture di gas, è un passo nella giusta direzione — la diversificazione delle fonti. Ma è un passo che arriva con anni di ritardo e che non risolve il problema strutturale: l’Italia non ha un cuscinetto strategico. Non ha terminali GNL in eccesso, non ha un piano nucleare, non ha riserve adeguate. Ha un Decreto Bollette che la realtà ha già superato.
L’Europa che non c’è e la sovranità che resta da costruire
Il rapporto Confindustria nota, in un passaggio che pochi hanno citato, che i tre scenari “non contemplano una auspicabile azione sia a livello europeo che italiano per affrontare una situazione grave”. È una frase tecnica che tradotta in italiano politico significa: stiamo descrivendo cosa succede se nessuno fa niente. E nessuno sta facendo niente.
L’Unione Europea ha reagito alla guerra in Iran con il protocollo abituale: comunicato di von der Leyen e Costa che definiva gli sviluppi “molto preoccupanti”, condanna della rappresaglia iraniana senza una parola sull’attacco che l’aveva scatenata, riunione straordinaria dei ministri degli Esteri con nessuna decisione operativa. Il phase-out del gas russo, completato in piena crisi, ha eliminato una dipendenza per costruirne un’altra — dallo Stretto che la Russia poteva minacciare a quello che l’Iran può bloccare. L’Europa ha obbedito alla logica sanzionatoria senza costruire l’autonomia energetica che avrebbe dovuto accompagnarla.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha chiesto Eurobond, debito pubblico comune, mercato unico europeo dell’energia. Sono le stesse proposte che circolano dal 2020 e che si materializzano solo sotto la pressione dell’emergenza — come durante il Covid — per poi svanire appena l’urgenza si attenua. La proposta di portare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL entro il 2035, come previsto dal nuovo impegno NATO, potrebbe generare un impatto cumulato sul prodotto italiano fino al +3% in dieci anni, secondo le stime dello stesso Centro Studi. Ma è un investimento che risponde a una logica americana — più difesa, più acquisti di armamenti, più integrazione nel sistema NATO — e non necessariamente a una logica europea di autonomia strategica.
La domanda di fondo resta quella che abbiamo posto fin dall’inizio di questa serie: l’Europa è un soggetto geopolitico o un mercato che altri proteggono e altri destabilizzano a seconda delle proprie convenienze? I numeri di Confindustria dicono che la risposta, per ora, è la seconda. E l’Italia, dentro quell’Europa assente, è il Paese che paga il prezzo più alto — perché al deficit di sovranità europea somma un deficit di sovranità nazionale che le è tutto proprio.
Fonti
Centro Studi Confindustria – Rapporto di previsione Primavera 2026, “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita” (25 marzo 2026)
OCSE – Interim Economic Outlook: PIL Italia rivisto a +0,4% nel 2026 (26 marzo 2026)
ISTAT – Fiducia dei consumatori e delle imprese, marzo 2026: indice consumatori crolla a 92,6 (26 marzo 2026)
ANSA – CGIA di Mestre: la guerra in Iran rischia di costare 10 miliardi alle imprese in bollette (7 marzo 2026)
Facile.it – Bollette luce e gas: previsti nuovi aumenti, spesa energetica a 2.952 euro per famiglia (25 marzo 2026)
Materia Rinnovabile – Guerra in Iran, le conseguenze per l’Italia: Conflavoro stima 33 miliardi di impatto in sei mesi (marzo 2026)
Euronews – Gli effetti della guerra in Medio Oriente sull’economia italiana (27 marzo 2026)
Sky TG24 – Guerra Iran, stangata sulle bollette: 166 euro in più per luce e gas (4 marzo 2026)
Geopop – Guerra in Iran, come impatta concretamente sull’Italia: i motivi degli aumenti di benzina, gas e luce (marzo 2026)
Facile.it – Perché la guerra in Iran potrebbe vanificare i benefici del Decreto Bollette 2026 (marzo 2026)

