Il fanatismo di Greta Thunberg blocca la raffineria norvegese
Un’altra dimostrazione di fanatismo cieco e militante. Greta Thunberg, divenuta ormai più una professionista della protesta che una voce del dibattito serio sull’ambiente, ha guidato circa 200 attivisti di Extinction Rebellion nel blocco della raffineria di Mongstad, il più grande impianto petrolifero della Norvegia, situato vicino a Bergen. Seduti sulla strada e con kayak e barche a vela davanti al porto, hanno paralizzato l’accesso a una struttura che garantisce lavoro, produzione e stabilità energetica per un’intera regione e per l’Europa.
Parole estreme, toni ideologici
“Non c’è futuro nel petrolio. I produttori hanno le mani sporche di sangue”, ha dichiarato Thunberg. Una retorica gridata e superficiale, che riduce la complessità della politica energetica a slogan aggressivi e allarmistici. In realtà, la Norvegia non solo è il principale fornitore europeo di petrolio e gas, ma è anche uno dei Paesi che reinveste maggiormente i proventi delle sue risorse naturali in tecnologie verdi, ricerca e sviluppo sostenibile. Greta e i suoi seguaci fingono di ignorare questo dato, perché non serve alla narrazione catastrofista che alimenta il loro movimento.
Proteste che rischiano di danneggiare l’Europa
Questa forma di attivismo non ha nulla di costruttivo: bloccare infrastrutture strategiche significa colpire l’approvvigionamento energetico di interi Paesi. È un atto che, se fosse generalizzato, metterebbe l’Europa in ginocchio, già fragile per gli effetti di guerre, crisi energetiche e rincari che gravano sulle famiglie. Il paradosso è che, mentre gli ambientalisti gridano contro i combustibili fossili, le stesse economie europee restano dipendenti da gas e petrolio. Distruggere le fonti attuali senza alternative credibili significa esporre milioni di cittadini alla precarietà energetica e rendere l’Europa ancora più dipendente da potenze esterne.
Equinor e la responsabilità dello Stato norvegese
La raffineria è di proprietà di Equinor, colosso energetico norvegese controllato dallo Stato, che ha annunciato di voler mantenere la produzione stabile a 1,2 milioni di barili al giorno fino al 2035 e di raggiungere 40 miliardi di metri cubi di gas annui nello stesso periodo. Sono numeri che danno la misura della responsabilità norvegese verso i mercati e verso l’Europa. Greta e i suoi compagni, invece, chiedono un’immediata uscita da petrolio e gas, senza considerare l’impatto devastante che ciò avrebbe sull’occupazione, sulla competitività industriale e sulla sicurezza energetica.
Fanatismo che non offre soluzioni
La protesta di Mongstad dimostra ancora una volta come il cosiddetto ambientalismo radicale non offra soluzioni, ma solo ostacoli. Invece di pretendere un piano serio di transizione graduale e sostenibile, Greta alimenta un messianismo verde che vive di slogan urlati e azioni eclatanti. In questo modo non solo si indebolisce il fronte della transizione energetica, ma si allontanano cittadini e governi dalla possibilità di costruire strategie pragmatiche e condivise.