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Difesa, l’Italia sfida la “pagella” di Washington e frena sui 15 miliardi di Bruxelles

Redazione - Il Politico

Meloni riunisce Tajani, Crosetto e Giorgetti prima di Ankara. Tajani conferma l'impegno sulla spesa, ma Washington tratta il summit come una pagella sul 5% del PIL e Bruxelles preme sul fondo SAFE. La posta vera: sostenibilità e sovranità.

Riassunto dell'articolo

Il 1° luglio 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito a Palazzo Chigi i ministri Tajani (Esteri), Crosetto (Difesa) e Giorgetti (Economia) per preparare la posizione italiana al vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio. Al question time Tajani ha confermato l'impegno italiano ad aumentare le spese militari. Gli Stati Uniti, tramite l'ambasciatore presso la NATO Matthew Whitaker, considerano il summit una verifica ("pagella") sul percorso verso il 5% del PIL fissato all'Aja nel 2025. L'Italia si presenta con spese per difesa e sicurezza intorno al 2,8% del PIL e una lettura multidimensionale della sicurezza. Resta aperto il dossier del fondo europeo SAFE (Security Action for Europe), strumento da 150 miliardi di prestiti approvato nel maggio 2025: l'Italia ha prenotato 14,9 miliardi ma non ha firmato l'attivazione, e Bruxelles concede circa un mese per decidere. Giorgetti valuta la convenienza finanziaria rispetto ai BTP; Crosetto giudica il prestito inutile se copre solo spese già a bilancio. Il governo valuta di attingere solo a una parte (circa 5 miliardi) e dirottare risorse sulla sicurezza energetica, grazie a una deroga concessa dalla Commissione. Tajani ha inoltre smentito Rutte sull'uso delle basi italiane nella guerra in Iran.

La spesa per la difesa è tornata al centro del tavolo di governo. Questa mattina, a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riunito il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e quello dell’Economia Giancarlo Giorgetti. L’obiettivo dichiarato: preparare la posizione italiana in vista del vertice NATO di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio.

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Sotto la cornice della riunione tecnica c’è una partita politica precisa. Non riguarda soltanto quanto l’Italia spenderà, ma chi decide la misura di quella spesa e con quali soldi. Ed è qui che pesano due dossier più di ogni comunicato: la pressione di Washington sul 5% del prodotto interno lordo e il nodo dei quasi 15 miliardi del fondo europeo SAFE.

La spesa per la difesa alla vigilia del vertice NATO di Ankara

Il perimetro della riunione dice già molto. Accanto alla premier siedono i tre ministri che tengono in mano i fili del dossier: esteri, difesa ed economia. È il segnale che la trattativa di Ankara si gioca tanto sulla diplomazia quanto sui conti.

Poche ore prima, alla Camera, Tajani aveva anticipato la linea. L’Italia confermerà al vertice il proprio impegno ad aumentare le spese militari, definito «un passo coraggioso e necessario per proteggere la nostra libertà e la sicurezza dei cittadini». Roma, ha aggiunto, vuole essere protagonista del rafforzamento della componente europea della difesa, in coordinamento con i partner del continente e con l’amministrazione americana.

La “pagella” di Washington sul 5% del PIL

Il contesto in cui arriva la conferma è tutt’altro che disteso. L’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza, Matthew Whitaker, ha descritto il summit come una sorta di «pagella» sul percorso verso il 5% del PIL destinato alla difesa, l’obiettivo fissato all’Aja nel 2025 e da raggiungere entro il 2035.

È la logica transazionale che Roma conosce bene: la sicurezza pesata in decimi da chi tiene il registro, gli alleati promossi o bocciati sulla base di una percentuale. L’Italia si presenta con spese per difesa e sicurezza intorno al 2,8% del prodotto interno lordo e con una lettura più ampia del concetto stesso di sicurezza. La sovranità di una Nazione non si recita in percentuale: si misura su ciò che protegge davvero il popolo.

Il nodo dei 15 miliardi del fondo SAFE

Accanto alla metrica del 5% c’è la questione dei fondi. SAFE, acronimo di Security Action for Europe, è lo strumento nato come pilastro del piano di riarmo continentale: 150 miliardi di euro di prestiti che la Commissione raccoglie sui mercati e gira agli Stati a tassi agevolati, con l’obiettivo di colmare le lacune della difesa entro il 2030. Il Consiglio dell’Unione lo ha approvato nel maggio 2025.

L’Italia ha prenotato un plafond da 14,9 miliardi, ma il Ministero dell’Economia non ha ancora firmato l’attivazione. E da Bruxelles è arrivato il pressing: Roma avrebbe circa un mese per decidere, altrimenti la quota verrebbe ridistribuita agli altri partecipanti. La Polonia guida la fila con oltre 43 miliardi richiesti, la Francia si attesta intorno ai 15.

Prestito europeo o titoli di Stato: il calcolo che divide

Il cuore del dibattito è finanziario prima ancora che politico. Giorgetti lo ha posto in termini da contabile: valutare se quei 15 miliardi presi con SAFE, come debito, costino più o meno dei titoli di Stato. Sulla carta il prestito europeo appare conveniente, con un periodo iniziale senza restituzione del capitale e un tasso di poco inferiore a quello dei BTP.

Ma la convenienza ha un rovescio. Il prestito si somma a un debito pubblico già elevato e apre alla condizionalità della burocrazia dell’Unione, con il rischio, già visto con i fondi del piano post-pandemia, di tassi che partono bassi e poi salgono. Crosetto, dal canto suo, giudica il prestito privo di utilità se serve solo a coprire spese già iscritte a bilancio: a lui interessano capacità aggiuntive reali. Nessuno scontro, hanno tenuto a precisare entrambi, ma due funzioni distinte: chi custodisce i conti e chi costruisce la difesa.

La linea di Roma: prendere poco e puntare sull’energia

La strada che il governo sembra imboccare è quella della misura. Attingere solo a una parte del fondo, intorno ai 5 miliardi, per progetti già avviati come i satelliti militari e i caccia, e destinare il resto alla sicurezza energetica. La Commissione ha aperto a questa flessibilità, concedendo una deroga per gli investimenti sull’energia dentro la clausola di salvaguardia sulla difesa.

È la traduzione concreta della sicurezza multidimensionale: mettere al riparo le infrastrutture critiche, garantire gli approvvigionamenti, proteggere le reti, i dati e i confini. La difesa di una Nazione non è solo il carro armato: è la rotta del gas, la rete elettrica, la tenuta dei sistemi informatici. E questa spesa si finanzia meglio su basi nazionali che sotto tutela altrui.

Tajani, Rutte e il perimetro della sovranità

Sullo sfondo resta il caso delle basi. Tajani ha respinto le parole del segretario generale della NATO, Mark Rutte, sull’utilizzo di installazioni italiane durante la guerra in Iran: «dichiarazioni improvvide e non rispondenti al vero», ha detto il ministro, ricordando che non si trattava di un’operazione dell’Alleanza.

È il punto che tiene insieme il ragionamento. Roma conferma l’impegno sulla spesa e insieme rivendica il perimetro nazionale sulle proprie autorizzazioni. Complementarità con gli alleati, non subordinazione: la differenza tra chi partecipa a un’alleanza da protagonista e chi si limita a eseguire.

La posta vera di Ankara, allora, non è un numero su un foglio di calcolo né un prestito da incassare in fretta per non perderlo. È la capacità di finanziare la sicurezza a condizioni proprie, dalla base industriale all’energia alla protezione reale dei cittadini, senza lasciare che una metrica esterna o un creditore continentale ne dettino il passo. La difesa è una cosa seria proprio perché non si esaurisce in una pagella.

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