Il 10 maggio sono partiti dal ministero della Cultura due decreti di revoca: Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale del ministro Alessandro Giuli, sono stati allontanati dai loro incarichi. La notizia, anticipata dal Corriere della Sera, è stata confermata in serata dal capodelegazione di Fratelli d’Italia al governo Francesco Lollobrigida, che ha parlato di una scelta legittima fondata sul rapporto fiduciario tra ministro e ufficio di diretta collaborazione.
Le motivazioni, per i due, sono diverse. Ma il contesto è uno solo: la sequenza di tre crisi che da febbraio a maggio ha sottratto al dicastero ogni capacità di tenere una linea politica coerente.
Il caso Regeni: la decisione che il ministro avrebbe dovuto sapere
Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, prodotto da Ganesh Produzioni e distribuito da Fandango, è uscito in sala a gennaio in occasione del decennale dell’omicidio del ricercatore italiano al Cairo. Il film aveva vinto il Nastro della Legalità 2026 e aveva chiesto al ministero 131mila euro su un budget complessivo di 328mila.
Il 3 aprile la commissione ministeriale ha pubblicato le graduatorie dei contributi selettivi: il documentario su Regeni era il primo escluso dal finanziamento, al trentaseiesimo posto su centodiciotto opere valutate. Il caso è esploso immediatamente. Due membri della commissione, Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti, si sono dimessi. PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa hanno presentato interrogazioni parlamentari. Il quotidiano Avvenire è intervenuto sul piano dell’identità nazionale, e l’Unità ha attaccato direttamente il ministero per la motivazione formale del diniego.
La svolta è arrivata alla cerimonia del Quirinale per i David di Donatello, dove Giuli ha definito “inaccettabile” la mancata assegnazione dei fondi, promettendo che il film avrebbe ricevuto sostegno attraverso “un altro canale”. Il problema è il “ma”: il ministro, secondo la ricostruzione del Corriere, ha appreso del diniego soltanto a polemica già esplosa. Merlino, che presiede la segreteria tecnica e dunque avrebbe avuto il dovere di vigilare e informare, non lo aveva fatto. Da qui la revoca.
Il caso Venezi: una nomina lasciata cadere
Il 26 aprile il sovrintendente del Teatro La Fenice Nicola Colabianchi ha revocato l’incarico di direttore musicale a Beatrice Venezi, nominata sette mesi prima. La rottura era seguita a un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui la direttrice aveva accusato l’orchestra di nepotismo strutturale.
In quell’occasione il ministero della Cultura, con una nota ufficiale, “prese atto” della decisione del sovrintendente, confermandogli “la più completa fiducia”. Né Giuli né Palazzo Chigi rivendicarono la nomina di Venezi, che pure è consigliera del ministro per la musica dal 2022. Era il primo segnale evidente di un dicastero che non difende le proprie scelte quando diventano scomode. La direttrice, esposta sul piano mediatico per anni come bandiera di un cambio di passo nella lirica italiana, è stata lasciata sola.
Il caso Biennale: la rottura con Buttafuoco
Il fronte successivo si è aperto sulla Biennale di Venezia. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco, nominato dal precedente ministro della Cultura, ha consentito il rientro del padiglione russo alla sessantunesima edizione, in linea con lo statuto della Fondazione e nel rispetto integrale del regime sanzionatorio. La scelta ha provocato la rottura aperta con Giuli, che in un’intervista a Repubblica ha definito Buttafuoco “fratello sbagliato” ed “espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico”. L’inaugurazione del 9 maggio è stata boicottata da rappresentanti del governo. Bruxelles ha minacciato il taglio di due milioni di euro di finanziamenti.
Anche su questo fronte il ministro ha trovato l’opposizione interna. Matteo Salvini ha pubblicamente dato ragione a Buttafuoco. Una parte rilevante del mondo conservatore italiano ha letto la mossa di Giuli come un’aggressione gratuita a uno dei custodi identitari dell’area culturale di destra, e non come una rivendicazione di linea.
Il caso Proietti: una storia diversa, lo stesso quadro
Il licenziamento di Elena Proietti, esponente di Fratelli d’Italia in Umbria, segue una traiettoria distinta dagli altri tre fronti. Secondo la ricostruzione del Corriere, la responsabile della segreteria personale non si sarebbe presentata in aeroporto per la missione del ministro a New York lo scorso mese. Una mancanza disciplinare classica, di per sé. Ma il fatto che la revoca arrivi proprio adesso, assieme a quella di Merlino, le conferisce un significato diverso da quello che avrebbe avuto se fosse stata adottata in solitaria. Non è un episodio isolato: è parte di un azzeramento.
Il problema strutturale: un ministero che non regge le sue scelte
I quattro fronti raccontano la stessa cosa. Su Venezi il ministero non ha difeso la propria nomina e ha “preso atto” del licenziamento operato dal sovrintendente. Su Buttafuoco ha aperto uno scontro frontale che ha spaccato la maggioranza e fatto perdere terreno politico alla destra. Su Regeni ha lasciato uscire una graduatoria che il ministro ha poi pubblicamente sconfessato. Sullo staff ha risolto la crisi colpendo gli esecutori invece di riconoscere la cabina di regia.
Merlino non era un funzionario qualsiasi. Era l’uomo di Fazzolari, e il suo nome era circolato per la nomina a sottosegretario al Mic prima che l’incarico andasse a Giampiero Cannella. Allontanarlo significa toccare un equilibrio interno a Fratelli d’Italia che va ben oltre via del Collegio Romano. Lollobrigida ha sentito il bisogno di intervenire pubblicamente a difesa della legittimità della scelta. È un dettaglio che pesa: quando il capodelegazione di partito deve spiegare un atto di gestione ordinaria, vuol dire che ordinario non è.
La diagnosi è semplice. Il dicastero più simbolico per la costruzione di un’egemonia culturale conservatrice si presenta oggi senza una linea riconoscibile. I licenziamenti di Merlino e Proietti non chiudono la crisi: certificano che, dentro il ministero, qualcuno deve pagare per scelte che il vertice politico non ha saputo né anticipare né sostenere. La domanda che resta aperta non riguarda i due decreti di revoca. Riguarda chi, e con quale visione, sta governando uno dei terreni più decisivi della stagione politica in corso.
Fonti
Corriere della Sera, “Giuli licenzia i dirigenti del Mic dopo il caso Regeni”, 10 maggio 2026
Il Sole 24 Ore, “Terremoto al ministero della Cultura: Giuli licenzia i vertici del suo staff”, 10 maggio 2026
ANSA, “Corriere.it, ‘Giuli licenzia i dirigenti del Mic dopo il caso Regeni'”, 10 maggio 2026
Sky TG24, “Ministero della Cultura, Giuli licenzia il suo staff per il documentario su Regeni”, 10 maggio 2026
Il Gazzettino, “Giuli licenzia i vertici del suo staff: la decisione dopo i fondi negati al docufilm su Giulio Regeni”, 11 maggio 2026
Domani, “Fondi negati al docufilm su Regeni, il ministro Giuli sotto accusa”, 6 aprile 2026
L’Unità, “Al docufilm su Giulio Regeni negati i fondi pubblici, per il ministero di Giuli manca di ‘interesse culturale'”, 7 aprile 2026
Il Fatto Quotidiano, “Caso Regeni, Giuli licenzia due dirigenti del ministero della Cultura”, 10 maggio 2026
Il Politico Web, “Venezi licenziata dalla Fenice. Giuli ‘prende atto’, Meloni ‘inevitabile’: il governo non difende la sua nomina”, 26 aprile 2026
Il Politico Web, “Buttafuoco, l’ultimo coraggioso: difendere la cultura quando costa”, 6 maggio 2026
Il Politico Web, “Quando il Ministro confonde la cultura con il potere: la lezione che Giuli non vuole imparare”, 10 maggio 2026

