Il 25 maggio 2026, mentre i mercati festeggiano l’imminente firma del memorandum USA-Iran e Wall Street resta chiusa per il Memorial Day, la premier giapponese Sanae Takaichi annuncia una manovra suppletiva da circa 3.000 miliardi di yen, pari a 19 miliardi di dollari. Il fatto, nella confusione del news cycle, è passato in seconda fila. Eppure è il fatto che svela il vero conto della guerra di Hormuz: lo paga chi non si è organizzato prima.
Extra budget Giappone Iran: una manovra da 3.000 miliardi di yen
L’extra budget Giappone Iran annunciato oggi dalla premier Sanae Takaichi vale circa 3.000 miliardi di yen, equivalenti a 19 miliardi di dollari. La quota maggiore servirà a finanziare i sussidi che frenano le bollette di elettricità e gas e a rimpinguare il fondo di riserva ordinario, già consumato per metà nel solo primo trimestre per gli stessi sussidi.
La manovra arriva dopo settimane in cui Takaichi e la ministra delle Finanze Satsuki Katayama avevano escluso esplicitamente la necessità di nuovo deficit. Il 3 marzo 2026 la premier, davanti alla Camera bassa, aveva quantificato in “circa il 6 per cento” la quota di importazioni GNL giapponesi che passa per Hormuz, minimizzando l’impatto. Tre mesi dopo, lo stesso governo ammette che il fondo di riserva da mille miliardi di yen — circa 6,3 miliardi di dollari — non basta più. La distanza tra le due dichiarazioni misura, in modo plastico, l’errore di previsione strategica di Tokyo.
Perché Takaichi ha ceduto: la guerra Iran-USA e la dipendenza energetica
La risposta alla domanda Takaichi guerra Iran energia è strutturale, non congiunturale. Il Giappone importa oltre il 90 per cento del proprio greggio dal Medio Oriente, e la quota maggiore di quel flusso transita dallo Stretto di Hormuz. Quando l’8 marzo 2026 Trump ha lanciato l’Operazione Epic Fury e la Marina americana ha imposto il blocco navale dei porti iraniani, il prezzo del greggio è schizzato e con esso le bollette giapponesi. Il governo ha risposto ripristinando a marzo i sussidi ai carburanti, scaduti pochi mesi prima.
Quei sussidi, secondo le proiezioni del Ministero dell’Economia, si sarebbero esauriti a giugno. Il ricalcolo era inevitabile. La domanda non era se servisse un extra budget, ma quando ammetterlo politicamente. La risposta è arrivata il 18 maggio, quando Takaichi ha incaricato la ministra Katayama di prepararne uno. La cifra finale, comunicata oggi, è circa il triplo del fondo di riserva originario.
Lo Stretto di Hormuz come moltiplicatore del debito pubblico giapponese
La sequenza che descrive la dipendenza Stretto di Hormuz Giappone funziona come un moltiplicatore. La chiusura di Hormuz spinge in alto il prezzo del Brent. Il prezzo del Brent gonfia le bollette di un Paese che non ha alternative immediate. Le bollette costringono il governo a sussidi. I sussidi prosciugano il fondo di riserva. L’esaurimento del fondo costringe a emissioni straordinarie di JGB. Le nuove emissioni spingono i rendimenti dei titoli super-long ai massimi storici. I rendimenti più alti mettono sotto pressione la Bank of Japan, già impegnata in un tapering prudente, e indeboliscono ulteriormente uno yen che importa inflazione attraverso il prezzo delle materie prime.
Ogni passaggio della catena ha un costo. Sommati, definiscono la dimensione effettiva del trasferimento di ricchezza che la guerra di Hormuz impone alle Nazioni importatrici nette di energia. Diciannove miliardi di dollari sono soltanto la prima rata.
L’IVA zero sugli alimentari e i POS che non funzionano
A complicare il quadro, Takaichi insiste sulla misura bandiera della propria agenda elettorale: l’azzeramento dell’IVA sui generi alimentari per due anni. Una promessa che incontra un ostacolo operativo quasi grottesco. I sistemi POS giapponesi non sono predisposti per gestire un’aliquota zero. I cinque principali fornitori — Toshiba Tec, Fujitsu, NEC, Recruit e Smaregi — hanno comunicato al governo che la riprogrammazione richiederà tempi compresi tra dodici e diciotto mesi.
L’argomento non è nuovo. Lo stesso ostacolo era stato usato nel maggio 2025 dall’allora premier Shigeru Ishiba per rifiutare un taglio analogo. All’epoca venne accusato di pretestuosità. Oggi Takaichi sceglie di andare avanti comunque, scommettendo sul fatto che il problema POS si risolverà strada facendo. Il risultato netto è una manovra che somma deficit emergenziale e populismo fiscale: i due rivoli si congiungono sul mercato dei titoli di Stato.
Crisi energetica Giappone 2026: la lezione per le Nazioni importatrici
La crisi energetica Giappone 2026 va letta nel confronto. Tre Nazioni industrializzate dell’area OCSE hanno affrontato la stessa onda d’urto con tre risposte diverse. Il Giappone, dipendente al 90 per cento dal Golfo, sceglie il deficit. La Germania, già provata dalla fine del gas russo e dalla deindustrializzazione, paga in punti di PIL. L’Italia, terza Nazione più esposta al GNL del Qatar dopo la crisi di Ras Laffan, ha invece imboccato una traiettoria diversa.
La differenza non è demografica né congiunturale. È politica, e si misura nei ventiquattro mesi precedenti. Roma ha attivato il Piano Mattei costruendo asset upstream propri in Algeria, in Azerbaijan e in Costa d’Avorio — proprio oggi Eni ha annunciato l’approvazione della Fase 3 di Baleine, che porterà la produzione a 150.000 barili al giorno. Al vertice di Parigi del 17 aprile la presidente del Consiglio ha imposto le tre condizioni italiane sulla missione cacciamine a Hormuz: autorizzazione parlamentare, intervento solo dopo cessazione delle ostilità, postura difensiva. Nessuna corresponsabilità militare. Nessun extra budget in deficit per le bollette. La riapertura di Hormuz, quando arriverà, sarà un dividendo politico ottenuto senza pagarlo in valuta sovrana.
Sovranità energetica come precondizione della sovranità fiscale
La vicenda Takaichi conferma una regola che la geopolitica continentale aveva sospeso troppo a lungo. Una Nazione che non controlla le proprie fonti di approvvigionamento energetico non controlla nemmeno la propria politica fiscale. Quando lo Stretto si chiude, è il bilancio dello Stato a riaprirsi — in negativo. Il Giappone, alleato strategico degli Stati Uniti, dotato di scorte petrolifere equivalenti a 250 giorni di consumo, scopre che neppure quella scorta basta a evitare il deficit straordinario.
La lezione operativa è semplice. La sovranità energetica non è un’opzione ideologica, è la precondizione materiale di qualsiasi sovranità fiscale, monetaria e di bilancio. Le Nazioni che hanno costruito asset propri prima della crisi ne escono con margini di manovra. Quelle che hanno delegato l’approvvigionamento ai flussi del mercato globale pagano in moneta. La sequenza Hormuz lo ha dimostrato per la terza volta in dieci anni — dopo il 2019 e dopo il 2022. Forse, dopo tre cicli, è il momento che le classi dirigenti europee smettano di chiamarla “imprevisto”.
Fonti
The Japan Times — Takaichi unveils $19 billion extra budget, reassures on bond issuance (25 maggio 2026)
Bloomberg — Japan’s Takaichi U-Turns on Extra Budget After Mideast Shock (18 maggio 2026)
Bloomberg — Japan’s Takaichi Plans Extra Budget, Seeks to Limit Bond Issuance (20 maggio 2026)
Nippon.com — Japan Govt May Compile Extra Budget if Iran Conflict Continues (3 marzo 2026)
Phastidio.net — Sanae Takaichi, i rischi del populismo fiscale (19 maggio 2026)
Euronews — Giappone, varato il bilancio statale record da 664 miliardi di euro (7 aprile 2026)
Eni — Accordo con SOCAR per cessione 10% nel progetto Baleine, Costa d’Avorio (22 gennaio 2026)
Il Sole 24 Ore — Giappone: Takaichi, extra budget da 18,8 mld dollari per affrontare impatti guerra (25 maggio 2026)

