C’è una data, ormai, che Gianni Alemanno aspetta come si aspetta una stagione: il 24 giugno. È il giorno in cui le porte del carcere romano di Rebibbia si apriranno per lasciarlo uscire, dopo che il Tribunale di Sorveglianza gli ha riconosciuto uno sconto di trentanove giorni e il reclamo dell’amministrazione penitenziaria è stato respinto. “Rivedrò l’orizzonte”, ha detto in una delle ultime interviste rilasciate dietro le sbarre. Ed è proprio l’orizzonte, racconta, ciò che più gli è mancato in questi mesi: non la libertà in astratto, ma quella linea sottile dove la terra incontra il cielo, e che da una cella non si vede mai.
L’uomo che tornerà libero non è però soltanto un ex detenuto. È un ex ministro, un ex sindaco di Roma, una figura che attraversa quasi mezzo secolo di destra italiana. E la sua uscita arriva in un momento curioso, quasi paradossale: il carcere, invece di cancellarlo, sembra averlo rimesso al centro.
Chi è Gianni Alemanno: dal Fronte della Gioventù al Campidoglio
Classe 1958, Alemanno si forma nella destra giovanile e di piazza degli anni Settanta, quella della contrapposizione dura, degli scontri e dei lutti. Quarant’anni fa condivise una cella con Paolo Di Nella, militante ucciso a meno di vent’anni: un dettaglio che oggi, tornando a Rebibbia, ha il sapore di un cerchio che si chiude.
Da lì, la lunga marcia verso le istituzioni. Prima Alleanza Nazionale, poi il Popolo della Libertà. Tra il 2001 e il 2006 è ministro dell’Agricoltura nei governi guidati da Silvio Berlusconi. Nel 2008 conquista il Campidoglio: sindaco di Roma fino al 2013. Dentro quel percorso fonda, insieme a Francesco Storace, la corrente più attenta alla questione sociale, al lavoro, alla difesa dei ceti popolari. Un filone che non ha mai smesso di rivendicare.
È un punto che vale la pena trattenere. Perché molti degli uomini con cui Alemanno ha condiviso quella stagione siedono oggi ai vertici dello Stato, mentre lui esce da una cella. La stessa storia, due destini opposti.
Perché Alemanno è finito a Rebibbia
Qui il racconto non ammette sconti. Alemanno è in carcere per una condanna definitiva: un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, uno dei filoni dell’inchiesta giornalisticamente nota come “Mondo di Mezzo”.
Conviene ricostruire la sequenza. L’accusa più pesante, quella di associazione mafiosa, era caduta già anni fa. La condanna per corruzione è stata annullata dalla Cassazione. Di quell’enorme impianto accusatorio è rimasto, alla fine, il solo traffico di influenze: un reato dai contorni discussi, che diversi giuristi considerano tra i più sfuggenti del codice.
In carcere, però, Alemanno non c’è finito per la condanna in sé, bensì per come ne stava scontando la parte alternativa. Affidato ai servizi sociali, aveva violato le prescrizioni: si era allontanato da Roma, aveva incontrato persone con precedenti, avrebbe simulato la partecipazione ad assemblee a cui non risulta essersi presentato. Da qui la revoca della misura e, la notte del 31 dicembre 2024, l’ingresso a Rebibbia.
Sono fatti, e vanno detti senza attenuanti: senza di essi il ritratto sarebbe un santino, non un ritratto.
Eppure resta una domanda sullo sfondo, che è lecito porsi senza per questo pretendere di rispondere. Perché tanta durezza, per una pena tutto sommato breve e per ciò che resta di un’inchiesta enorme, proprio nei confronti di un uomo che non ha mai accettato di rientrare nei ranghi?
Un anno dietro le sbarre: la battaglia sul carcere
Una volta dentro, Alemanno ha fatto una cosa che pochi si aspettavano: ha trasformato la detenzione in una tribuna. Ingegnere di formazione, ha cominciato a misurare le celle, a contestare i numeri all’amministrazione, a raccontare con diari pubblicati sui social il sovraffollamento di Rebibbia, arrivato al centosessanta per cento.
Sei persone in una cella pensata per quattro. Riscaldamento assente, attività ridotte al minimo, suicidi tra i detenuti. Un carcere che, dice, “non riabilita nessuno”: semmai produce altra devianza.
Con un compagno di detenzione, Fabio Falbo — laureatosi in giurisprudenza dietro le sbarre e ribattezzato “lo scrivano di Rebibbia” — ha messo in piedi una sorta di sportello legale per chi non sa difendersi. Insieme hanno chiesto la grazia per tre detenuti anziani e malati. Per sé, invece, la grazia non l’ha mai domandata. “Significava ammettere di essere colpevole”, ha spiegato. “E io sono innocente.”
È una coerenza scomoda, persino orgogliosa. Ma è anche, raccontano i numeri della sua popolarità ritrovata, ciò che gli ha restituito un’attenzione pubblica che la politica gli aveva tolto.
La rottura con Fratelli d’Italia e l’asse con Vannacci
Da tre anni Alemanno ha rotto con Fratelli d’Italia. Il motivo, dice, è la guerra in Ucraina e una linea internazionale che giudica troppo appiattita su Washington. Ha fondato un proprio movimento, Indipendenza, poi confluito nell’orbita di Roberto Vannacci.
Nelle sue parole, l’ex generale è “l’alternativa a Meloni”, l’uomo che “entro dieci anni” potrebbe arrivare a Palazzo Chigi. Critiche dure all’esecutivo — sull’Europa, sulla famiglia, sulla politica estera — pronunciate da chi sostiene di non avere più nulla da perdere.
Sono valutazioni di parte, naturalmente, e vanno prese per quello che sono: la lettura di chi guarda alla maggioranza dall’esterno e ha tutto l’interesse a vederla in affanno.
Restano però aperte alcune domande che nessuno, per ora, ha sciolto. Chi è davvero Vannacci, oltre lo slogan? Il suo progetto è destinato a durare o è la fiammata di una stagione? E soprattutto: esiste, a destra, uno spazio autonomo da occupare, oppure si tratta soltanto di una pressione esercitata sul governo? Per Alemanno la risposta è scontata. Per l’osservatore, molto meno.
Cosa resta: le idee, il libro, l’orizzonte
Dal carcere Alemanno esce con un libro pronto, intitolato “Dal profondo del cuore”, e con un’idea precisa di sé: non un uomo in cerca di risarcimenti, ma di una rivincita delle idee.
Lo aspettano gli affetti che la prigione non ha spezzato. In cella sono andati a trovarlo Ignazio La Russa, Francesco Storace, Fabio Rampelli, Alfredo Mantovano. È tornata da lui anche Isabella Rauti, l’ex moglie, in un riavvicinamento che Alemanno racconta con un pudore inatteso.
Resta, da osservatori, il dovere di non trasformare un detenuto in un martire né un condannato in un perseguitato. Alemanno ha sbagliato, e una sentenza definitiva lo dice. Ma la sua vicenda continua a porre una domanda più grande di lui: perché chi è venuto dalla sua stessa storia, e ha scelto di adattarsi, oggi governa, mentre lui esce da una cella con addosso una maglietta regalata dai compagni di reparto, su cui è scritta una sola parola, “Freedom”.
Il 24 giugno rivedrà l’orizzonte. E, c’è da scommetterci, ricomincerà da lì.
Fonti
- Il Foglio — Intervista a Gianni Alemanno in carcere (Salvatore Merlo)
- ANSA — Ridotta la detenzione per Alemanno, uscirà il 24 giugno
- RomaToday — Alemanno esce dal carcere: respinto il reclamo del Dap
- Il Post — Perché Gianni Alemanno è stato incarcerato

