Ratko Mladić è morto giovedì 27 agosto, a 84 anni, in un letto dell’ospedale penitenziario di Scheveningen, all’Aja. Il giorno dopo il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić ha annunciato che Belgrado prenderà in custodia la salma e la onorerà con «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto» un generale. Croazia, Bosnia e Bruxelles hanno reagito con indignazione. Ma la vicenda dei funerali di Stato a Mladić racconta meno della Serbia di quanto racconti dell’Occidente che la giudica.
Chi era Ratko Mladić
Nato nel 1942 in un villaggio della Bosnia orientale, Mladić era un orfano di guerra: il padre fu ucciso dagli ustascia croati nel 1945. Entrò nell’esercito jugoslavo e ne scalò i gradi fino a diventare generale. Nel 1992, allo scoppio della guerra in Bosnia, assunse il comando dell’esercito della Republika Srpska, l’entità dei serbi di Bosnia che rifiutavano la secessione da Belgrado.
Dopo gli accordi di Dayton del 1995 fu incriminato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Rimase latitante per sedici anni, fino all’arresto nel maggio 2011 a Lazarevo, nella Vojvodina. Fu la Serbia stessa, allora guidata da Boris Tadić, a consegnarlo all’Aja: un dettaglio che l’Occidente oggi dimentica volentieri.
Perché è stato condannato
Il 22 novembre 2017 i giudici lo dichiararono colpevole di dieci degli undici capi d’accusa e lo condannarono all’ergastolo. La sentenza fu confermata in appello l’8 giugno 2021. Tre i filoni principali: il genocidio di Srebrenica del luglio 1995, con l’uccisione di oltre ottomila uomini e ragazzi bosniaci in una zona formalmente protetta dall’ONU; la campagna di terrore contro i civili di Sarajevo durante l’assedio più lungo della storia moderna; la pulizia etnica nelle municipalità bosniache nel 1992, per la quale però fu assolto dall’accusa di genocidio.
Sono fatti accertati da una sentenza definitiva e nessuno, in questa sede, li mette in discussione. Il punto è un altro: la giustizia internazionale ha pesato quei fatti con la stessa bilancia usata per tutti gli altri?
La morte in carcere e il no dell’Aja
Negli ultimi diciotto mesi Mladić era costretto a letto. Aveva subìto più ictus, un infarto, portava un pacemaker. Dal 2024 era ricoverato in una struttura ospedaliera del carcere. Il figlio Darko, la difesa e il governo serbo avevano chiesto ripetutamente il rilascio umanitario, con Belgrado che offriva garanzie formali perché potesse morire in Serbia, accanto alla famiglia.
Il Meccanismo residuale dell’ONU, erede del Tribunale, ha respinto l’ultima istanza appena una settimana prima del decesso. La presidente Graciela Gatti Santana ha scritto che l’imminenza della morte non costituisce, da sola, un motivo sufficiente per la scarcerazione, perché il detenuto riceveva cure palliative adeguate. Il presidente serbo Aleksandar Vučić aveva risposto di non comprendere «questa rigidità di principio, che nulla ha a che vedere con i verdetti, ma solo con un approccio umano verso le persone».
Il precedente Pavković e i doppi pesi
Il punto debole della posizione dell’Aja ha un nome: Nebojša Pavković. L’ex capo di Stato maggiore jugoslavo, condannato a 22 anni per crimini di guerra in Kosovo, fu rilasciato nel settembre 2025 per motivi di salute. Morì a Belgrado un mese dopo. Lo strumento della liberazione umanitaria esiste e il Meccanismo lo ha già usato. Per Mladić ha scelto di non usarlo.
Ma la lista dei doppi pesi è più lunga. Ante Gotovina e Mladen Markač, i generali croati dell’Operazione Tempesta che nel 1995 cacciò oltre duecentomila serbi dalla Krajina, furono assolti in appello nel 2012. Ramush Haradinaj, comandante dell’UCK e poi premier del Kosovo, fu assolto due volte. Naser Orić, comandante bosgnacco a Srebrenica prima del 1995, fu assolto in appello. Rasim Delić, capo dell’esercito bosniaco, morì nel 2010 in libertà provvisoria concessa dal Tribunale. E i bombardamenti NATO sulla Serbia del 1999, con le vittime civili di Belgrado e Niš, non furono mai nemmeno oggetto di indagine.
Nessuno di questi casi cancella Srebrenica. Ma insieme spiegano perché una maggioranza dell’opinione pubblica serba, come registra la stessa ANSA, consideri Mladić un capro espiatorio: non perché innocente, ma perché l’unico a pagare fino in fondo.
L’Occidente e il riflesso anti-serbo
Le reazioni all’annuncio di Vujić confermano lo schema. Il ministro della Difesa croato Ivan Anušić ha dichiarato che gli anni Novanta sarebbero stati soltanto «il primo tempo» nelle intenzioni di Belgrado. Da Bruxelles Sandro Gozi, eurodeputato di Renew, ha parlato di glorificazione contraria ai valori dell’Unione. È la stessa Croazia, membro dell’UE e della NATO, che ogni 5 agosto celebra l’Operazione Tempesta come festa nazionale, con i generali assolti sul palco.
Vučić ha risposto con una frase che merita di essere letta per intero: «Negli ultimi quindici anni ho sempre cercato di mostrare il massimo rispetto possibile per i bosgnacchi, i croati, gli albanesi, le vittime di tutti, ovunque. Ma non mi hanno chiesto di chinare il capo o di mostrare rispetto, mi hanno chiesto di umiliare la Serbia». Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha rincarato. Nella stessa Serbia, l’opposizione di Marinika Tepić ha ricordato che si tratta di un condannato con sentenza definitiva: il dibattito interno esiste, e va detto.
Che cosa dice questa vicenda all’Europa
La Serbia è candidata all’adesione dal 2012 e da allora le viene chiesto, ad ogni passaggio, di dimostrare pentimento. Nessun’altra Nazione dei Balcani è trattata così. I funerali di Stato a Mladić non sono un atto di riabilitazione del genocidio: sono il segnale che Belgrado ha smesso di accettare il ruolo di imputata permanente.
Un’Europa di Nazioni sovrane dovrebbe saper distinguere tra la memoria di un popolo e la propaganda di un regime, tra il rispetto per le vittime di Srebrenica e la pretesa che un intero popolo si vergogni di sé. Chi confonde le due cose non costruisce riconciliazione. Costruisce il prossimo rancore.
Fonti
ANSA – L’annuncio shock, la Serbia vuole onorare Mladic con funerali di Stato
Askanews – Funerali di Stato per Mladic: l’annuncio choc del governo serbo
Il Sole 24 Ore – Serbia, funerali di stato per Ratko Mladic
Il Post – La Serbia organizzerà funerali di stato per Ratko Mladić
Il Nord Est – L’appello di Belgrado per Mladić e il precedente Pavković
Il Foglio – È morto all’Aia Ratko Mladic
L’Espresso – È morto Ratko Mladić, scontava l’ergastolo dal 2017
ANSA – Rammarico Belgrado per mancata scarcerazione di Mladic

