I funerali di Khamenei iniziano oggi, 4 luglio 2026, e non è una data qualsiasi. Mentre a Washington gli Stati Uniti celebrano i duecentocinquant’anni dalla dichiarazione d’indipendenza, a Teheran l’Iran espone la salma della Guida Suprema uccisa il 28 febbraio in un attacco congiunto statunitense-israeliano. Due riti fondativi nello stesso giorno. E la coincidenza non è casuale: l’ha scelta il regime.
Per una settimana la Repubblica Islamica mette in scena la propria sopravvivenza. Il negoziato con gli Stati Uniti si ferma, la retorica della vendetta torna a dominare, e il dossier che più pesa sull’Italia — lo Stretto di Hormuz — resta sospeso. Conviene capire cosa succede, e perché proprio ora.
Cosa prevede il funerale di Khamenei: date, città, numeri
Le esequie durano sei giorni, dal 4 al 9 luglio, e attraversano cinque città in due Nazioni. Nella Grande Moschea Imam Khomeini di Teheran sono esposte cinque bare avvolte nella bandiera iraniana: quella della Guida Suprema e quelle dei familiari uccisi nello stesso raid.
La salma resta esposta il 4 e il 5 luglio. Il 6 è prevista la grande processione nella capitale, il 7 la cerimonia a Qom. La tumulazione avverrà il 9 luglio a Mashhad, città natale di Khamenei, nel santuario dell’Imam Reza, il luogo di pellegrinaggio più venerato dell’Iran. Il corteo lambisce anche le città sante sciite di Najaf e Karbala, in Iraq.
Il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref, principale organizzatore, ha definito l’evento il più importante del secolo. Le autorità attendono tra i quindici e i venti milioni di partecipanti. Per gestire la folla sono stati previsti cinquanta milioni di pagnotte, panifici mobili e migliaia di nebulizzatori contro il caldo. Non è un dettaglio logistico: i due precedenti confrontabili — le esequie di Khomeini nel 1989 e quelle del comandante Soleimani nel 2020 — finirono entrambe in calche mortali.
Perché l’Iran celebra le esequie solo ora
I funerali erano attesi per marzo. Sono stati rinviati per la guerra e, soprattutto, per il timore di un attentato durante la cerimonia stessa. Solo il consolidamento del cessate il fuoco nel Golfo ha reso possibile la mobilitazione.
Il ritardo è diventato esso stesso un messaggio. Il regime ha atteso di poter seppellire la propria Guida alle proprie condizioni, davanti a milioni di persone e a delegazioni giunte da oltre cento Nazioni. La propaganda ufficiale insiste su una sola parola: martirio. Nella tradizione sciita il sacrificio è categoria fondativa, e la morte di Khamenei viene iscritta in quella genealogia sacra.
È il paradosso che l’operazione israelo-americana non aveva previsto. Eliminato fisicamente, Khamenei è diventato simbolicamente più potente da morto che da vivo: non più un anziano chierico logorato dalle proteste di piazza, ma un martire da vendicare.
Il negoziato con Washington congelato per una settimana
I colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti sono stati sospesi per la durata delle esequie. Per sette giorni il tavolo resta vuoto e la parola torna ai falchi.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore, ha chiamato a una partecipazione oceanica come atto di vendetta, chiedendo che il grido della Nazione risuoni nel mondo intero. I Guardiani della Rivoluzione hanno rincarato, promettendo una risposta più devastante che mai e dichiarandosi pronti sotto la guida del nuovo vertice supremo. Sull’altra sponda, Donald Trump ribadisce che Teheran ha ormai accettato quasi tutto ciò che Washington chiedeva, e rivendica il blocco navale come un muro d’acciaio che affama l’avversario.
In mezzo a questa liturgia della fermezza, il dossier più delicato resta immobile. Hormuz non si tocca finché il feretro non è sepolto. E Hormuz è precisamente il punto in cui l’Italia è più esposta.
Mojtaba Khamenei, il successore mai visto né ascoltato
Il successore di Khamenei è il figlio Mojtaba, nominato una settimana dopo la morte del padre. Ferito nello stesso attacco, non è più apparso in pubblico dall’inizio della guerra: nessuna immagine, nessuna registrazione, nessuna voce. Chierico di rango medio, non ha mai ricoperto una carica pubblica.
La vera domanda politica di questi sei giorni è se Mojtaba Khamenei si mostrerà al funerale del padre. La sua eventuale comparsa sarebbe il debutto della nuova guida; la sua assenza confermerebbe che il potere, a Teheran, non ha più un solo centro.
Ed è questa la traiettoria che l’Iran dopo la guerra sembra aver imboccato: un vertice distribuito, spostato verso il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, pensato perché nessun attacco a sorpresa possa più decapitare il regime con un solo colpo. Chi comanda davvero a Teheran, in questo scenario, è la domanda che merita una mappa a sé.
Due fondazioni nello stesso giorno: il 4 luglio di Teheran
La sovrapposizione delle date va letta, non archiviata come curiosità. Il 4 luglio gli Stati Uniti rievocano una fondazione civile e laica. Nello stesso momento l’Iran costruisce una rifondazione di segno opposto, sacrale, giocata sul registro del martirio sciita — lo stesso di Karbala, dove nel 680 cadde Husayn, nipote di Maometto.
Il colpo che doveva chiudere la Repubblica Islamica ne ha prodotto il martire fondatore. E il funerale è la liturgia che trasforma la ferita in legittimità. Teheran non subisce la data: la sceglie, la carica di significato, la rovescia contro chi ha sferrato l’attacco. Da bersaglio dell’operazione, il regime si riscrive come autore del proprio mito di rinascita.
È un’operazione politica prima ancora che religiosa. La partecipazione di massa viene presentata come un referendum sulla sopravvivenza del sistema. Se milioni sfileranno davvero, il regime avrà la sua prova di consenso proprio nel giorno in cui l’avversario celebra sé stesso.
L’Italia appesa a Hormuz, Bruxelles senza voce
Per l’Italia questa settimana non è teologia lontana. Siamo una Nazione manifatturiera priva di sovranità energetica: ogni tensione sul Golfo si scarica su bolletta e industria. L’instabilità intorno a Hormuz è già costata cara, con stime di Confindustria che quantificavano in decine di miliardi l’extra-costo energetico per il 2026.
Finché il negoziato resta congelato, quel rischio non si riduce: resta appeso, come il feretro esposto a Teheran. La leva iraniana sullo Stretto non ha cambiato mano, e ogni giorno di stallo la lascia intatta.
Nel frattempo l’Europa politica è assente. Alle esequie arrivano delegazioni da oltre cento Nazioni, gli Stati Uniti festeggiano la propria origine, ma l’Unione non ha una posizione, né un ruolo di mediazione. Le Nazioni europee osservano un evento che non hanno saputo né guidare né prevedere, mentre a Bruxelles il dossier che più minaccia l’industria del continente resta senza un titolare. È l’ennesima conferma di un’impotenza che non è congiunturale, ma strutturale.
Fonti
- CNN — Iran sends defiant message to Trump with colossal funeral for Ali Khamenei
- CBS News — Slain supreme leader’s coffin on display as Iran begins dayslong funeral, peace talks paused
- ANSA — I sette giorni di lutto per il “martire dell’Iran”
- Il Giornale — Khamenei, la salma arriva a Teheran: l’Iran prepara le esequie di Stato
- Il Messaggero — La salma dell’Ayatollah nella Grande Moschea, l’omaggio del capo dei Pasdaran
- Fanpage — Funerali di Ali Khamenei, attese 15-20 milioni. Sospesi i colloqui con gli USA
- InsideOver — I maxi funerali di Ali Khamenei e il futuro della Repubblica islamica

