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Italia

Preferenze bocciate per un voto: i franchi tiratori affossano la riforma nel segreto dell’urna

Antonio Antipari

Alla Camera l'emendamento di FdI, Noi Moderati e UdC cade per 188 a 187. Meloni: «Ha vinto la palude». Trent'anni di liste bloccate difesi da chi non ha avuto il coraggio di votare alla luce del sole.

Riassunto dell'articolo

Il 14 luglio 2026 la Camera ha bocciato a scrutinio segreto, per 188 voti a 187, l'emendamento di Fratelli d'Italia, Noi Moderati e UdC che reintroduceva le preferenze nella nuova legge elettorale (Stabilicum), con capilista bloccati e preferenze per il resto della lista. Le stime sui franchi tiratori del centrodestra divergono: 31 secondo il capogruppo leghista Molinari, 36-37 secondo i calcoli del PD. Giorgia Meloni, che aveva chiesto il voto palese, ha parlato di vittoria della «palude». L'articolo sostiene che il voto segreto ha protetto non una libertà di coscienza ma l'interesse dei parlamentari nominati dalle segreterie, e che lo sconfitto reale non è il governo ma l'elettore, privato da trent'anni della scelta diretta dei propri rappresentanti. L'esame della riforma prosegue con oltre cento emendamenti ancora da votare a scrutinio segreto.

I franchi tiratori hanno colpito ancora. Alla Camera, nel voto segreto sulla legge elettorale, l’emendamento che reintroduceva le preferenze è stato bocciato per un solo voto: 187 favorevoli, 188 contrari. Una manciata di deputati del centrodestra, protetti dal buio dell’urna, ha scelto di difendere trent’anni di liste bloccate. E lo ha fatto nell’unico modo possibile per chi difende un privilegio: senza metterci la faccia.

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Un solo voto, nel buio dell’urna

L’emendamento portava le firme di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e UdC e proponeva un sistema misto: capilista bloccati e preferenze per il resto della lista. Un compromesso, non la rivoluzione. Dopo il via libera arrivato in mattinata anche da Lega e Forza Italia, sulla carta la maggioranza disponeva dei numeri per approvarlo senza affanni.

Poi le opposizioni hanno chiesto lo scrutinio segreto. Giorgia Meloni aveva sfidato tutti a votare in modo palese, a «metterci la faccia» sul ritorno delle preferenze. La richiesta è stata respinta: si è votato al riparo da ogni sguardo. E al riparo da ogni sguardo l’emendamento è caduto.

«Ha vinto di nuovo la palude», ha commentato la presidente del Consiglio. «Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze dopo più di trent’anni di liste bloccate. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione.»

Quanti sono e dove si nascondono

Sui numeri le stime divergono, ed è la prima cosa da dire con onestà. Il capogruppo leghista Riccardo Molinari parla di 31 franchi tiratori, «nessuno nella Lega». I calcoli del Partito Democratico ne contano 36 o 37. Chi confronta i 187 sì con i circa 240 voti teorici della coalizione arriva a cifre ancora più alte. Nessuno, per definizione, potrà mai esibire una prova: è la natura stessa del voto segreto.

Ma il punto politico non cambia con la contabilità. Una quota del centrodestra ha votato contro la linea dichiarata dei propri gruppi. Lo ha fatto dopo che ogni partito della coalizione aveva annunciato pubblicamente il proprio sì. Lo ha fatto sapendo che l’emendamento sarebbe passato o caduto per una manciata di voti. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami lo ha detto in Aula senza giri di parole: «Noi ci mettiamo la faccia, i vigliacchi si nascondono».

Va registrato, per completezza, anche il voto di Futuro Nazionale: Roberto Vannacci ha criticato nel merito il compromesso — i capilista bloccati, a suo dire, lasciano ancora troppo potere alle segreterie — ma ha annunciato e confermato il voto favorevole. Il dissenso, quando è politico, si dichiara. È esattamente il contrario di ciò che è accaduto nel segreto dell’urna.

Il vero sconfitto non è il governo: è l’elettore

Le opposizioni hanno gridato «elezioni» e chiesto le dimissioni del governo. Ma la lettura della crisi di maggioranza è la cronaca di giornata, e la cronaca qui racconta poco. Antonio Tajani lo ha ridimensionato a «incidente di percorso»: non era un voto di fiducia, il governo non era in discussione.

La questione strutturale è un’altra, e l’abbiamo già messa a fuoco quando le preferenze sono entrate nel dibattito sullo Stabilicum: dopo trent’anni di liste bloccate, restituire all’elettore la scelta diretta dei parlamentari è la condizione minima per ricostruire il legame tra eletto ed elettore. Chi ha votato no nel segreto dell’urna non ha sconfitto Giorgia Meloni. Ha sconfitto il cittadino che da tre decenni riceve una scheda con nomi già decisi altrove, come abbiamo documentato analizzando il meccanismo delle liste bloccate.

Ed è qui che il voto segreto rivela la sua funzione reale. Non ha protetto una libertà di coscienza: ha protetto un interesse. Il parlamentare nominato dalla segreteria sa che con le preferenze dovrebbe conquistarsi il seggio sul territorio, voto per voto. La partitocrazia non si difende con gli argomenti, perché di argomenti presentabili non ne ha. Si difende al buio, con la scheda coperta dalla mano. Il fronte del no dichiarato lo avevamo già mappato — a partire dalle resistenze di Forza Italia —, ma il no dichiarato, per quanto lo si contesti, resta un atto politico. Il no clandestino è un’altra cosa.

Cosa succede ora

L’esame dello Stabilicum prosegue, con oltre cento emendamenti ancora da votare a scrutinio segreto, compreso il voto finale. La riforma può ancora arrivare in porto. Ma il messaggio di questa giornata resta scolpito: quando il Parlamento ha potuto scegliere tra l’elettore e la segreteria senza doverne rispondere a nessuno, ha scelto la segreteria.

I franchi tiratori della legge elettorale non hanno un nome e non lo avranno mai. Hanno però un ritratto, ed è nitido: chi teme il giudizio diretto degli elettori al punto da non sostenere, nemmeno nel segreto, il diritto degli italiani a scegliere da chi farsi rappresentare. Meloni ha annunciato una riflessione. La Nazione, intanto, ha visto con chiarezza chi ci mette la faccia e chi la nasconde.

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Antonio Antipari
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