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Europa

Il Financial Times contro Meloni: la colpa? Non essersi piegata né a Trump né a Bruxelles

Antonio Antipari

Il quotidiano della City legge la parabola della premier come un «monito» sui rischi della vicinanza al trumpismo. Ma dimentica un dettaglio: quando Roma era in dissenso ha detto no a Washington. Cosa che i premier britannici, storicamente, non hanno mai saputo fare.

Riassunto dell'articolo

Il 21 agosto 2026 il Financial Times ha pubblicato l'articolo «Meloni e Maga: una storia che serve da monito», sostenendo che l'affinità ideologica di Giorgia Meloni con il movimento Maga non le abbia garantito un rapporto privilegiato con Donald Trump, perché il trumpismo è transazionale. L'articolo de Il Politico Web rovescia la lettura: i dissensi documentati della premier (no di Sigonella, condizioni parlamentari su Hormuz, replica «non imploriamo mai», cancellazione della missione di Tajani a Washington) dimostrano una politica estera pragmatica, fondata sull'interesse nazionale e non sui paraocchi ideologici. Il pezzo ricorda inoltre che Meloni definì «infantile», proprio al Financial Times nel 2025, l'idea di scegliere tra Trump e l'Europa, e osserva che sono stati storicamente i premier britannici — Blair con Bush sull'Iraq su tutti — a subordinarsi ai presidenti USA, non Roma.

Il Financial Times ha pubblicato oggi un lungo articolo dal titolo «Meloni e Maga: una storia che serve da monito». La tesi del quotidiano britannico è netta: Giorgia Meloni avrebbe scoperto a proprie spese che condividere valori, parole d’ordine e avversari con il movimento Maga non basta per ottenere un rapporto privilegiato con Donald Trump. È l’ennesima lettura del «financial times su Meloni» costruita per certificare un fallimento. Peccato che i fatti raccontino l’esatto contrario: raccontano una premier che ha fatto politica estera senza paraocchi ideologici, e che nei momenti di dissenso non ha scodinzolato a nessuno.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa scrive il Financial Times su Meloni

L’argomento del quotidiano della City si sviluppa così: il mondo Maga avrebbe dato a Meloni — secondo il politologo Giovanni Orsina, citato nell’articolo — «una casa, un’ideologia e un brand». Poi il governo avrebbe cambiato tutto: rapporti pragmatici con la Commissione, toni più misurati con Bruxelles, decreti flussi per l’immigrazione legale richiesta dalle imprese. Per l’ala radicale del trumpismo, un tradimento. La conclusione del Financial Times è che il trumpismo sia prima di tutto transazionale: la fratellanza ideologica vale finché l’alleato segue Washington; quando un governo europeo difende un interesse divergente, la vicinanza si dissolve.
Fin qui, nulla di scandaloso. Il punto è la cornice: il quotidiano presenta tutto questo come il fallimento di Meloni. È qui che il ragionamento si rovescia.

Quel «monito» è una patente di serietà

Se il trumpismo è transazionale — e lo è — allora l’unica politica estera sensata verso Washington è quella che il governo italiano pratica da mesi: cooperazione dove gli interessi convergono, dissenso fermo dove divergono. Non è una scoperta amara: è esattamente ciò che Meloni disse proprio al Financial Times, in un’intervista del 2025, quando definì «infantile» l’idea di dover scegliere tra Trump e l’Europa. La premier lo aveva teorizzato prima che il quotidiano lo scoprisse: la politica estera non si fa con i paraocchi ideologici, si fa con il pragmatismo e con l’interesse nazionale.
E il pragmatismo, nei fatti, ha avuto due facce. Quando conveniva all’Italia, il dialogo con la Casa Bianca. Quando non conveniva, il no. Detto ad alta voce.

Quando Meloni ha detto no a Trump

La memoria del Financial Times è corta, la nostra no. Negli ultimi mesi il dissenso italiano è stato tutto tranne che timido: il no di Sigonella ai bombardieri diretti contro l’Iran, le condizioni parlamentari poste sulla missione di Hormuz, le critiche pubbliche agli attacchi contro Papa Leone XIV. Al G7 di Evian, come abbiamo ricostruito nel nostro approfondimento, fu l’alleato americano a convergere sulle posizioni italiane, non il contrario. E quando Trump arrivò all’insulto personale, la replica della premier — «io e l’Italia non imploriamo mai» — fece il giro dei media internazionali, seguita dalla cancellazione della missione di Tajani a Washington. Un governo subalterno avrebbe incassato in silenzio: l’Italia no.
Questo è il materiale che il quotidiano britannico avrebbe dovuto esaminare prima di parlare di «monito». Perché il monito, semmai, riguarda un’altra capitale.

I premier britannici e l’arte di scodinzolare

C’è qualcosa di involontariamente comico nel fatto che sia proprio un giornale di Londra a impartire lezioni sui rischi dell’eccessiva vicinanza a Washington. La storia della «special relationship» è in larga parte la storia di premier britannici che ai presidenti americani non hanno mai saputo dire no. Tony Blair seguì George W. Bush nella guerra in Iraq senza condizioni, senza contropartite e contro l’opinione della sua stessa Nazione, guadagnandosi sulla stampa di mezzo mondo l’epiteto di «barboncino di Bush». Prima e dopo di lui, Downing Street ha quasi sempre scambiato la vicinanza a Washington con la subordinazione, confondendo la lealtà atlantica con l’obbedienza.
Meloni ha fatto l’opposto. Ha tenuto l’Italia dentro l’alleanza atlantica — dove deve stare — senza mai trasformare l’alleanza in guinzaglio. Ha detto sì quando l’interesse nazionale lo richiedeva e no quando non lo richiedeva. Se questa è la storia che «serve da monito», molti governi europei dovrebbero augurarsi di meritare lo stesso monito.

Il pragmatismo non è tradimento: è governo

Resta l’ultima accusa del Financial Times: Meloni avrebbe «tradito» il mondo Maga moderando i toni con Bruxelles e governando con realismo. Anche qui, la cornice è sbagliata. Una cosa è la critica alla struttura sovranazionale della UE — che resta, ed è sacrosanta — altra cosa è il dovere di chi guida una delle Nazioni fondatrici e ha bisogno di un’Europa forte, intesa come civiltà e come cooperazione tra Nazioni sovrane. Chi governa risponde all’interesse nazionale, non alla purezza ideologica di un movimento americano.
Alla fine, cosa scrive davvero il Financial Times su Meloni? Che la premier non è stata abbastanza fedele a Trump per ottenerne i favori, e non abbastanza infedele per compiacere i suoi critici. Tradotto dal linguaggio della City: ha fatto l’interesse dell’Italia. Non ci sembra un monito. Ci sembra la definizione di una politica estera adulta.

Fonti

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Antonio Antipari
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