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Italia

La Ferrari elettrica la disegna un inglese: il marchio simbolo d’Italia sradicato da Elkann

Matteo Di Bello

La prima vettura a batteria di Maranello è stata affidata a Sir Jony Ive, designer londinese senza alcuna esperienza nell'automobile, e gli interni sono stati svelati a San Francisco. Nel frattempo gli stabilimenti italiani del gruppo toccano i minimi dal dopoguerra. È il punto d'arrivo di una gestione che ha allontanato dall'Italia capitali, residenze fiscali e ora anche i simboli.

Riassunto dell'articolo

La prima Ferrari elettrica, la Luce, è stata disegnata dal britannico Jony Ive (ex Apple) e presentata in parte a San Francisco, scatenando critiche feroci e un calo in Borsa del 6,6%. L'articolo legge l'operazione come simbolo della gestione di John Elkann: mentre gli stabilimenti italiani del gruppo toccano i minimi di produzione dal dopoguerra e capitali e residenze fiscali vengono spostati all'estero, anche il marchio simbolo della Nazione perde la propria identità italiana.

La prima Ferrari elettrica della storia si chiama Luce, e a disegnarla non è stata una matita italiana. La vettura che dovrebbe incarnare il futuro del marchio più riconoscibile della Nazione porta la firma di Sir Jony Ive, il designer londinese che ha costruito la propria leggenda dando forma all’iPhone, e del suo collettivo LoveFrom. Gli interni non sono stati svelati a Maranello, ma a San Francisco. Il cavallino rampante, emblema dell’eccellenza industriale italiana nel mondo, è stato consegnato a una grammatica estetica nata a Cupertino.

CREAZIONE SITI WEB
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Una Ferrari disegnata da un inglese e svelata a San Francisco

Ive non ha mai progettato un’automobile. La sua cifra è quella del prodotto tecnologico: superfici levigate, minimalismo, alluminio tornito dal pieno. Lo studio interno di Maranello, diretto dall’italiano Flavio Manzoni, è stato relegato a comprimario. Il risultato, presentato a Roma alla presenza del Capo dello Stato, è una berlina a cinque posti che la rete ha ribattezzato in poche ore “la prima Ferrari brutta della storia”, accostandola a un elettrodomestico, a una Xiaomi, a un iPad su ruote.
L’aspetto politico, però, viene prima di quello estetico. Un marchio che per ottant’anni ha significato Italia nel mondo affida la propria svolta epocale a un autore straniero e ne celebra il battesimo oltreoceano. Non è un dettaglio di stile: è una dichiarazione di appartenenza.

Perché la Ferrari elettrica Luce divide

Le critiche non arrivano solo dai social. Luca Cordero di Montezemolo, presidente del Cavallino negli anni dei trionfi, ha liquidato il progetto con poche parole, evocando il rischio di distruggere un mito e suggerendo che almeno venga tolto lo stemma. I mercati hanno risposto allo stesso modo: il giorno dopo la presentazione il titolo Ferrari ha ceduto il 6,6%, scivolando a 289 euro e bruciando miliardi di capitalizzazione.
Maranello rivendica la scelta come coraggio industriale. Ma il sospetto, diffuso tra appassionati e analisti, è un altro: che la Luce non sia pensata per chi ha reso grande la Ferrari, bensì per un cliente nuovo, da intercettare nella Silicon Valley e soprattutto in Cina, dove si concentra la stragrande maggioranza delle vendite mondiali di auto elettriche.

Mentre il cavallino va in California, le fabbriche italiane chiudono

La vicenda Luce non è isolata. È la punta di un processo. Nel 2025 gli stabilimenti italiani del gruppo Stellantis — l’altra grande creatura controllata dalla famiglia attraverso Exor — hanno prodotto appena 213.706 automobili, il 24,5% in meno rispetto all’anno precedente. Per ritrovare numeri così bassi bisogna risalire al dopoguerra. Quasi metà della forza lavoro italiana è finita in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.
Melfi ha perso il 47%, Cassino ha toccato il minimo storico, Pomigliano regge soltanto grazie alla Panda. Lo Stato — cioè la comunità nazionale — paga gli ammortizzatori sociali, mentre gli utili prendono altre strade. È il vecchio schema: perdite socializzate, profitti privatizzati ed esportati.

La fuga fiscale come metodo

Perché quelle altre strade portano sistematicamente fuori dai confini. Exor, la cassaforte di famiglia, ha la residenza fiscale nei Paesi Bassi. CNH Industrial ha sede legale olandese e domicilio fiscale in Inghilterra. Comau, la robotica torinese, è stata ceduta a un fondo americano. La parola che ricorre, da anni, è una sola: delocalizzazione. Degli impianti, dei capitali, perfino delle residenze.
A completare il quadro c’è la vicenda dell’eredità Agnelli. I fratelli Elkann hanno versato oltre 175 milioni all’Agenzia delle Entrate per chiudere il contenzioso sui beni di Marella Agnelli, dei quali la Procura di Torino contestava la fittizia residenza svizzera. Il versamento, però, non ha chiuso il fronte penale: a fine 2025 il giudice ha disposto l’imputazione coatta, riaprendo la strada verso il processo. Il nodo resta la “Dicembre”, la società semplice attraverso cui passa il controllo dell’intero impero.

Il conto di un secolo di fedeltà

Per oltre cent’anni la dinastia ha incassato la fedeltà di una Nazione: operai, fornitori, indotto, denaro pubblico riversato per salvare di volta in volta l’azienda simbolo. In cambio, l’Italia è passata da protagonista a comparsa delle decisioni che la riguardano, prese altrove e per altri.
La Luce, in fondo, è l’emblema perfetto di questa parabola. Un’automobile italiana soltanto nel nome, disegnata da uno straniero, pensata per mercati lontani, costruita su un’identità che si dissolve. Non è il futuro che sradica la tradizione: è un modello di capitalismo apolide che, esaurito il legame con la terra che lo ha generato, ne vende anche l’ultima reliquia.

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Matteo Di Bello
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