Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso contro la concessione dell’ex Rialto di Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica di Roma. Una decisione che chiude, almeno per ora, un contenzioso amministrativo, ma lascia intatto il nodo politico: un bene pubblico monumentale nel cuore della Capitale ceduto gratis, per trent’anni rinnovabili, senza alcuna gara, con i lavori di restauro finanziati dalla fondazione di un imprenditore dell’azzardo online i cui marchi figurano nelle liste nere dei regolatori europei.
Cosa ha deciso il Tar del Lazio
I giudici non sono entrati nel merito. Hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Arci, dal sindacato inquilini Asia Usb, dall’Unione Inquilini e da altre associazioni, ritenendo che i ricorrenti non avessero titolo per impugnare la delibera del gennaio 2025. La concessione, dunque, resta in piedi. I promotori del ricorso non escludono un appello, ma sul piano sostanziale la questione — se un immobile di quel valore potesse essere assegnato senza una procedura aperta — non ha ricevuto risposta.
Una concessione gratuita e senza bando
L’edificio di via di Sant’Ambrogio, a pochi passi dal Portico d’Ottavia, è un ex convento rimasto inutilizzato dal 2017. La giunta guidata da Roberto Gualtieri lo ha concesso alla Comunità Ebraica di Roma per trent’anni, rinnovabili per altri venti, a titolo gratuito, perché vi trasferisca il liceo paritario Renzo Levi. In cambio, la Comunità e i suoi partner privati si impegnano a ristrutturarlo con circa 8,5 milioni di euro.
Il punto contestato è la procedura. Il regolamento sul patrimonio di Roma Capitale, nella delibera 104 del 2022, prevede che gli immobili pubblici destinati a finalità di interesse generale vengano assegnati tramite avviso pubblico e con il pagamento di un canone. L’amministrazione ha invece utilizzato una norma speciale che consente l’assegnazione diretta a determinati soggetti, saltando la gara. È la stessa amministrazione che, ad associazioni, circoli e realtà culturali, negli stessi anni ha imposto canoni, sgomberi e richieste di morosità pregressa.
Chi paga i lavori: dai casinò online al patrimonio di Roma
I fondi per il restauro non arrivano dal bilancio comunale. Una quota rilevante è promessa dalla Yael Foundation, l’ente filantropico creato nel 2020 da Uri Poliavich insieme alla moglie Yael, affiancato dalla Ronald S. Lauder Foundation. Poliavich, imprenditore di origine ucraina residente in Israele, è il fondatore di Soft2Bet, società del gioco d’azzardo online con sede tra Malta e Cipro.
Ed è qui che la vicenda romana si intreccia con un’inchiesta internazionale. Un consorzio di giornalisti europei, in un lavoro durato oltre un anno e pubblicato in sedici Nazioni, ha ricostruito attorno a Soft2Bet una rete di circa centosessanta casinò, di cui centoquarantacinque privi di licenza e finiti nelle liste nere dei regolatori del continente — in Italia, quelle dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Documenti bancari e testimonianze di ex dipendenti descrivono pratiche aggressive: conti che non venivano chiusi nonostante la richiesta del giocatore, messaggi e bonus per spingerlo a continuare, vincite non pagate. Tra i siti collegati, attivo anche in Italia, figura Onlyspins, un casinò a tema pornografico che non verifica l’età degli utenti.
È lo stesso mondo che in Italia ha assunto proporzioni di massa, come abbiamo raccontato nel nostro dossier sui 157 miliardi bruciati all’azzardo: un’industria che prospera dove i salari sono più bassi e la disperazione più diffusa.
Il profilo del finanziatore
La Yael Foundation finanzia scuole ebraiche in tutto il mondo, con oltre cento progetti nella sola Europa. In un video diffuso dalla stessa fondazione, Poliavich ha descritto il proprio orizzonte educativo come un percorso che accompagna i ragazzi dall’infanzia fino alla scelta, a diciotto anni, di trasferirsi in Israele e arruolarsi nelle sue forze armate. Va detto con precisione: non esiste alcun atto che indichi che il liceo romano sarà qualcosa di diverso da una scuola. Il problema non riguarda la scuola, ma la fonte del denaro con cui si restaura un bene monumentale pubblico e l’assenza di qualunque vaglio, da parte del Comune, su quella provenienza.
Il patrimonio pubblico e la logica del regalo
C’è una domanda che precede ogni valutazione tecnica. Un bene comune, sottratto per decenni alla collettività e poi affidato a un solo soggetto senza che la città sia stata interpellata, è ancora un bene comune? Lo spazio di via Sant’Ambrogio, prima dell’abbandono, era stato per anni un luogo di produzione culturale nato da un’occupazione. La sua storia non impone alcuna nostalgia militante, ma segnala un metodo: quando l’immobile serviva a realtà scomode, si è proceduto con sgomberi e multe; quando la destinazione è gradita, si sceglie la via dell’assegnazione diretta e gratuita.
L’azzardo di massa, del resto, non è un dettaglio di colore. Colpisce i più fragili, alimenta la ludopatia, si nutre della fragilità economica di intere fasce di popolazione. Che il restauro di un monumento romano finisca per dipendere, sia pure indirettamente, dai profitti di quel mondo dice molto sullo stato del rapporto tra denaro privato e patrimonio pubblico.
La difesa del Campidoglio
L’amministrazione respinge le critiche. Sostiene che la procedura sia pienamente legittima, fondata su una norma del regolamento del 2022 che consente assegnazioni dirette a soggetti istituzionali; che la concessione non sia in realtà gratuita, perché a fronte dell’uso la Comunità si accolla oltre otto milioni di lavori, pari a circa trecentomila euro l’anno spalmati sulla durata; e che l’operazione sottragga l’edificio al degrado e alla pressione turistica che, altrimenti, lo avrebbe trasformato in una struttura ricettiva. L’assessore al Patrimonio Tobia Zevi ha rivendicato la scelta come valorizzazione di un immobile pubblico e collaborazione tra istituzioni.
Un precedente che pesa
La sentenza del Tar non scioglie il merito: lo aggira. E lascia in piedi un precedente. Sull’ex Rialto di Sant’Ambrogio resta la sensazione di una città a cui è stato tolto ogni margine di scelta sul destino dei propri beni. Chi ferma una rete di casinò senza licenza che continua a operare in mezza Europa è una domanda che riguarda i regolatori. Chi vigila sul modo in cui i profitti di quel mondo si convertono in filantropia e prestigio, fino a finanziare il patrimonio pubblico italiano, è una domanda che riguarda la politica. Per ora, a Roma, nessuno ha risposto.
Fonti
- Investigate Europe — Soft2bet Files: la rete dei casinò senza licenza
- Il Fatto Quotidiano — Ex Rialto assegnato senza bando e gratis
- RomaToday — Il Tar respinge il ricorso sulla concessione
- Roma Report — La polemica sull’assegnazione senza bando
- Roma Capitale — La delibera ufficiale

