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Europa

Social vietati agli under 13: cosa prevede l’EU Kids Act e come funziona davvero

Carlotta De Marchi

La Commissione inverte l'onere della prova e colpisce il design delle piattaforme. Ma la soglia la decide Bruxelles, e il ddl italiano è fermo da due anni.

Riassunto dell'articolo

La Commissione europea ha adottato il 17 settembre 2026 l'EU Kids Act, proposta di regolamento che vieta i social ai minori di 13 anni, prevede mini-account gestiti dai genitori tra i 13 e i 15 anni con un'ora di utilizzo al giorno e consente un profilo autonomo solo dai 15 anni, con tutele fino ai 18. Il testo inverte l'onere della prova per le grandi piattaforme, che dovranno dimostrare di essere sicure fin dalla progettazione, e vieta scorrimento infinito, notifiche notturne, meccanismi di ricompensa e feed profilati; si applica anche a videogiochi e chatbot. La verifica dell'età, affidata a piattaforme e app store, è il punto più contestato. Con l'approvazione non saranno più ammesse soglie nazionali diverse. In Italia il ddl 1136 Mennuni-Madia è fermo al Senato dal 2024.

Punti chiave
  • Commissione europea, Rappresentanza in Italia — Legge europea sui minori (EU KIDS…
  • ANSA — L'Ue approva il Kids Act, divieto dei social per gli…
  • ANSA Focus — Il Kids Act, la stretta sui social alla prova…
  • AgenSIR — Social e minori: presentato a Strasburgo l'Eu Kids Act

Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha adottato l’EU Kids Act, la proposta di regolamento che vieta i social ai minori di 13 anni e fissa a 15 anni la soglia per aprire un profilo da soli. Ursula von der Leyen l’aveva annunciata il giorno prima a Strasburgo, nel discorso sullo Stato dell’Unione. Ma per capire cosa prevede l’EU Kids Act bisogna andare oltre il titolo: il divieto anagrafico è solo la parte più visibile di un testo che cambia le regole del gioco per le piattaforme.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

La vera novità sta altrove. Per la prima volta l’onere della prova viene rovesciato: non saranno i genitori a dover dimostrare che un servizio è dannoso, ma le grandi piattaforme a dover dimostrare che è sicuro. E la lista di ciò che viene vietato tocca il cuore del modello economico dei social: lo scorrimento infinito, le notifiche notturne, i feed costruiti sulla profilazione.

Cosa cambia con la proposta del 17 settembre

Il nome per esteso è “Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy”. È una proposta legislativa, non un divieto già in vigore: dovrà passare dal Parlamento europeo e dal Consiglio con la procedura ordinaria, e il negoziato potrà modificare soglie, obblighi e tempi.

Il punto politico, però, è già chiaro. Secondo quanto chiarito da fonti UE, con la piena applicazione del regolamento non potranno esistere leggi nazionali con età diverse o sistemi differenti. La soglia, da quel momento, la decide Bruxelles per tutti i ventisette.

Von der Leyen ha motivato l’intervento con i numeri: il 92 per cento degli europei chiede più tutele per i minori online e circa il 70 per cento si dice preoccupato per cyberbullismo, molestie e adescamento. I giovani europei passano in media dalle quattro alle sei ore al giorno davanti a uno schermo; chi ha iniziato a usare i social prima dei dieci anni arriva a sette-otto ore, quasi una giornata lavorativa di un adulto.

Le tre fasce d’età del divieto social under 13

Il regolamento introduce un approccio graduale, per fasce.

Sotto i 13 anni l’accesso ai social è vietato. Tra i 3 e i 13 anni i bambini potranno usare soltanto servizi di condivisione video pensati per l’infanzia, tramite un account gestito dai genitori e con un tetto di sessanta minuti al giorno.

Tra i 13 e i 15 anni sono previsti i cosiddetti “mini-account”: li crea il genitore, il minore li usa attraverso l’account del genitore, con contatti limitati, funzionalità ridotte e un tempo massimo di utilizzo di un’ora al giorno.

Dai 15 anni si può aprire un profilo autonomo. Ma fino ai 18 anni l’utente resta un minore agli occhi della legge: le piattaforme dovranno continuare a garantirgli un ambiente progettato secondo standard specifici di sicurezza e riservatezza. La soglia dei 15 anni non coincide con la fine delle tutele.

Cosa viene vietato alle piattaforme

Qui il Kids Act smette di essere una legge sull’età e diventa una legge sul design. Gli obblighi valgono per tutti i servizi che offrono a minori di 18 anni reti sociali, condivisione video, videogiochi online, assistenti e chatbot basati sull’intelligenza artificiale.

La lista dei divieti è precisa. Vietate le funzionalità che creano dipendenza. Vietato lo scorrimento infinito senza punti di interruzione. Vietati i meccanismi di ricompensa ingannevoli e le notifiche push durante le ore di sonno. Vietati i feed di raccomandazione basati sulla profilazione che possono trascinare i minori verso contenuti dannosi.

Cambiano anche le impostazioni predefinite. I profili dei minori dovranno essere privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivati. Vietati i contatti non richiesti da parte di estranei. Le piattaforme dovranno offrire strumenti semplici per bloccare e silenziare altri utenti, strumenti per la gestione del tempo e sistemi di raccomandazione che il minore possa controllare, modificare e azzerare.

Per i chatbot di intelligenza artificiale l’obiettivo dichiarato è evitare funzioni che incoraggino nei minori rapporti emotivi malsani con gli assistenti virtuali.

L’inversione dell’onere della prova

È il principio cardine del testo. Per le piattaforme di dimensioni molto grandi, saranno i fornitori a dover dimostrare che i loro servizi sono adeguati all’età degli utenti e sicuri fin dalla progettazione. “Le piattaforme dovranno dimostrarci di essere sicure”, ha detto von der Leyen in aula.

La vicepresidente Henna Virkkunen ha spiegato la logica: garantire ai bambini i loro diritti online, dare ai genitori gli strumenti per accompagnarli, e mantenere alta la pressione sulle piattaforme, che devono provare di non arrecare danno.

L’architettura di vigilanza, secondo i documenti preparatori visionati da Politico, ricalca quella del Digital Services Act e dell’AI Act, con contributi di supervisione pagati dalle aziende. Il DSA già oggi prevede, per le violazioni più gravi, multe fino al 6 per cento del fatturato mondiale, e Bruxelles ha procedimenti aperti nei confronti di TikTok e Meta proprio sulla tutela dei minori.

Il nodo della verifica dell’età

Una regola che non si può controllare resta una regola sulla carta. Il Kids Act prevede che piattaforme e app store adottino sistemi di verifica dell’età rispettosi della riservatezza, e l’UE punta sul portafoglio digitale europeo come strumento per attestare l’età senza rivelare dati non necessari.

È il passaggio più contestato. European Digital Rights ed Electronic Frontier Foundation segnalano il rischio di una sorveglianza diffusa e di una perdita dell’anonimato online per tutti gli utenti, non solo per i minori. Christiane Wendehorst, dell’Università di Vienna, ricorda che i modi per aggirare il sistema restano semplici: le credenziali di un fratello maggiore, una VPN.

Save the Children, favorevole all’impianto, chiede limiti proporzionati e sistemi di verifica affidabili e rispettosi della privacy. Su questo terreno si giocherà buona parte del negoziato.

A cosa serve davvero: la lettura di Stefania Garassini

Per capire a cosa serve un limite d’età, al di là della cronaca di Bruxelles, vale la pena ascoltare chi il fenomeno lo studia da anni. Stefania Garassini insegna Content Management e Digital Journalism all’Università Cattolica, siede nel consiglio della Fondazione Patti Digitali ed è autrice del volume “Smartphone” (Ares).

Il suo punto di partenza è che gli algoritmi sono cambiati: l’obiettivo è agganciare l’attenzione e trattenerla in ogni modo. “Siamo sempre più spettatori dei social e sempre meno attori”, spiega. Le piattaforme non mostrano quello che fanno gli amici, ma quello che tiene incollati, perché hanno tracciato il comportamento dell’utente. “Sono meccanismi che promuovono la dipendenza, che la favoriscono perché il mio utente mi serve connesso”. È esattamente il modello che il Kids Act prova a colpire con il divieto dello scorrimento infinito e dei feed profilati.

Il danno, secondo Garassini, non è solo il tempo perso. “Cresciamo minori che diverranno adulti più deboli, incapaci di gestire la frustrazione, perché sono abituati ad avere sempre una soluzione sovrabbondante”. E poi c’è quella che chiama la corrosione dell’infanzia: “Il confronto con contenuti e situazioni tipiche del mondo adulto porta a una compressione dell’età infantile e all’incontro anzitempo con il disincantato. Stiamo crescendo degli adulti cinici per i quali sarà più difficile stupirsi ed entusiasmarsi”.

Da qui il giudizio sul limite di legge, che è tutt’altro che ingenuo. “Credo che possa essere un aiuto per i genitori, perché di fronte a questo divieto un genitore è costretto a rendersi conto, a svegliarsi, e non regalerebbe lo smartphone a 5, 6, 7 anni se sa che i social media sono vietati fino ai 15”. Il limite “da solo non risolve ma è un aiuto perché comincia a mettere un argine. Poi, certo, le famiglie devono fare un lavoro in più”.

C’è infine un dato che spiega perché il divieto può liberare più che reprimere. Garassini cita una rilevazione del New York Times: il 47 per cento degli adolescenti preferirebbe che TikTok non esistesse. Non lo usano perché lo vogliono, ma perché “è lì che si gioca buona parte della socialità di un adolescente”. Una soglia uguale per tutti toglie a ciascun ragazzo il peso di dover dire di no da solo.

L’Italia in ritardo: il ddl fermo da due anni

In Italia oggi la legge fissa a 14 anni l’età per iscriversi da soli ai social. Il disegno di legge 1136, “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, porta la data del 13 maggio 2024, prima firmataria Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia con il sostegno di Marianna Madia del Pd. Alza la soglia a 15 anni e introduce l’obbligo di controllo parentale.

È entrato in commissione al Senato, si è congiunto ad altri tre testi, ha raccolto audizioni. Poi si è fermato, proprio sulla verifica dell’età tramite AGCOM. Nel frattempo il governo ha scritto un proprio testo in dieci articoli, uscito ad aprile da un vertice a Palazzo Chigi, che in Consiglio dei ministri non è mai arrivato. Il risultato è che la legge annunciata da due anni la scrive Bruxelles.

Le reazioni nel centrodestra sono di sintonia con qualche distinguo. Mennuni avrebbe preferito una soglia più alta per il divieto totale: “Ritengo che il limite potesse essere fissato a 14/15 anni come previsto nel nostro disegno di legge”, e insiste perché la verifica dell’età sia “realmente operativa”. Il deputato Riccardo Zucconi, sempre di Fratelli d’Italia, legge nella proposta europea una conferma della linea del governo Meloni a partire dal decreto Caivano. Il ministro Valditara si era già detto favorevole al divieto sotto i 15 anni e aveva chiesto al Senato di approvare in fretta il testo.

Da Giorgia Meloni, per ora, nessun commento. L’ultima presa di posizione risale a giugno, quando si era detta “non contraria” a un divieto, pur ritenendolo “non risolutivo”. Una posizione che, per chi segue l’attenzione del governo alla giustizia minorile, non sorprende: l’esecutivo ha scelto di intervenire sulla responsabilità dei ragazzi, come nel disegno di legge che inverte l’onere della prova sull’imputabilità dei minori, più che sulle piattaforme.

Chi si oppone e perché

L’industria ha organizzato l’opposizione attorno a tre nodi. Il primo è l’inversione dell’onere della prova, che le associazioni di settore definiscono una presunzione di colpevolezza mai applicata ad altri comparti economici. Il secondo è la verifica dell’età, letta come un passo verso la sorveglianza generalizzata. Il terzo è pratico: le regole si aggirano.

Tra gli Stati membri, la Finlandia è tra i più riluttanti per tradizione liberale; Spagna, Portogallo e Grecia hanno già legiferato e spingono. La Francia ha un precedente scomodo: la sua legge sul divieto sotto i 15 anni, approvata il 21 luglio 2026, è stata bloccata dal Consiglio costituzionale perché restrizione della libertà di comunicazione “non adeguata, necessaria e proporzionata”. Macron aveva scritto a von der Leyen pochi giorni prima dell’annuncio per chiedere una legge europea. Ora ce l’ha.

Fuori dall’Europa l’Australia ha fissato la soglia a 16 anni, e il Parlamento europeo aveva proposto la stessa età. La Commissione ha scelto 13 e 15: una via di mezzo che scontenta chi voleva una soglia unica e alta e chi non voleva alcun divieto.

Tempi e prossimi passi

La proposta entra ora nella procedura legislativa ordinaria. In autunno la Commissione presenterà un secondo pacchetto, il Digital Fairness Act, con un quadro di misure sull’uso delle piattaforme per tutti gli utenti. Le due discussioni corrono in parallelo.

Per le famiglie italiane non cambia nulla nell’immediato: la soglia resta 14 anni e il ddl 1136 resta in commissione. Ma il quadro è mutato. Quando il regolamento sarà approvato, il Parlamento italiano non potrà più scegliere una soglia diversa da quella di Bruxelles. La discussione sull’educazione digitale dei figli, in Europa, si è appena trasferita a un livello dove le Nazioni contano meno.

Fonti

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Carlotta De Marchi
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