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Italia

Emma Bonino è morta. Ha vinto tutte le sue battaglie, e l’Italia ne paga il conto

Carlotta De Marchi

Cinquant'anni di coerenza assoluta, sempre dalla stessa parte. Rispetto per la donna, nessuno sconto all'idea che ha incarnato.

Riassunto dell'articolo

Emma Bonino è morta a Roma a 78 anni. L'articolo ricostruisce cinquant'anni di battaglie — divorzio, aborto, fecondazione assistita, eutanasia — e ne propone un bilancio critico: una coerenza assoluta nella direzione della libertà come rimozione di vincoli, che ha contribuito a svuotare i legami familiari e generazionali della Nazione, oggi la più anziana d'Europa con 370 mila nati nel 2024.

Emma Bonino è morta oggi a Roma, a 78 anni. Era stata ricoverata il 7 settembre all’ospedale Santo Spirito per una crisi respiratoria; ieri il trasferimento in una clinica privata, poi il peggioramento fatale. La notizia l’ha data Più Europa, il partito che aveva fondato nel 2017.

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Da oggi i quotidiani scriveranno di un’«anima indomabile dei diritti civili». È un ritratto sincero, e per questo insufficiente. Emma Bonino merita di più di un santino: merita un bilancio. Perché nessun politico italiano del dopoguerra ha combattuto con altrettanta coerenza, per altrettanto tempo, sempre nella stessa direzione. E proprio questa coerenza rende leggibile, oggi, il risultato.

Chi era Emma Bonino: una vita in una sola direzione

Nata a Bra, nel Cuneese, il 9 marzo 1948, laureata alla Bocconi, Emma Bonino entra in politica nel 1974 con il referendum sul divorzio, vinto dal fronte del No con il 59,3 per cento. È la prima battaglia. Tutte le successive avranno la stessa forma.

Nel 1975 fonda il CISA, il Centro informazione sterilizzazione e aborto, e si autodenuncia per aver praticato aborti clandestini. Viene arrestata. È l’atto fondativo della sua figura pubblica: la disobbedienza come metodo, il corpo della donna come campo di battaglia.

Nel 1976 entra alla Camera con il Partito Radicale. Poche settimane dopo, la nube di diossina di Seveso: con i Radicali e l’Unione donne italiane organizza la campagna perché le donne incinte della zona possano abortire. Nel 1978 arriva la legge 194. Nel 1981 i Radicali chiedono di andare oltre, con un referendum per l’aborto senza alcun limite: gli italiani lo bocciano con l’88 per cento.

Poi Bruxelles: commissaria europea dal 1995 al 1999, la Lista Bonino all’8,5 per cento nel 1999, ministra del Commercio internazionale con Prodi, ministra degli Esteri con Letta, tre candidature al Quirinale. Nel 2005 il referendum contro la legge 40 sulla fecondazione assistita, fallito per mancanza del quorum. Negli ultimi vent’anni, la battaglia per l’eutanasia con Marco Cappato e l’Associazione Luca Coscioni, fino al referendum dichiarato inammissibile dalla Consulta nel 2022.

Divorzio, aborto, fecondazione senza limiti, droghe legali, eutanasia. Cinquant’anni, un solo verbo: togliere.

Il filo rosso: la libertà come sottrazione

Ogni battaglia di Emma Bonino ha la stessa grammatica. Non chiede a nessuno di fare qualcosa: chiede allo Stato di smettere di impedire. Il divorzio rimuove l’indissolubilità del vincolo coniugale. L’aborto rimuove il vincolo tra concepimento e nascita. L’eutanasia rimuove il vincolo tra la vita e la sua durata. La liberalizzazione delle droghe rimuove il divieto sull’autodistruzione.

È la libertà negativa nella sua forma più pura: un perimetro da allargare, mai un contenuto da riempire. E qui sta il vero principio della cultura radicale, che non è il liberalismo ma l’anticomunitarismo. Tra l’individuo e lo Stato non deve esistere nulla che abbia il diritto di chiedere qualcosa: né la famiglia, né la comunità, né la generazione che verrà. Ogni corpo intermedio è un vincolo, e ogni vincolo va rimosso.

Bonino l’ha detto in mille modi, con una frase che è diventata il suo manifesto: lo Stato non deve entrare nella mia vita. Nessuno può negarle la coerenza. Ma una società fatta solo di vincoli rimossi si ritrova, alla fine, con individui perfettamente liberi e perfettamente soli. Il matrimonio diventa revocabile, la vita nascente opzionale, la morte programmabile. Tutto ciò che prima era dato diventa scelta; e ciò che è scelta può essere non scelta.

Il risultato non è la libertà di costruire. È la libertà di non costruire.

Il conto demografico

Nel 1974, l’anno del referendum sul divorzio, in Italia nascevano circa 870 mila bambini. Nel 2024, secondo l’ISTAT, ne sono nati 370 mila: il minimo dall’Unità. Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, uno dei più bassi d’Europa e del mondo. L’Italia è oggi la Nazione più anziana del continente.

Sarebbe disonesto attribuire tutto questo a una persona. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che non esista un nesso tra la cultura che ha vinto e la Nazione che si è svuotata. Una società che ha reso ogni legame opzionale non fa più figli. Non perché qualcuno glielo vieti, ma perché non c’è più nulla che glielo chieda.

La sterilità italiana non è un incidente. È il compimento di un programma: quello per cui l’unico soggetto legittimo è l’individuo adulto, presente, senziente. Chi non è ancora nato non ha voce. Chi non è più autosufficiente non ha valore. Chi verrà dopo non ha diritti.

Cultura della morte: non è stata sola

Nel 1995, nell’enciclica Evangelium Vitae, Giovanni Paolo II diede un nome a questo orizzonte: cultura della morte. Non un insulto, ma una categoria: una civiltà che, in nome della libertà individuale, legittima la soppressione della vita ai suoi due estremi, l’inizio e la fine.

Emma Bonino non ha inventato questa cultura. Ne è stata il volto più limpido e più onesto, in un Occidente che l’ha adottata senza mai dichiararla. Per questo Bruxelles l’ha amata: perché rappresentava, senza ipocrisie, ciò che le classi dirigenti europee praticavano con ipocrisia. Il suo europeismo era la traduzione politica dello stesso principio: nessun corpo intermedio, nessuna Nazione, nessuna appartenenza tra l’individuo e il potere.

Chi obietta che Bonino ha combattuto anche battaglie «positive» — la Corte penale internazionale, le missioni umanitarie, il Tibet, la lotta alle mutilazioni genitali femminili — ha ragione, e non cambia nulla. Anche quelle erano battaglie per proteggere l’individuo dal potere che lo opprime. L’orizzonte non si sposta mai. Il legame che manca è sempre lo stesso: quello verso chi viene dopo.

Anche nella sua stagione più istituzionale, quella della Farnesina, la cifra non cambiò: fu la prima ministra degli Esteri europea a visitare Teheran nel 2013, come raccontiamo nel nostro pezzo sulla doppia partita dell’Italia in Iran. Una politica estera senza ideologia, nel senso letterale: senza idea di chi fossimo noi.

L’onore delle armi

Nel novembre 2024, uscita da un ricovero, Emma Bonino trovò alla sua porta Papa Francesco. Una visita inattesa a chi aveva combattuto per mezzo secolo contro tutto ciò che la Chiesa difende. Fu un gesto di rispetto verso la persona, non verso l’idea. È la distinzione giusta, e la facciamo nostra.

Emma Bonino ha vinto quasi tutte le sue battaglie. Ha visto l’Italia diventare esattamente la Nazione che voleva: libera da ogni vincolo, e vuota. Ha combattuto il cancro con la stessa fierezza con cui aveva combattuto ogni avversario, e ha detto fino all’ultimo che non era la malattia che l’aveva colpita.

Le rendiamo l’onore delle armi che si deve a un avversario leale e coerente. E le lasciamo la domanda che resta a tutti noi: quando lo Stato è uscito da tutto, che cosa è rimasto dentro?

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Carlotta De Marchi
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