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Finanza

Electrolux taglia 1.719 posti in Italia, il Governo blocca il piano: dietro la crisi il fallimento del Green Deal europeo

Federico Galli

La multinazionale svedese presenta un piano di ristrutturazione che cancella quasi quattro lavoratori su dieci negli stabilimenti italiani e chiude Cerreto d'Esi. Urso: «Irricevibile e inaccettabile». Il rinvio al 15 giugno apre uno scontro che riguarda l'intero modello industriale del continente.

Riassunto dell'articolo

Electrolux ha presentato il 25 maggio 2026 un piano industriale che prevede 1.719 esuberi negli stabilimenti italiani (994 operai e 725 impiegati, circa il 40% dei 4.500 dipendenti nazionali), con la chiusura definitiva del sito di Cerreto d'Esi nelle Marche e il ridimensionamento dei quattro stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha definito il piano «irricevibile e inaccettabile», chiedendo all'azienda di ritirarlo e di ripresentarsi al tavolo del Mimit il 15 giugno con una nuova proposta basata su investimenti, innovazione e tutela dell'occupazione. Urso ha attribuito la crisi del settore alle politiche del Green Deal europeo e alla concorrenza sleale dei produttori cinesi Midea, Haier e Hisense, che controllano circa metà del mercato mondiale degli elettrodomestici. Le opposizioni hanno attaccato il Governo ricordando i circa 700 milioni di incentivi concessi al gruppo nell'ultimo decennio. Sullo sfondo permane il rischio di un ingresso di Midea nel capitale Electrolux. La vertenza coinvolge cinque Regioni: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto.

I numeri presentati ieri a Palazzo Piacentini sono di quelli che disegnano lo stato reale della manifattura italiana. Electrolux ha messo sul tavolo del Ministero delle Imprese un piano industriale che prevede 1.719 esuberi sui circa 4.500 dipendenti del gruppo nella Nazione: 994 operai e 725 impiegati. In termini percentuali significa cancellare quasi il quaranta per cento della forza lavoro italiana della multinazionale svedese. A questo si aggiunge la chiusura definitiva dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, e un ridimensionamento pesante negli altri quattro siti produttivi.
La distribuzione dei tagli è già nota nel dettaglio degli operai: Susegana perderebbe 310 posti, Porcia 256, Forlì 241, Solaro 106, Cerreto d’Esi 81 con la cancellazione totale dello stabilimento. Sopravvivono, in forma ridotta, i quattro siti di Susegana in provincia di Treviso, Porcia in provincia di Pordenone, Solaro alle porte di Milano e Forlì. Colpita anche la ricerca e sviluppo, con tagli che incidono sul cuore stesso della capacità innovativa del gruppo in Italia.

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Cosa prevede il piano Electrolux e perché il Governo lo respinge

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha definito il piano «irricevibile e inaccettabile», sia per l’assenza di prospettive industriali credibili sia per le ricadute occupazionali. Ha chiesto formalmente all’azienda di ritirare la proposta e di presentarsi al nuovo tavolo, fissato per il 15 giugno, con un progetto fondato su investimenti, innovazione, tutela degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione. La linea del Mimit ha trovato sostegno compatto: Confindustria, le cinque Regioni coinvolte — Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto — i Comuni interessati e tutte le sigle sindacali del metalmeccanico hanno chiesto il ritiro del piano.
Il riferimento operativo richiamato da Urso è il precedente Beko, vertenza chiusa nei mesi scorsi senza licenziamenti collettivi e senza chiusure di stabilimenti. Il ministro ha ricordato che dei 55 tavoli di crisi ereditati a inizio legislatura, 39 sono stati chiusi positivamente e 43 restano attivi. La cornice politica è quella della contrattazione muscolare con il management svedese, con il Governo che si presenta come parte attiva e non come notaio della ristrutturazione.

Stabilimenti Electrolux a rischio: la mappa dei tagli

La mappa industriale che emerge dal piano è quella di una manifattura nazionale che si ritira progressivamente dalla produzione di beni di consumo durevoli. Cerreto d’Esi sparisce dalla geografia produttiva degli elettrodomestici italiani dopo decenni di attività. Susegana, lo stabilimento più grande, perde oltre trecento posti. Porcia, cuore storico della galassia Zanussi, viene amputato di un quarto della sua manodopera operaia. Il Nordest, da solo, registrerebbe oltre cinquecento esuberi tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto.
L’azienda motiva la scelta con l’insostenibilità dei costi produttivi europei: prezzi dell’energia, costo delle materie prime e del lavoro hanno reso fuori mercato gli stabilimenti italiani rispetto ai competitor asiatici ed est-europei. Una giustificazione che, letta in trasparenza, è una sentenza sul modello continentale degli ultimi quindici anni.

Perché Electrolux taglia in Italia: la concorrenza cinese e il Green Deal

Lo stesso Urso ha messo nero su bianco l’analisi che fino a pochi anni fa nessun ministro avrebbe osato esplicitare. La crisi del settore degli elettrodomestici, ha dichiarato, è frutto anche delle «scelte perverse e ideologiche del Green Deal, che hanno esposto il mercato e la produzione europea alla concorrenza selvaggia e sleale della Cina». Una posizione che il ministro porterà giovedì a Bruxelles, chiedendo il riconoscimento dell’elettrodomestico come settore strategico e misure di salvaguardia analoghe a quelle ottenute per l’acciaio.
Dietro la crisi Electrolux c’è una geografia industriale ormai consolidata. I tre giganti cinesi — Midea, Haier, Hisense — più la turca Arçelik-Beko detengono circa la metà del mercato mondiale degli elettrodomestici bianchi. Haier è leader globale dopo l’acquisizione di General Electric Appliances negli Stati Uniti. Midea, con un fatturato vicino ai sessanta miliardi di euro nel 2025 e in crescita del dodici per cento, è il secondo produttore mondiale e ha già acquisito Toshiba Home Appliances e Kuka. Questi gruppi non sono nati dal nulla: sono il risultato di trent’anni di delocalizzazione decisa proprio dai marchi europei, che hanno trasferito in Asia le produzioni di fascia bassa convinti di poter mantenere il controllo del valore aggiunto. Quelle fabbriche delocalizzate hanno accumulato know-how, scala e supply chain, e oggi competono direttamente con chi le aveva create, anche acquisendone i marchi.
A questa pressione esterna si è sovrapposta una pressione interna autoinflitta. Il pacchetto regolatorio del Green Deal ha imposto al manifatturiero europeo standard ambientali, costi energetici e oneri di conformità che i produttori asiatici, esenti da vincoli equivalenti, non subiscono. Il risultato non è la riduzione dell’impatto ambientale globale ma il trasferimento della produzione dove l’ambiente è meno tutelato e i lavoratori meno garantiti. Una contraddizione strutturale del modello UE, che predica la transizione ecologica e produce desertificazione industriale.

Le opposizioni e il nodo dei 700 milioni di incentivi

Le opposizioni hanno colto l’occasione per attaccare l’esecutivo, accusandolo di aver concesso negli ultimi dieci anni circa settecento milioni di euro tra aiuti diretti e indiretti al gruppo, senza ottenere in cambio garanzie strutturali sulla tenuta occupazionale. Il consigliere regionale del Partito Democratico Paolo Romano ha definito non accettabili i tagli a Solaro e ha chiesto un intervento personale della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Francesca Ghirra di Alleanza Verdi-Sinistra ha contestato la lettura governativa che attribuisce parte delle responsabilità al Green Deal, riconducendo invece tutto alla perdita di competitività del settore italiano.
Il punto, però, è esattamente quello che le opposizioni preferiscono non vedere. Settecento milioni di incentivi a fondo perduto, in assenza di una politica industriale di sistema e con una cornice europea che penalizza il manifatturiero continentale, sono soldi destinati a essere bruciati. Non è il singolo aiuto a mancare: manca la sovranità industriale, manca una politica energetica seria, manca la capacità europea di proteggere le proprie filiere strategiche con dazi ambientali e clausole di reciprocità. Tutte cose che il vecchio modello bruxellese ha rifiutato di costruire per ragioni ideologiche, e che ora presentano il conto.

Cosa succede ora: il tavolo del 15 giugno e lo scenario Midea

Il calendario è scandito. Il 15 giugno si torna al Mimit. L’azienda dovrà presentare un piano nuovo, che il Governo ha già detto di non voler accettare se prevede esuberi, licenziamenti collettivi o chiusure. I sindacati — Fiom, Fim, Uilm e Ugl metalmeccanici — hanno annunciato che non si siederanno al tavolo finché il piano attuale non sarà ritirato. Il segretario della Fiom Michele De Palma ha sintetizzato la posizione con una frase che è diventata lo slogan della vertenza: «Noi non negoziamo con la pistola puntata alla testa».
Sullo sfondo resta lo scenario più temuto: l’ingresso di Midea nel capitale di Electrolux. Il colosso cinese, secondo produttore mondiale, ha già manifestato interesse e dispone delle risorse per un’operazione di questa portata. Un esito che consegnerebbe definitivamente la manifattura europea degli elettrodomestici a Pechino, completando un ciclo iniziato con la delocalizzazione degli anni Novanta. È il momento in cui l’Europa scopre che il prezzo del Green Deal ideologico e dell’ingenuità commerciale verso la Cina non si paga in slogan ma in stabilimenti chiusi e operai a casa. Il vero piano industriale, ora, non riguarda solo Electrolux: riguarda se la civiltà europea conserverà la capacità di produrre le cose che usa ogni giorno, o se accetterà di diventare un mercato di sbocco per la manifattura asiatica.

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