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Europa

Quando il drone è russo è “attacco alla NATO”. Ora che è ucraino, perché nessuno lo dice?

Antonio Antipari

Un drone navale ucraino è esploso nel porto romeno di Costanza. Le cancellerie europee hanno trovato il colpevole prima ancora di esaminare i resti: la Russia. Come sempre.

Riassunto dell'articolo

Il 5 giugno un drone navale ucraino è esploso nel porto di Costanza, in Romania, senza vittime. Kiev ha ammesso che il mezzo era suo, deviato — sostiene — dalla guerra elettronica russa. Eppure le istituzioni europee hanno attribuito anche stavolta la responsabilità a Mosca. La stessa sequenza già vista a Przewodów nel 2022. Un'analisi dell'attribuzione automatica che trasforma ogni incidente in benzina per l'escalation.

Un drone navale ucraino è esploso nel porto di Costanza, in Romania, sul Mar Nero. Nessuna vittima: l’area era stata evacuata in tempo. Kiev ha confermato che il mezzo era suo, sostenendo di averne perso il controllo a causa delle interferenze elettroniche russe. Sono bastate poche ore perché le cancellerie europee individuassero il responsabile: la Russia. Lo stesso responsabile che indicano ogni volta, qualunque sia la bandiera dipinta sul drone.

CREAZIONE SITI WEB
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Cosa è successo nel porto di Costanza

Venerdì 5 giugno, intorno alle 10:28, una colonna di fumo si è alzata dal molo 78 del porto di Costanza, il principale scalo marittimo della Romania e uno degli snodi logistici più sensibili del fianco est europeo. Un oggetto sospetto era stato segnalato in acqua già dalle prime ore del mattino; le autorità avevano isolato e sgomberato la zona prima della detonazione. Il ministero della Difesa romeno ha confermato l’esplosione precisando che non ci sono feriti e che il mezzo è “del tipo utilizzato nella guerra in Ucraina”. Il caso è ora sotto indagine della Procura di Costanza.
Kiev ha ammesso la paternità del drone, aggiungendo però di averne perso il controllo per la guerra elettronica russa. L’ambasciata russa a Bucarest ha rovesciato la versione, parlando di mezzi ucraini usati per “atti terroristici” contro la navigazione nel Mar Nero e avvertendo che altre imbarcazioni cariche di esplosivo si dirigevano verso la costa romena: da qui l’allerta rossa e l’evacuazione del litorale. Costanza non è un dettaglio: dal 2022 vi sono transitate oltre trenta milioni di tonnellate di merci ucraine, e a pochi metri dal molo colpito c’è un terminal petrolifero.

La provocazione di Vannacci e la domanda che pone

A poche ore dall’esplosione, Roberto Vannacci affida ai social la lettura più netta: «Attacco all’Europa e alla NATO! Droni ucraini esplodono in Romania». Aggiunge che “questa volta ammettono”, richiama il sabotaggio del Nord Stream attribuendolo a Kiev e chiosa che quei droni vengono costruiti “con i nostri soldi”.
La formulazione è volutamente sopra le righe. Ciò che Kiev ammette è che il drone era suo, non di aver deliberatamente colpito l’Alleanza: la versione ucraina parla di perdita di controllo, non di un atto ostile verso la NATO. Anche l’attribuzione del Nord Stream resta materia contesa, non un fatto accertato. Eppure, se si toglie all’affermazione la sua carica polemica, sotto resta una domanda che non si lascia liquidare: perché lo stesso identico incidente cambia di significato a seconda di chi ha lanciato il drone?

Galați e Costanza: due droni, una sola colpa

Il confronto è ravvicinato nel tempo. Nella notte fra il 28 e il 29 maggio un drone russo Geran-2 si era schiantato contro una palazzina a Galați, ferendo due persone: era stato il primo caso, dall’inizio dell’invasione su larga scala, di un mezzo che colpiva direttamente un’area abitata di una Nazione membro della NATO provocando feriti civili. La reazione fu durissima e coerente: Bucarest dichiarò il console russo persona non gradita e annunciò la chiusura del consolato.
Una settimana dopo, a Costanza, il drone è ucraino. Cambia la matrice, non l’esito dell’attribuzione. Il presidente romeno Nicușor Dan e i vertici dell’Unione Europea lo definiscono “diretta conseguenza della guerra di aggressione russa”; von der Leyen aggiunge che “la risposta deve essere all’altezza dell’urgenza”. Due mezzi diversi, due bandiere diverse, una sola colpa designata. La direzione del biasimo non cambia mai.

Il precedente di Przewodów: quando il missile ucraino diventò responsabilità russa

Chi ha memoria sa che questa sequenza non è nuova. Il 15 novembre 2022 un missile cadde su Przewodów, in Polonia, uccidendo due agricoltori a pochi chilometri dal confine ucraino. La reazione immediata fu l’allarme per un attacco russo a una Nazione dell’Alleanza, con l’ipotesi di invocare le consultazioni dell’articolo 4. Poi le indagini preliminari, condivise dagli stessi servizi americani, stabilirono che si trattava di un missile della contraerea ucraina S-300 finito fuori rotta; Varsavia lo avrebbe confermato negli anni successivi.
Decisivo fu il modo in cui il segretario generale della NATO chiuse il caso: nessun attacco deliberato contro l’Alleanza, ma la responsabilità — disse — andava attribuita comunque alla Russia, perché prosecutrice della sua guerra. Il vettore poteva essere ucraino, la colpa restava russa. Lì venne fissato lo schema che oggi ritroviamo identico a Costanza.

Un riflesso prima che un argomento: l’attribuzione automatica

Il punto non è assolvere Mosca della guerra che ha scatenato. Il punto è un altro, e più scomodo. La formula “fuori rotta per il jamming russo” non è una nota tecnica: è un’operazione di attribuzione. Sostenere che un drone ucraino ha minacciato un porto NATO per colpa della guerra elettronica russa significa spostare la responsabilità da chi ha lanciato il mezzo a chi quel mezzo doveva subirlo. È un riflesso prima ancora che un argomento, e come tutti i riflessi lo si riconosce dal fatto che scatta sempre nello stesso modo e non scatta mai nell’altro.
In una guerra ogni parte dovrebbe rispondere di ciò che provoca oltre i confini del conflitto. Nei resoconti che arrivano da Bruxelles e dai vertici dell’Alleanza questo non accade: la conclusione è già scritta prima dell’esame dei resti, e punta con regolarità sospetta in una sola direzione. Un’opinione pubblica a cui si ripete che la colpa è sempre della stessa parte non è un’opinione pubblica informata: è un’opinione pubblica preparata.

L’ipocrisia guerrafondaia e l’assenza europea

Preparata a cosa, è presto detto. L’attribuzione automatica non è neutra: indica sempre l’unica via dell’irrigidimento, mai quella di una domanda. Non chiede mai come sia possibile che mezzi senza pilota lanciati in massa finiscano fuori controllo a centinaia di chilometri dal bersaglio; non chiede mai quanto sia esposto il fianco est; non chiede mai a Kiev conto di ciò che accade in acque altrui. Mentre von der Leyen evoca l’urgenza e da Londra si annuncia che la Russia “potrebbe attaccare la NATO entro il 2030”, il drone ucraino di Costanza scompare nella stessa cornice del drone russo di Galați: tutto diventa, indistintamente, motivo per alzare il livello dello scontro.
È qui che la vera notizia resta sullo sfondo. La guerra è entrata nel cuore della logistica europea, in un porto cruciale accanto a un terminal energetico, e l’Europa delle nazioni sovrane — quella che dovrebbe domandarsi prima chi ha lanciato il drone e solo poi di chi sia la colpa — è stata sostituita da un’Unione che la colpa l’ha già decisa. Una decisione che, incidente dopo incidente, sceglie ogni volta l’opzione più bellicosa. Finché il drone ucraino sulla Romania varrà come quello russo, l’unica cosa che cresce non è la sicurezza del continente: è la disponibilità a considerare inevitabile una guerra più grande.

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Antonio Antipari
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