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USA

Trump chiude i 250 anni dell’America con l’attacco al comunismo: «Non li vogliamo qui»

Redazione - Il Politico

Al National Mall trentacinque minuti di bilancio trionfale, l'annuncio del Save America Act e l'affondo anticomunista. Da New York il contro-discorso di Mamdani. La data fondativa non unisce più: due Americhe celebrano due riti diversi.

Riassunto dell'articolo

Il 4 luglio 2026 Donald Trump ha chiuso le celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza americana con un discorso di circa 35 minuti al National Mall di Washington ("Salute to America 250"), ritardato dai temporali che avevano imposto l'evacuazione dell'area. Il presidente ha rivendicato un bilancio trionfale ("una nazione di vincenti", "li abbiamo annientati" su Iran e Venezuela), ha annunciato il Save America Act (documento d'identità e prova di cittadinanza per votare, abolizione del voto per corrispondenza salvo eccezioni) e ha rilanciato l'affondo anticomunista già pronunciato a Mount Rushmore il 3 luglio. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha tenuto un contro-discorso dal municipio, dietro la scrivania di George Washington, difendendo l'America degli immigrati senza nominare Trump. L'articolo legge la giornata come la prova che la data fondativa americana non produce più un rito condiviso: due liturgie parallele per una Nazione divisa, con una lezione per l'Europa sulla contesa dei simboli.

Punti chiave
  • CNN — America 250 celebrations; Trump's July Fourth speech
  • NBC News — Trump touts America as 'nation of winners,' slams communism…
  • Fox News — America 250 kicks off in nation's capital
  • NPR — In Mount Rushmore speech, Trump veers from U.S. exceptionalism to…

Il discorso di Trump del 4 luglio doveva essere il sigillo solenne sui 250 anni dell’indipendenza americana. È stato qualcosa di diverso: trentacinque minuti di comizio, con un annuncio legislativo, un nemico interno da nominare e una promessa di grandezza. Dal palco del Salute to America 250, al National Mall di Washington, il presidente ha celebrato «una nazione di vincenti». A quattrocento chilometri di distanza, dal municipio di New York, il sindaco Zohran Mamdani ha pronunciato il discorso opposto. Nel giorno in cui avrebbe dovuto esserci un solo rito, ce ne sono stati due. Ed è questo, più di ogni singola frase, il dato politico del duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti.

CREAZIONE SITI WEB
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Il temporale, la folla, il palco

La giornata era cominciata sotto un’ondata di caldo record, con temperature oltre i trentotto gradi nella capitale e circa centocinquanta milioni di americani sotto allerta in tutta la Nazione. Nel pomeriggio, i temporali hanno costretto le autorità a evacuare il National Mall: migliaia di persone allontanate mentre i lampi avanzavano verso il monumento a Washington.

Trump ha rilanciato su Truth con il suo stile: «Sono qui!», promettendo che il discorso si sarebbe tenuto a qualunque costo. Verso le ventidue la folla è rientrata, e il presidente è salito sul palco mano nella mano con Melania. La scenografia era quella delle grandi occasioni: l’omaggio a undici famiglie Gold Star, i sorvoli militari, i fuochi d’artificio annunciati come i più imponenti di sempre, l’inno eseguito dalle bande riunite delle forze armate con il presidente sull’attenti nel saluto militare.

«Una nazione di vincenti»: il bilancio trionfale

Il cuore del discorso è stato un bilancio di governo travestito da celebrazione. L’America, ha detto Trump, è oggi «più forte, libera, ricca, sicura e orgogliosa come mai prima». Gli Stati Uniti sarebbero «il coronamento della storia umana», e questo sarebbe soltanto «l’alba dell’età dell’oro dell’America».

Nel registro trionfale è entrata anche la politica estera, con una frase destinata a pesare: «Guardate il Venezuela, guardate l’Iran, li abbiamo annientati, abbiamo annientato i loro eserciti». Parole pronunciate mentre a Teheran, in una sovrapposizione tutt’altro che casuale, milioni di persone sfilano per i funerali di Stato di Ali Khamenei e il negoziato sullo Stretto di Hormuz resta congelato. La vittoria proclamata dal palco convive con una guerra che non è chiusa e con un accordo che ancora non c’è.

Cosa prevede il Save America Act

Il passaggio più concreto è stato l’annuncio del Save America Act, la legge elettorale che il presidente intende far approvare. Tre i punti dichiarati dal palco: ogni elettore dovrà esibire un documento d’identità valido per votare; ogni elettore dovrà fornire la prova di cittadinanza; il voto per corrispondenza sarà abolito, salvo i casi di malattia, disabilità, dispiegamento militare o viaggio. «E non ci saranno più brogli elettorali. È molto semplice», ha concluso Trump.

È un annuncio che sposta il discorso dal piano celebrativo a quello della battaglia politica in corso. Le regole del voto sono da anni il terreno più conteso della democrazia americana, e la scelta di lanciarne la riforma nel giorno del duecentocinquantesimo anniversario dice molto sulla natura dell’operazione: la data fondativa usata come piattaforma di legislatura.

L’affondo anticomunista, da Mount Rushmore al Mall

Il secondo filo rosso è l’anticomunismo. «Non vogliamo comunisti nella nostra Nazione», ha scandito Trump dal Mall. Il giorno prima, dal palco di Mount Rushmore, era andato oltre: il comunismo come «minaccia mortale alla libertà americana», la più grande che gli Stati Uniti abbiano affrontato, superiore — parole sue — alle due guerre mondiali, a Pearl Harbor e all’11 settembre.

Il bersaglio non nominato è evidente, e siede al municipio di New York. Da quando Mamdani, socialista dichiarato, ha conquistato la più grande città americana, la Casa Bianca ha trovato il proprio nemico interno perfetto. La retorica della guerra fredda viene riattivata non contro una potenza straniera, ma contro un’istituzione della Repubblica. Anche i presidenti del passato avevano parlato di comunismo il 4 luglio; nessuno lo aveva fatto trasformando la festa dell’indipendenza in una requisitoria contro il sindaco della propria prima città.

Il contro-discorso di Mamdani

Mamdani ha risposto senza mai pronunciare il nome del presidente. Lo ha fatto con una regia altrettanto studiata: seduto dietro la scrivania appartenuta a George Washington, circondato da cittadini appena naturalizzati. Il suo discorso ha rovesciato la narrazione trumpiana sull’immigrazione: per generazioni, ha detto, ci hanno raccontato che il mondo non ha mandato in America i suoi figli migliori; c’è chi sostiene che l’America appartenga solo a chi ha l’accento giusto o il colore giusto della pelle. «Quanto sono piccoli», ha aggiunto rivolto ai potenti che la pensano così.

Non era un discorso isolato. Il governatore del Maryland Wes Moore ha tenuto ad Annapolis la propria celebrazione alternativa, e il partito democratico ha diffuso una nota che della festa nazionale faceva un atto d’accusa. Il 4 luglio 2026 non ha avuto un pulpito: ne ha avuti almeno tre.

Una Nazione, due liturgie

Qui sta il punto che le cronache sul maltempo e sui fuochi d’artificio rischiano di far perdere. Un anniversario fondativo esiste per una ragione sola: ricordare a una comunità politica che cosa la tiene insieme al di sopra delle sue divisioni. Quando il rito si sdoppia, quando la stessa data produce due cerimonie che si negano a vicenda, il problema non è il tono di un discorso. È che il mito condiviso non regge più. Lo dicono anche i numeri: secondo un sondaggio AP-NORC di aprile, solo quattro americani su dieci si dicono orgogliosi per il duecentocinquantesimo anniversario.

Gli Stati Uniti restano una potenza immensa. Ma una Nazione che non riesce più a celebrarsi unita nemmeno nel giorno della propria nascita mostra una fragilità che nessun arsenale compensa, e che questa testata ha già documentato raccontando la violenza politica che risale gli strati della società americana. Per l’Europa la lezione è duplice. La prima: la polarizzazione totale non è un incidente, è una traiettoria, e comincia sempre dalla contesa sui simboli. La seconda, più scomoda: le Nazioni europee, che i propri riti fondativi li hanno dismessi per pudore o per calcolo, farebbero bene a guardare Washington non con superiorità, ma con inquietudine. Chi perde il rito, prima o poi, perde anche la comunità che quel rito custodiva.

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