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Italia

«O la deroga o l’Italia non firma»: la condizione di Meloni piega Bruxelles

Antonio Antipari

Fino allo 0,3% del PIL l'anno per la resilienza energetica, con effetto retroattivo a febbraio. Una concessione che premia la linea di Roma e ne rivela, insieme, il confine.

Riassunto dell'articolo

Il 3 giugno 2026 la Commissione europea, tramite il commissario Valdis Dombrovskis, ha esteso all'energia la Clausola nazionale di salvaguardia già prevista per la difesa: gli Stati membri potranno usare fino allo 0,3% del PIL l'anno nel triennio 2026-2028 (tetto cumulato 0,6%) in deroga al Patto di stabilità, con effetto retroattivo a febbraio 2026. Per l'Italia il margine vale circa 14 miliardi. La flessibilità è ammessa solo per la resilienza strutturale del sistema energetico e la transizione, non per sussidi come aiuti alle bollette o tagli alle accise. La concessione segue la richiesta avanzata da Giorgia Meloni nella lettera a Ursula von der Leyen del 17 maggio 2026.

La deroga al Patto di stabilità sull’energia non è arrivata come concessione spontanea di Bruxelles. È arrivata perché qualcuno, a Roma, ha avuto il coraggio di metterla nero su bianco e di legarla a una posta che l’Unione non poteva permettersi di ignorare. Il 3 giugno la Commissione europea ha annunciato, per voce del commissario Valdis Dombrovskis, l’estensione all’energia della Clausola nazionale di salvaguardia finora riservata alla difesa: fino allo 0,3% del prodotto interno lordo l’anno tra il 2026 e il 2028, con un tetto cumulato dello 0,6% nel triennio. Per l’Italia significa un margine di circa quattordici miliardi. E significa, soprattutto, la conferma che una linea tenuta con fermezza, senza chinare la testa, alla fine produce risultati.

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Cosa prevede la deroga al Patto di stabilità sull’energia

La misura estende all’energia uno strumento già esistente per le spese militari. La flessibilità riconosciuta arriva fino allo 0,3% del PIL annuo nel triennio 2026-2028, entro un limite complessivo dello 0,6%, e si applica retroattivamente alle misure adottate a partire da febbraio 2026, cioè dall’inizio della guerra in Iran e dalle tensioni sullo Stretto di Hormuz che hanno fatto deragliare i prezzi dell’energia. Non si tratta di nuovo debito imposto, ma di spazio fiscale aggiuntivo che le Nazioni interessate potranno richiedere per rafforzare la propria sicurezza energetica. Una porta che fino a poche settimane fa Bruxelles teneva chiusa.

Dalla difesa all’energia: come funziona la Clausola nazionale di salvaguardia

Il meccanismo ricalca quello pensato per la difesa. Gli Stati membri devono presentare domanda; chi ha già attivato la clausola militare dovrà notificare l’intenzione di estenderne l’ambito anche all’energia. La clausola, ha precisato Dombrovskis, non obbliga a nulla: fornisce flessibilità per fare determinate cose. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è detto soddisfatto, e a ragione: l’Italia è tra le Nazioni che con più convinzione avevano chiesto questo margine, e lo stesso commissario ha lasciato intendere che Roma sarà tra le prime a servirsene. Il risultato non è caduto dal cielo. È stato costruito.

Quattordici miliardi e una linea tenuta da Roma

Qui sta il punto politico che i resoconti di cronaca tendono a smarrire. La svolta non nasce a Bruxelles, nasce a Palazzo Chigi. Nasce dal coraggio della lettera con cui Giorgia Meloni aveva posto la condizione a Ursula von der Leyen: estendere all’energia la deroga prevista per la difesa, oppure l’Italia non avrebbe firmato il pacchetto comune sul riarmo. Non una richiesta di favore, ma una condizione, posta da una premier che ha scelto di non subire un’agenda decisa altrove. È la stessa fermezza mostrata all’assemblea di Confindustria, davanti a un’Unione descritta come un gigante burocratico, e nella scelta di anteporre la tenuta sociale ed economica della Nazione alla rincorsa cieca del 5% alla difesa. Una linea coerente, tenuta nelle settimane in cui era più comodo cedere. E che oggi incassa il riconoscimento. Questo è il modo di governare: indicare una direzione, assumersene il peso e non arretrare.

Perché Bruxelles esclude il taglio delle accise

Resta il confine. La flessibilità varrà solo per le misure che rafforzano la resilienza strutturale del sistema energetico e accelerano l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili; non potrà finanziare sussidi diretti come gli aiuti alle bollette o i tagli alle accise sui carburanti. L’opposizione si è precipitata a parlare di smentita, sostenendo che l’Unione avrebbe escluso lo sconto alla pompa per imporre la sola strada delle rinnovabili. È una lettura interessata, che scambia il dettaglio con la sostanza. La sostanza è che la deroga, fino a ieri negata, oggi esiste, vale all’indietro fino a febbraio e copre l’energia. Il paletto sulle accise non è una vittoria di chi a Roma rema contro: è l’ultima rigidità ideologica della macchina di Bruxelles, che concede lo spazio fiscale ma pretende ancora di stabilire come una Nazione debba spenderlo. La battaglia è vinta sul principio. Sul perimetro, prosegue.

Resilienza strutturale: la posta vera è l’autonomia energetica

C’è un risvolto che vale più di ogni polemica sulle accise. Se la flessibilità è ammessa per la resilienza strutturale del sistema energetico, allora apre uno spazio enorme proprio per la scelta che da troppo tempo l’Italia rinvia: il ritorno al nucleare. Reattori modulari, quarta generazione, ricerca sulla fusione sono esattamente ciò che rende una Nazione meno ricattabile quando uno Stretto si chiude e il Brent vola. I sussidi alle bollette curano il sintomo di un giorno; l’autonomia energetica cura la malattia. Avere strappato a Bruxelles uno strumento dedicato alla resilienza strutturale, e usarlo per costruire una vera indipendenza, sarebbe la naturale prosecuzione della stessa linea: non chiedere il permesso per proteggere i propri interessi vitali, ma attrezzarsi perché quel permesso, un domani, non serva più. La deroga al Patto di stabilità sull’energia è un punto di arrivo. Può diventare, se la si usa con la stessa determinazione con cui la si è ottenuta, un punto di partenza.

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Antonio Antipari
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One response

  1. Roberto ha detto:

    dal giornalismo indipendente, togli in, perché per me siete dipendenti meloniani, scrivete pure quello che la ue ci impone, quarda il rinnovo catasto, e altre tasse, non fate solo propaganda

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