La deindustrializzazione in Germania ha un volto nuovo, e non è quello dei licenziamenti di massa. È quello di una fabbrica che, semplicemente, smette di assumere. Lo certifica uno studio della Bertelsmann Stiftung diffuso il 18 giugno: gli occupati dell’industria tedesca sono scesi a 6,6 milioni, il livello più basso degli ultimi dieci anni. Su quel numero Alice Weidel, copresidente dell’AfD, ha costruito un affondo diretto al cancelliere Friedrich Merz.
Il minimo decennale: cosa dice davvero lo studio Bertelsmann
La ricerca è stata realizzata per la Bertelsmann Stiftung dall’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia. Il dato centrale è netto: i 6,6 milioni di addetti del 2025 segnano un minimo che non si vedeva da un decennio. Ma il numero assoluto è solo metà della fotografia.
Perché mentre l’industria arretra, gli altri settori crescono. Così il peso dell’industria sul mercato del lavoro tedesco è sceso dal 22 per cento del 2014 al 19 per cento di oggi. È un arretramento relativo, prima ancora che assoluto: il cuore manifatturiero della Nazione pesa sempre meno sul totale degli occupati.
L’analisi poggia su una base solida — incroci a livello di distretto e oltre sessanta milioni di annunci di lavoro passati al setaccio. La conclusione degli autori è asciutta: un’inversione di tendenza non è in vista.
La deindustrializzazione silenziosa: non licenziamenti, ma posti che svaniscono
Qui sta l’elemento che distingue questo studio dalla cronaca degli ultimi mesi. La crisi dell’occupazione industriale in Germania non passa dalle grandi ondate di licenziamenti, che pure tornano ciclicamente nei titoli. Passa da un meccanismo più lento e più insidioso: i posti che si liberano non vengono più rimpiazzati.
Dal 2019, le nuove assunzioni sono calate più rapidamente delle cessazioni. Le imprese non cacciano i lavoratori in massa: esitano a sostituirli, frenano sui nuovi ingressi, rinviano gli investimenti. È un prosciugamento per sottrazione, non per rottura. Un’erosione che non fa rumore e proprio per questo è più difficile da fermare.
Il premio salariale che evapora: perché l’industria perde attrattività
Lo studio misura anche il prezzo che l’industria paga in termini di appeal verso i lavoratori. Per decenni la fabbrica tedesca ha offerto stipendi nettamente superiori alla media. Quel vantaggio si sta assottigliando.
Sui salari d’ingresso il differenziale è crollato dal 20,4 per cento del 2014 al 10,4 per cento del 2024. Per gli occupati di lungo periodo è sceso dal 16,5 all’8,7 per cento. In dieci anni il premio salariale dell’industria si è quasi dimezzato. Una manifattura che paga meno bene di un tempo fatica ad attrarre i giovani e a trattenere i qualificati. Il calo delle nuove assunzioni, avvertono gli analisti della fondazione, è un segnale d’allarme per l’occupazione futura.
L’affondo di Weidel: energia, fisco, burocrazia
Sul dato Bertelsmann la copresidente dell’AfD ha innestato la sua lettura politica. Il declino dell’industria tedesca, ha sostenuto, è un processo strisciante alla cui fine decine di migliaia di persone rischiano di aver perso il lavoro senza che vi sia stata una singola ondata clamorosa di tagli.
La diagnosi di Weidel individua tre cause: il costo dell’energia, la pressione fiscale e una burocrazia soffocante. È su questi tre fronti, secondo lei, che il marchio “Made in Germany” sta perdendo terreno rispetto agli altri grandi sistemi industriali. E l’accusa al governo è frontale: l’esecutivo Merz agirebbe nella direzione opposta, accendendo il più grande pacchetto di debito mai contratto e destinando il gettito non alle infrastrutture o all’istruzione, ma a spese correnti come il Bürgergeld, il reddito di cittadinanza tedesco.
La ricetta AfD: nucleare e Nord Stream come sovranità energetica
La parte propositiva ruota intorno all’energia. Weidel rivendica il ritorno alla produzione nucleare come leva per abbassare i prezzi, affiancato dalla riparazione delle linee del Nord Stream, dalla cancellazione della tariffazione sulla CO2 imposta da Bruxelles e da uno sfoltimento degli oneri burocratici. Sul fronte del capitale umano, la richiesta è una politica dell’istruzione che torni a formare in casa i tecnici di cui la manifattura ha bisogno.
Non è una posizione isolata nel partito. Lo stesso 18 giugno il copresidente Tino Chrupalla ha rilanciato un piano sul mix energetico al 2050, segno che la leva dell’energia a basso costo è ormai l’asse portante dell’offerta economica dell’AfD. Il ritorno all’atomo, in questa cornice, viene presentato non come scelta tecnica ma come questione di sovranità: chi controlla la propria energia controlla il proprio futuro industriale.
Cosa lo studio non dice
C’è un punto in cui l’argomento di Weidel intercetta un dato reale e un punto in cui lo oltrepassa. Il dato reale è che la manifattura tedesca arretra e che il costo dell’energia ha pesato sul modello industriale costruito per decenni sull’accesso a forniture a basso prezzo. Su questo la diagnosi coglie nel segno.
Ma lo studio Bertelsmann non riconduce l’arretramento ai soli costi energetici. Gli autori parlano di trasformazione strutturale, in cui pesano anche la transizione digitale ed ecologica: alcune professioni industriali ad alta qualificazione, nello stesso decennio, sono persino cresciute di cinque punti. E la ricetta della fondazione non coincide con quella dell’AfD: non si invoca il nucleare o la riapertura dei gasdotti, ma una “riattivazione della domanda di lavoro” e più dinamismo nel mercato.
In altre parole, il fenomeno è multifattoriale, e la lettura di Weidel ne comprime la complessità dentro una singola narrazione politica. Resta però un fatto che il governo non può ignorare: sul terreno della deindustrializzazione l’opposizione di destra ha occupato lo spazio, mentre l’esecutivo Merz non ha ancora costruito una contro-narrazione capace di reggere il confronto sui numeri. E i numeri, per ora, raccontano una manifattura che si svuota in silenzio.
Fonti
- Bertelsmann Stiftung — Zahl der Industriebeschäftigten sinkt auf Zehnjahrestief (18/06/2026)
- AfD — Alice Weidel: Made in Germany steht massiv unter Druck (18/06/2026)
- IDW — Zahl der Industriebeschäftigten sinkt auf Zehnjahrestief (comunicato IW/Bertelsmann)
- Rhein-Neckar-Zeitung (dpa) — Industrie-Beschäftigung fällt auf Zehnjahrestief

