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Italia

Crozza, Gratteri e il referendum: quando la satira diventa propaganda e le regole valgono solo per gli altri

Redazione - Il Politico

Lo sketch della seconda puntata di Fratelli di Crozza mette in scena un finto scontro tra Gratteri e Nordio. Ma l'asimmetria comica è trasparente: il ministro è ridotto a macchietta alcolica, il procuratore è presentato come rude ma credibile. Il tutto su Nove, emittente già destinataria di un ordine AGCOM di riequilibrio per sottorappresentazione del Sì. A una settimana dal voto, il caso non è isolato: è il tassello di un pattern più ampio, in cui magistrati in carica, programmi televisivi e apparato culturale della sinistra si muovono in una direzione sola — convinti che le regole della democrazia non li riguardino.

Riassunto dell'articolo

Pezzo news agganciato allo sketch Gratteri-Nordio di Fratelli di Crozza del 13 marzo 2026. L'articolo non discute la satira in sé ma la inserisce in un pattern più ampio: Nove è emittente già sanzionata da AGCOM per sottorappresentazione del Sì; Gratteri conduce campagna referendaria con toni intimidatori (associazione Sì-mafia, minacce al Foglio); Di Matteo rafforza lo stesso messaggio; Report è stato oggetto di esposto per faziosità. Il filo conduttore è la presunzione di superiorità morale della sinistra giudiziaria e culturale come licenza a violare le regole democratiche che invoca. Il pezzo si collega ai tre articoli precedenti del ciclo referendum come news di chiusura pre-voto.

Venerdì 13 marzo, a nove giorni dal voto referendario sulla riforma della giustizia, Maurizio Crozza ha dedicato uno dei segmenti centrali della seconda puntata di Fratelli di Crozza a un confronto tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Uno sketch presentato come satira bipartisan, ma costruito su un’asimmetria evidente: Nordio ridotto a una macchietta che beve spritz e non può guidare, Gratteri ruvido ma sostanzialmente autorevole — una colonna dello Stato accostata a Mattarella. In un programma di intrattenimento, la cosa potrebbe passare inosservata. Ma non a nove giorni da un referendum costituzionale, e non su un’emittente che l’AGCOM ha già formalmente sanzionato per squilibrio informativo a favore del No.

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Un’emittente già sotto osservazione

Il contesto in cui lo sketch è andato in onda non è neutro. Il 4 marzo, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha adottato la delibera n. 51/26/CONS, ordinando a Discovery Italia — proprietaria del canale Nove — l’immediato riequilibrio dell’informazione nei propri palinsesti. Dai dati del primo ciclo di monitoraggio, relativo al periodo 12-28 febbraio 2026, era emersa una sottorappresentazione sistematica della posizione del Sì. Lo stesso provvedimento è stato adottato nei confronti di La7. Il termine per il riequilibrio era fissato al 7 marzo.
Sei giorni dopo quella scadenza, Nove manda in onda uno sketch che trasforma il principale volto pubblico del fronte del No in un personaggio ruvido ma credibile, e il principale rappresentante istituzionale del fronte del Sì in una macchietta comica. La satira gode di ampie tutele costituzionali, e nessuno intende metterle in discussione. Ma quando un’emittente è già stata richiamata per squilibrio informativo e produce contenuti che rafforzano strutturalmente quel medesimo squilibrio — anche sotto forma di intrattenimento — il confine tra satira e propaganda implicita si assottiglia.

Gratteri: il procuratore che fa campagna elettorale

Lo sketch di Crozza non nasce nel vuoto. Nasce in un clima in cui Nicola Gratteri — procuratore della Repubblica in carica presso il tribunale di Napoli — conduce da settimane una campagna referendaria che non ha precedenti per un magistrato del suo rango.
La sequenza è nota. In un’intervista al Corriere della Calabria, Gratteri ha dichiarato che per il No voteranno “le persone perbene”, mentre per il Sì voteranno “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Una polarizzazione che associa esplicitamente una scelta democratica a profili criminali. Le successive precisazioni — “non ho mai detto che chi vota Sì è mafioso” — non hanno modificato la sostanza della dichiarazione originale, che resta agli atti e che ha prodotto una reazione bipartisan: da Tajani a Italia Viva, passando per il componente laico del CSM in quota Forza Italia che ha ipotizzato un procedimento disciplinare.
Ma il caso più grave è un altro. In un confronto telefonico con una giornalista del Foglio, Gratteri avrebbe pronunciato la frase: “Dopo il referendum, con voi faremo i conti”. Il vicepremier Tajani ha commentato: “Mi mette paura. Quando un procuratore della Repubblica dice così, c’è un problema di libertà di stampa”. Gratteri ha poi ridimensionato, parlando di possibili querele e lamentando di essere strumentalizzato. Ma la frase è stata pronunciata, e il suo peso specifico — detto da chi esercita l’azione penale — non ha bisogno di interpretazioni.
A rafforzare il quadro è intervenuto anche il sostituto procuratore Nino Di Matteo, che alla presentazione di un libro ha dichiarato di essere “perfettamente d’accordo con Gratteri” e ha ribadito che insieme alle persone perbene, voteranno Sì anche “i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”.

Regole per gli altri, esenzione per sé

La questione non è se Crozza possa fare satira — può e deve. La questione non è nemmeno se Gratteri abbia diritto di esprimere opinioni — lo ha, nei limiti del suo ruolo istituzionale. La questione è il pattern complessivo che emerge quando si mettono insieme i singoli episodi.
Un’emittente già sanzionata per squilibrio produce contenuti che amplificano lo squilibrio. Un procuratore in carica conduce campagna elettorale con toni intimidatori verso chi vota diversamente e verso la stampa che lo critica. Un programma di informazione come Report viene oggetto di esposto per faziosità in periodo di par condicio. Due magistrati antimafia usano il proprio capitale simbolico per associare il Sì alla criminalità organizzata, su piattaforme televisive nazionali.
È lo stesso schema che ha trasformato il dibattito referendario in uno scontro politico anziché in una discussione sul merito istituzionale, e che le correnti dell’ANM alimentano con una campagna da partito politico anziché da associazione professionale. Il filo conduttore è sempre lo stesso: la convinzione, da parte di un apparato culturale e giudiziario, che la propria causa sia talmente giusta da rendere superfluo il rispetto delle regole democratiche che si invocano a parole.
La legge 28/2000 sulla par condicio non è un dettaglio procedurale. È una garanzia democratica pensata per impedire che il dibattito pubblico, nei momenti in cui i cittadini sono chiamati a decidere, venga distorto da chi ha accesso privilegiato ai mezzi di comunicazione. Il regolamento AGCOM n. 37/26/CONS, in vigore dal 12 febbraio, lo ribadisce: l’equilibrio non è un esercizio aritmetico, ma non è nemmeno una zona franca. Eppure, per una parte del fronte referendario, sembra esserlo.

La superiorità morale come licenza

C’è un meccanismo ricorrente nella politica italiana che questo referendum sta rendendo particolarmente visibile. Chi si colloca dalla parte della “difesa della Costituzione” o della “lotta alla mafia” si ritiene implicitamente autorizzato a operare fuori dalle regole ordinarie del confronto democratico. Se sei dalla parte giusta, la par condicio è un dettaglio. Se combatti la mafia, puoi associare milioni di elettori alla criminalità organizzata senza conseguenze. Se fai satira contro il potere, puoi costruire uno sketch in cui una posizione referendaria è autorevole e l’altra è folklore.
È la versione italiana di un fenomeno più antico: la presunzione di superiorità morale come fondamento di una licenza politica. Non servono complotti per spiegarlo. Basta una convinzione diffusa e mai messa in discussione: che chi difende lo status quo della magistratura stia difendendo la democrazia, e che chi lo vuole riformare la stia attaccando. All’interno di questa cornice, ogni regola — dalla par condicio al dovere di riserva di un magistrato — diventa negoziabile.
Il 22 e 23 marzo, gli italiani voteranno su sette articoli della Costituzione. Potranno farlo anche tenendo conto di come il fronte del No ha condotto la propria campagna — e di quanto rispetto ha mostrato per quelle stesse regole democratiche che dice di voler proteggere.

Fonti

Marida Caterini – Fratelli di Crozza diretta 13 marzo, confronto Nordio-Gratteri
Il Giornale – Referendum, l’ordine di Agcom a La7 e Nove: riequilibrio palinsesti a favore del Sì
AGCOM – Par Condicio: delibere e monitoraggi referendum 2026
Sky TG24 – Referendum, Gratteri contro Il Foglio: “Dopo faremo i conti”
Il Fatto Quotidiano – Referendum, Gratteri replica a Calenda: “È in malafede”
Baritalia News – Referendum giustizia, Di Matteo: “D’accordo con Gratteri, i mafiosi voteranno Sì”
Il Giornale – “Ha violato la par condicio”: Report finisce all’Agcom
Lente Pubblica – Referendum giustizia 2026: il regolamento per la par condicio

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