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Mondo

La guerra che Trump non vuole chiudere: cosa cerca davvero a Teheran

Antonio Antipari

Mentre il Centcom colpisce siti missilistici e imbarcazioni iraniane nel sud del Paese, il presidente americano riceve dai suoi consiglieri le opzioni per riprendere la guerra. I negoziati in Qatar restano in stallo. Tre ipotesi per leggere una strategia che resta deliberatamente opaca.

Riassunto dell'articolo

Il 26 maggio 2026 il Centcom ha condotto attacchi nel sud dell'Iran contro siti missilistici e imbarcazioni che tentavano di posizionare mine, mentre a Doha la delegazione iraniana guidata da Abbas Araghchi negoziava con Qatar e Pakistan la bozza finale di accordo. Trump, secondo CNN, è frustrato dallo stallo e ha ricevuto opzioni militari per riprendere la guerra. Rubio ha parlato di forte allineamento sulla bozza preliminare. Il presidente americano ha preso le distanze dai piani di trasferimento dell'uranio iraniano in Cina, preferendo la distruzione in loco. L'articolo propone tre ipotesi interpretative non esclusive: la minaccia militare come leva negoziale, il peso del fronte neoconservatore interno, la convenienza dello status quo bellico congelato che combina blocco di Hormuz, pressione su Pechino e logoramento di Teheran. L'Italia paga ventuno miliardi di extra-costo energetico per il 2026 secondo Confindustria. Tajani ha registrato lo stop nella trattativa senza esprimere una posizione autonoma.

Punti chiave
  • Adnkronos – Usa-Iran, attacco americano contro barche e siti di missili. Trump:…
  • Il Giornale – Iran, nuovo attacco Usa. Khamenei: "Morte all'America e a…
  • Adnkronos – Guerra Iran Usa: la frustrazione di Trump e le opzioni…
  • Il Politico Web – I Paesi del Golfo fermano Trump: salta l'attacco…

Il 26 maggio 2026 il Comando Centrale americano ha annunciato di aver condotto «attacchi di autodifesa» nel sud dell’Iran, colpendo un sito per il lancio di missili e alcune imbarcazioni iraniane che cercavano di posizionare mine nello Stretto di Hormuz. Lo stesso giorno, le delegazioni iraniane sono volate in Qatar per discutere i punti controversi di una bozza preliminare di accordo che dovrebbe chiudere la guerra iniziata il 28 febbraio. Sul tavolo del presidente americano, secondo quanto riferito alla CNN, sono state intanto presentate diverse opzioni militari per riprendere il conflitto. Donald Trump, riferiscono fonti dell’amministrazione, è «frustrato» dall’andamento del negoziato.
La domanda che attraversa le cancellerie europee e le redazioni di mezzo mondo è una sola, ed è una domanda interlocutoria che vale la pena lasciare aperta: cosa vuole davvero Trump dalla guerra in Iran? Perché, a due mesi dalla tregua bilaterale firmata l’8 aprile e poi estesa a tempo indeterminato il 22 aprile, la macchina del conflitto continua a muoversi sotto traccia, mentre la diplomazia avanza al rallentatore.

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Cosa è successo oggi: attacchi Centcom e negoziati di Doha

I fatti del 26 maggio compongono un quadro contraddittorio solo in apparenza. Da una parte, il portavoce del Centcom Timothy Hawkins ha confermato gli attacchi americani definendoli azioni difensive rivolte contro minacce alle truppe statunitensi dispiegate nell’area del Golfo. Gli obiettivi colpiti — siti missilistici e imbarcazioni con mine — rientrano nella cornice del blocco navale di Hormuz, attivo dal 13 aprile e mai sospeso nemmeno durante la fase di cessate il fuoco bilaterale.
Dall’altra parte, a Doha il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sta lavorando con le delegazioni di Qatar e Pakistan sulla «bozza finale» trapelata da al-Arabiya nei giorni scorsi. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando da Nuova Delhi, ha dichiarato di vedere «un forte allineamento su come dovrebbe apparire una bozza preliminare», pur ammettendo che serviranno ancora giorni per chiudere le divergenze residue. La sua formula — «sarà un buon accordo oppure non ce ne sarà alcuno» — riproduce esattamente l’ambiguità strategica del presidente che lo ha nominato.
Sullo sfondo, una variazione di rilievo sulla questione nucleare: Trump ha preso le distanze dai piani di trasferimento dell’uranio arricchito iraniano in Cina o in altri Paesi terzi, dichiarando che «è preferibile che sia distrutto in loco in collaborazione con Teheran». È una concessione tecnica significativa, perché elimina la necessità di un attore terzo nel ciclo di smaltimento e accelera una possibile chiusura formale del dossier nucleare. Eppure, nello stesso giorno, il Centcom colpisce.

Perché Trump è frustrato dai negoziati con l’Iran

La «frustrazione» di Trump, secondo le ricostruzioni della CNN, deriva da una percezione di stallo. La riunione del 22 maggio con i consiglieri per la sicurezza nazionale si è chiusa senza una decisione sui prossimi passi. Le opzioni militari presentate al presidente coprono uno spettro che va dalla ripresa degli attacchi mirati alle infrastrutture iraniane fino a operazioni più estese. Nessuna è stata approvata, nessuna è stata esclusa.
Il problema, sul piano analitico, è che la «frustrazione» di un presidente non è una categoria geopolitica. È un dato psicologico che i media americani estraggono dalle riunioni della Casa Bianca e che restituiscono al pubblico come spiegazione narrativa di scelte che, in realtà, rispondono a logiche di sistema. Per capire cosa accade davvero, conviene mettere in fila tre ipotesi di lettura, tutte plausibili, tutte parzialmente compatibili tra loro.

Prima ipotesi: la minaccia militare come leva negoziale

La prima lettura è quella più coerente con lo stile transazionale che Trump ha esibito fin dalla conferenza stampa di Doral del 9 marzo. In questa interpretazione, gli attacchi del Centcom e le opzioni militari sul tavolo non sono il segnale di una guerra che riprende, ma il rumore di fondo necessario a chiudere un negoziato. Teheran ha bisogno di sapere che l’alternativa all’accordo è il ritorno al conflitto cinetico, non la prosecuzione indefinita della guerra economica via Hormuz.
La logica è quella del massimo della pressione fino all’ultimo minuto utile. Trump ottiene così due risultati simultanei: tiene compatto il fronte interno — neoconservatori inclusi — mostrando che la mano militare non è stata mollata, e costringe la delegazione iraniana ad accettare condizioni che in tempo di calma respingerebbe. In questa lettura, la «frustrazione» rivelata alla CNN sarebbe un messaggio diretto a Teheran via stampa: chiudete, oppure si ricomincia.
Il limite di questa ipotesi è che richiede un interlocutore iraniano capace di firmare. E la stessa amministrazione, il 22 aprile, ha riconosciuto che il governo iraniano è «gravemente frammentato». Un negoziato condotto con la pressione massima funziona solo se dall’altra parte c’è una controparte unitaria. Altrimenti, la leva diventa un peso morto.

Seconda ipotesi: il fronte neoconservatore dentro l’amministrazione

La seconda lettura sposta il fuoco dall’esterno all’interno. Dentro la seconda amministrazione Trump convivono due anime che il presidente ha tentato di tenere insieme con un equilibrismo che fin qui ha funzionato meglio del previsto. Da un lato l’ala isolazionista e MAGA, ostile per principio agli interventi militari estesi, particolarmente sensibile al logoramento del consenso interno e ai costi umani — due caccia abbattuti dall’antiaerea iraniana tra marzo e aprile, perdite difficili da spiegare alla base elettorale. Dall’altro lato il fronte neoconservatore che vede nella guerra all’Iran l’occasione per chiudere un dossier rimasto aperto dal 1979 e che spinge per il regime change.
In questa interpretazione, la difficoltà di Trump non sta nella controparte iraniana, ma nei suoi stessi consiglieri. La presentazione di opzioni militari per la ripresa del conflitto, in concomitanza con i negoziati di Doha, sarebbe il segnale che una parte dell’apparato di sicurezza nazionale non considera la pace un’opzione accettabile fino a quando l’Iran non avrà cambiato regime o ceduto sovranità su una porzione significativa delle proprie infrastrutture strategiche. Trump, in questa lettura, sarebbe meno il regista e più il punto di equilibrio tra forze che lo eccedono.
È una lettura che restituisce dignità analitica alla parola «frustrazione». Non è frustrazione verso Teheran, è frustrazione verso una macchina amministrativa che il presidente ha attivato il 28 febbraio e che ora fatica a smobilitare.

Terza ipotesi: la guerra congelata conviene più della pace

La terza lettura è quella più scomoda, e proprio per questo merita di essere considerata. La guerra in Iran, nella sua forma attuale — blocco navale di Hormuz attivo, conflitto cinetico congelato, negoziati permanenti — produce per Washington vantaggi strategici che un accordo formale chiuderebbe.
Il blocco di Hormuz tiene il petrolio iraniano fuori dai mercati e penalizza l’economia cinese, primo acquirente del greggio di Teheran. La pressione energetica indiretta su Pechino è uno strumento che la diplomazia formale non potrebbe attivare apertamente. Il logoramento finanziario dell’Iran avanza senza bisogno di nuovi attacchi: ogni settimana di blocco erode le riserve di Teheran e indebolisce la struttura del regime. Le monarchie del Golfo, che il 18 maggio hanno chiesto e ottenuto la sospensione di un attacco programmato, mantengono Washington in una posizione di mediazione obbligata, che rafforza la centralità americana nella regione.
In questa lettura, una pace formale firmata a Doha priverebbe gli Stati Uniti di leve che oggi funzionano senza costi politici interni significativi. La guerra «congelata» è uno status quo redditizio. La «frustrazione» di Trump sarebbe allora una frustrazione tattica — il negoziato non avanza abbastanza in fretta da consentire di rivendicare un successo, ma non collassa al punto da costringere a una scelta secca tra escalation e cedimento. Lo stallo prolungato, in sé, è il risultato.
Il limite di questa ipotesi è che attribuisce all’amministrazione Trump un grado di calcolo strategico che la prassi quotidiana — con i suoi cambi di rotta, le dichiarazioni contraddittorie, le mediazioni richieste e ottenute dai monarchi del Golfo — non sempre conferma.

Le domande che restano aperte

Le tre ipotesi non si escludono. Possono operare in parallelo, su livelli diversi della macchina decisionale. Trump può usare la minaccia militare come leva, subire la pressione neoconservatore e beneficiare dello stallo, tutto contemporaneamente. Quello che il quadro del 26 maggio suggerisce è che la guerra in Iran non si chiude perché nessuno degli attori in campo ha un interesse univoco a chiuderla.
L’Europa osserva. Non ha una posizione pubblica autonoma su Hormuz, non ha una voce nel negoziato di Doha, paga la bolletta energetica calcolata da Confindustria in ventuno miliardi di extra-costo per la manifattura italiana sul 2026. Antonio Tajani, da Roma, ha parlato di «stop nella trattativa con la posizione americana, ma anche con la posizione iraniana, molto dura». È una constatazione, non una posizione.
Le domande restano aperte. Cosa vuole Trump è una di queste. La risposta, se mai arriverà, non verrà dalle conferenze stampa, ma dalla forma concreta che assumerà — o non assumerà — l’accordo discusso a Doha nelle prossime settimane.

Fonti

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