Per quasi quarant’anni una sola regola ha governato il modo in cui buona parte delle democrazie occidentali ha reagito all’ascesa delle forze nazionali: il cordone sanitario. Una convenzione, raramente scritta e quasi sempre tacita, secondo cui un determinato partito andava tenuto lontano dal potere non per ciò che proponeva, ma per ciò che era. Oggi quella regola è in ritirata su tutto il continente, e la traiettoria merita di essere letta nel suo insieme, al di là della singola cronaca elettorale.
Che cos’è il cordone sanitario (e perché lo chiamano muro di fuoco)
L’espressione nasce dalla medicina: una barriera per impedire il contagio. In politica indica l’impegno dei partiti del cosiddetto arco democratico a non allearsi, né a sostenere in alcuna forma, una formazione considerata inaccettabile in linea di principio. La sua prima versione organica risale al Belgio della fine degli anni Ottanta, quando i partiti tradizionali si accordarono per escludere il Vlaams Blok. In Germania la stessa logica ha preso il nome di Brandmauer, letteralmente parete tagliafuoco: da qui il muro di fuoco di cui si parla in questi giorni a proposito dell’AfD.
Il meccanismo, però, presuppone una condizione: che la forza esclusa resti minoritaria. Quando supera una certa soglia di consenso, il cordone sanitario smette di isolare l’avversario e comincia a paralizzare l’intero sistema, rendendo impossibile formare maggioranze senza chiamare in causa proprio chi si vorrebbe tenere fuori.
Paesi Bassi e Svezia: dove il muro è già caduto
I due casi più netti arrivano dal Nord Europa. Nei Paesi Bassi il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, la formazione liberale di centrodestra, alla vigilia delle elezioni del 2023 annunciò che non avrebbe più escluso una collaborazione con il PVV di Geert Wilders. L’effetto fu immediato: il PVV superò proprio i liberali, divenne il primo partito e nel 2024 entrò al governo. Chi aveva aperto la porta incassò invece il risultato peggiore in quasi vent’anni.
In Svezia la dinamica è stata analoga. Dopo il 2018 il blocco di centrodestra smantellò progressivamente il cordone attorno ai Democratici Svedesi, fino all’accordo di Tidö del 2022: oggi il partito di Jimmie Åkesson sostiene il governo dall’esterno ed è la seconda forza del parlamento. In entrambi i casi vale la stessa lezione: l’esclusione preventiva non ha frenato l’ascesa, l’ha accompagnata.
Austria, Belgio e Francia: dove la diga ha tenuto
Il quadro, però, non è uniforme. In Austria la FPÖ ha vinto le elezioni del settembre 2024 ed è arrivata prima, ma il tentativo di Herbert Kickl di formare un governo è naufragato: i partiti tradizionali hanno preferito un’inedita coalizione a tre pur di tenerla fuori. In Belgio l’esecutivo guidato da Bart De Wever continua a erigere una barriera attorno al Vlaams Belang. In Francia, infine, il Rassemblement National è arrivato in testa al primo turno delle legislative del 2024 per poi essere bloccato al ballottaggio dal classico fronte repubblicano, restando escluso dal governo nonostante i numeri.
La fotografia complessiva è quella di un continente a due velocità: dove il centrodestra ha rinunciato al cordone le forze nazionali sono entrate nell’area di governo, dove ha resistito sono rimaste alla porta pur essendo, in più casi, il primo partito.
Germania, l’ultima roccaforte: la mossa di Wagenknecht
In questo scenario la Germania rappresenta l’eccezione: uno dei pochissimi sistemi in cui il muro di fuoco è ancora applicato con coerenza nei confronti dell’AfD, a livello federale e nella maggior parte dei Länder. Proprio per questo fa rumore la presa di posizione di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito che porta il suo nome. In vista del voto regionale in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha invitato i propri sostenitori a non appoggiare CDU e SPD e ha dichiarato che con un voto al suo movimento “il muro di fuoco viene messo da parte”.
La portata reale va però commisurata ai numeri. Il BSW oscilla intorno al cinque per cento, soglia che rischia di non superare, e sul piano nazionale è ben più in basso. Le stesse emittenti pubbliche tedesche, dopo aver verificato, parlano di un patto con l’AfD che allo stato non esiste: una manovra di visibilità di una formazione in lotta per la sopravvivenza, più che un’alleanza già scritta. Resta il fatto politico: per la prima volta una leader proveniente da sinistra teorizza apertamente l’inutilità del cordone, incrinandone la legittimità anche nel Paese che lo aveva eretto a dogma.
Perché l’esclusione rafforza ciò che vuole fermare
Il dato che emerge da quindici anni di esperienze europee è controintuitivo solo in apparenza. Là dove il cordone sanitario è stato abbandonato, le forze che doveva contenere sono cresciute; ma anche là dove ha tenuto, non le ha indebolite, le ha semplicemente trasformate in eterne escluse a consenso crescente. L’argomento che la stessa Wagenknecht ha riassunto — l’emarginazione radicalizza, la prospettiva di governo modera — non è una sua intuizione originale: è la lettura che una parte crescente della scienza politica applica all’intero continente.
La questione che il caso tedesco rilancia, allora, non riguarda un partito o una leader, ma la tenuta stessa di uno strumento. Un muro di fuoco funziona finché c’è un incendio circoscritto da spegnere. Quando le fiamme diventano la maggioranza dell’edificio, continuare a innalzare pareti significa soltanto restare chiusi dentro.

