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Italia

Tetto agli stranieri in classe, Mattarella nel 1989 diceva: «massimo cinque per aula»

Antonio Antipari

Ad Amatrice il Capo dello Stato parla di ghetti e barriere e tutti leggono un no al governo. Meloni risponde con le circolari 301/1989 e 205/1990 firmate dallo stesso Mattarella. Delle due l'una: o il tetto è un'idea sua, o il Quirinale ha cambiato idea.

Riassunto dell'articolo

Il 21 settembre 2026 ad Amatrice Sergio Mattarella ha definito la scuola «aperta a tutti» e ha chiesto di non formare ghetti, parole lette da stampa e opposizione come un no al tetto agli studenti stranieri annunciato da Giorgia Meloni. La premier ha replicato citando le circolari 301/1989 e 205/1990, firmate da Mattarella ministro della Pubblica Istruzione, che fissavano un massimo di cinque alunni stranieri per classe «per agevolarne la naturale integrazione». L'articolo sostiene che il Quirinale è di fronte a un'alternativa: o il tetto è un'idea mattarelliana, o il Presidente contraddice se stesso. Analizza le obiezioni (20mila studenti stranieri nel 1990 contro 900mila oggi; circolare contro legge) e inserisce Amatrice in una serie di interventi presidenziali — Marcinelle, Merano, decreto sicurezza, Marsiglia — letti come opposizione al governo.

Le circolari Mattarella sugli alunni stranieri hanno trentasette anni e sono tornate al centro dello scontro politico in meno di ventiquattro ore. Domenica Giorgia Meloni annuncia un tetto agli studenti stranieri per classe. Lunedì Sergio Mattarella inaugura l’anno scolastico ad Amatrice e parla di ghetti e barriere. Martedì la premier risponde citando due documenti firmati dallo stesso Mattarella quando era ministro della Pubblica Istruzione: massimo cinque alunni stranieri per classe, «per agevolarne la naturale integrazione».

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Non è un dettaglio d’archivio. È la chiave per capire se il Quirinale stia facendo opposizione al governo o se stia semplicemente contraddicendo se stesso.

Amatrice: il discorso che tutti hanno letto come un no

Il 21 settembre Mattarella sceglie l’Istituto Omnicomprensivo «Sergio Marchionne» di Amatrice, nel decimo anniversario del terremoto, per aprire l’anno scolastico. In platea c’è il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.

Il passaggio più applaudito è questo: «La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. È aperta a tutti, così dispone la Costituzione». E ancora: la scuola deve «stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere».

Il Presidente non nomina la premier e non commenta il provvedimento. Ma il discorso arriva il giorno dopo l’annuncio di Meloni alla festa di Gioventù Nazionale, e la lettura è unanime: da Il Post a Quotidiano Nazionale, tutti titolano sul «monito» al governo. L’opposizione rilancia. Il M5S parla di «proposta sconclusionata» bocciata dal Colle.

Le circolari Mattarella 301/1989 e 205/1990: cinque per classe

Poi Meloni, da Bruno Vespa su Rai 1, riavvolge il nastro. «Quando il presidente della Repubblica era ministro dell’Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe. È una misura di buonsenso, mi pare giusto portarla avanti».

I documenti esistono. Mattarella guida la Pubblica Istruzione nel sesto governo Andreotti, dal luglio 1989 al luglio 1990. L’8 settembre 1989 firma la circolare 301, «Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo». Il 26 luglio 1990 firma la 205, «La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale».

Il testo della 205 è netto: l’assegnazione alle classi va fatta «raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe». La motivazione è ancora più interessante: «sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, per agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani».

Cioè: un tetto numerico, giustificato con l’integrazione. Esattamente l’argomento di Meloni. Esattamente l’argomento che il Colle, ad Amatrice, sembrava respingere.

Delle due l’una

Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini ha usato la formula «delle due, l’una» per attaccare Meloni. La formula è giusta, ma va rovesciata.

Prima ipotesi: Mattarella è coerente con il 1989. Distribuire gli alunni stranieri fra più classi serve a evitare i ghetti, come dice lui stesso oggi. Allora il tetto è un’idea mattarelliana, il governo la sta portando avanti, e l’opposizione che arruola il Quirinale contro Meloni sta arruolando l’autore della misura.

Seconda ipotesi: ad Amatrice il Presidente contestava davvero il governo. Allora il ministro Mattarella del 1989 e il Presidente Mattarella del 2026 dicono due cose opposte sulla stessa questione. E la differenza fra i due non è il merito, ma l’avversario politico.

Non c’è una terza via. O il tetto è di buonsenso, come lo era nel 1990, o non lo è. Il Quirinale ha scelto il silenzio. È una risposta anche quella.

Le obiezioni: ventimila allora, novecentomila oggi

Le difese del Colle sono due, e vanno prese sul serio.

La prima è numerica. Nel 1990 gli studenti stranieri erano circa ventimila, lo 0,2% degli iscritti. Oggi sono poco più di novecentomila, l’11,6%. Il contesto è cambiato. Vero. Ma l’obiezione lavora contro chi la solleva: se un tetto di cinque per classe sembrava necessario quando gli stranieri erano uno ogni cinquecento alunni, con che logica diventa un’aberrazione quando sono uno ogni nove?

La seconda è formale. Dal Quirinale fanno filtrare che «tra una circolare e una legge c’è un abisso». Anche questo è vero, e il tetto del 30% oggi in vigore nasce infatti da una circolare del 2010, non da Mattarella. Ma proprio la scelta del governo di passare per un disegno di legge, e non per decreto, risponde a questa obiezione: la materia esce dalla discrezionalità ministeriale ed entra in Parlamento.

C’è infine un dettaglio che nessuno ha notato. Valditara ha precisato che il criterio centrale non sarà la cittadinanza ma la conoscenza dell’italiano, escludendo dal limite chi ha già frequentato la scuola italiana abbastanza a lungo da parlare la lingua. È la logica del «gruppo linguistico» della circolare 205. Il governo non sta tradendo Mattarella: lo sta aggiornando.

Un Quirinale che parla sempre «senza citare nessuno»

Il caso Amatrice non è isolato. È il metodo. Il Presidente interviene su un tema politicamente caldo, non nomina mai il governo, e lascia che siano i giornali e l’opposizione a tradurre.

Ad agosto, a settant’anni da Marcinelle, ha chiesto rispetto per la «dignità delle persone migranti» proprio mentre la Spagna respingeva gli assalti a Ceuta, e il paragone fra i minatori italiani e i migranti di Ceuta è diventato lo slogan della sinistra contro la remigrazione. A Merano, il 5 settembre, ha celebrato il «modello» altoatesino mentre un giovane altoatesino su cinque non sa farsi capire in italiano.

Sul decreto sicurezza, in primavera, il braccio di ferro con Palazzo Chigi si è chiuso con il meccanismo del correttivo contestuale, promulgazione e nuovo decreto nello stesso pomeriggio. E a Marsiglia, nel febbraio 2025, il paragone fra la Russia e il Terzo Reich ha aperto una crisi diplomatica che il governo ha dovuto gestire.

Ogni volta lo schema è lo stesso: un discorso «istituzionale», nessun nome, e il giorno dopo l’opposizione che rivendica il Colle come proprio.

Garanzia o monito parallelo?

Il Presidente della Repubblica ha un ruolo di garanzia. Non è un capo dell’opposizione e non è un commentatore. Quando le sue parole vengono lette, sistematicamente e in una sola direzione, come censura dell’indirizzo politico di un governo eletto, il problema non è solo di chi le legge.

Le circolari Mattarella sugli alunni stranieri dimostrano una cosa semplice: nel 1989 un ministro democristiano riteneva che cinque stranieri per classe fossero il limite oltre il quale l’integrazione si spezza. Nel 2026 il governo propone una soglia sei volte più alta, riferita solo a chi non parla italiano, e viene accusato di costruire ghetti. Con le parole, non citate, di quel ministro.

Meloni ha detto di non leggere il discorso di Amatrice come una contestazione. È la scelta istituzionalmente più corretta, e anche la più abile: costringe il Quirinale a scegliere fra le sue circolari e i suoi applausi. Per ora ha scelto il silenzio.

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