144 Visualizzazioni
Europa

Droni russi sull’Italia? Il rapporto CIA è propaganda al servizio di Kiev

Bruno Bindel

Una Russia che in quattro anni non ha piegato l'Ucraina non può muovere guerra all'Occidente. La paura serve a chi vuole un'Europa vassalla, armata e senza energia.

Riassunto dell'articolo

L'articolo contesta il rapporto della CIA diffuso da El Mundo su possibili attacchi russi con droni contro Italia, Spagna e Francia, sottolineando che non è stato confermato da alcun governo e che Estonia e Finlandia invitano a non cedere al panico. Sostiene che una Russia impantanata da oltre quattro anni in Ucraina non abbia la capacità di muovere guerra all'Occidente, che il conflitto abbia danneggiato sia Mosca sia l'economia europea, e che l'Europa debba pretendere elezioni in Ucraina, dove le inchieste anticorruzione lambiscono l'Ufficio del presidente, e aprire una trattativa con la Russia per ripristinare le forniture energetiche.

Il rapporto della CIA rilanciato da El Mundo, che evoca un attacco della Russia contro Nazioni europee con droni lanciati dal mare verso Italia, Spagna e Francia, è l’ennesimo capitolo di una stagione di paura costruita a tavolino. Si agita lo spettro di Mosca alle porte proprio mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quinto inverno senza vie d’uscita, e mentre a Kiev gli scandali arrivano fino all’Ufficio del presidente.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

Basta. Gli europei hanno il diritto di chiedersi a chi serva questo allarme permanente.

Cosa dice il rapporto CIA rilanciato da El Mundo

Secondo il quotidiano spagnolo, l’intelligence statunitense avrebbe condiviso con alcune cancellerie europee un’analisi su possibili operazioni russe con droni Gerbera, trasportati su navi mercantili e lanciati contro infrastrutture del Sud Europa.

Il dettaglio decisivo è un altro: né la CIA né i governi di Roma, Madrid e Parigi hanno confermato pubblicamente l’esistenza di un’allerta specifica. Nessuna data, nessuna prova resa nota. Solo fonti anonime, rilanciate a catena.

Il Gerbera, peraltro, è un drone leggero nato come esca per saturare le difese aeree ucraine. Trasformarlo nel simbolo di un’aggressione russa al Mediterraneo significa vendere un’arma da disturbo come una minaccia strategica.

Un allarme che nemmeno i baltici prendono sul serio

La cosa più rivelatrice è che a frenare il panico sono proprio le Nazioni di confine. Il segretario generale degli Esteri estone, Jonatan Vseviov, ha invitato i cittadini a mantenere la calma, promettendo che un eventuale pericolo reale verrebbe comunicato con chiarezza.

Il presidente finlandese Alexander Stubb è andato oltre: ogni reazione esagerata, ha spiegato, è una vittoria regalata a chi vuole spaventare l’Europa. Se Helsinki e Tallinn, che con la Russia condividono chilometri di frontiera, chiedono sangue freddo, perché a Madrid e a Bruxelles si alimenta l’isteria?

Il Cremlino ha liquidato le ricostruzioni come allarmistiche. Non serve fidarsi di Mosca per notare che le stesse capitali più esposte non avallano lo scenario dell’invasione.

A chi serve la paura

La tensione con Mosca è reale e nessuno la nega: dal caso dei droni di Lipsia attribuiti dalla Germania alla Russia alle operazioni ibride sulle infrastrutture. Ma la guerra ibrida ha più di una firma, come dimostrano il drone ucraino esploso a Costanza e il sabotaggio dell’oleodotto TAL in Carnia, su cui le piste non portano necessariamente a Mosca.

Ogni ondata di allarme produce sempre lo stesso risultato: più armi a Kiev, più spesa militare decisa a Bruxelles, meno spazio per chi chiede di trattare. Il premier slovacco Robert Fico lo ha detto senza giri di parole, denunciando la ricerca di un pretesto per il conflitto con la Russia.

La paura è diventata un metodo di governo. E chi ne beneficia non sono i popoli europei.

La Russia che non può invadere l’Europa

C’è poi una contraddizione che la propaganda non riesce a sciogliere. Da una parte ci raccontano una Russia pronta a colpire l’intero Occidente. Dall’altra, la stessa Russia che in oltre quattro anni non è riuscita a piegare l’Ucraina.

Sul fronte del Donbass l’avanzata russa si è misurata in metri al giorno: circa cinquanta chilometri in undici mesi nell’offensiva su Pokrovsk. I droni ucraini colpiscono raffinerie nel cuore della Federazione e lo stesso Putin ha dovuto ammettere la crisi del carburante interna.

È bastato il sostegno militare occidentale a una Nazione di medie dimensioni per trasformare quella che Mosca immaginava come un’operazione rapida in una guerra di logoramento senza fine. Pensare che un esercito impantanato così possa affrontare insieme Polonia, Germania, Francia, Italia e Stati Uniti non è analisi strategica. È fantascienza utile a chi vende paura.

Una guerra che ha dissanguato tutti

Il bilancio è sotto gli occhi di tutti. La Russia ha pagato un prezzo enorme in uomini ed economia. Ma l’Europa non ne è uscita meglio: il suo modello industriale reggeva su un’equazione semplice, tecnologia europea ed energia russa a basso costo, come abbiamo raccontato analizzando lo scacco matto di Zelensky all’Europa.

Quell’equazione è saltata. Oggi le famiglie italiane pagano il conto alla pompa, con il gasolio vicino ai 2,10 euro, e le imprese energivore delocalizzano o chiudono. A guadagnarci è chi ci vende gas liquefatto a prezzo pieno dall’altra parte dell’Atlantico.

Un’Europa che rinuncia alla propria energia e alla propria industria per inseguire l’agenda altrui non è un’Europa sovrana. È una provincia.

Il sistema di potere di Kiev

E intanto continuiamo a tendere la mano a un sistema di potere attraversato dagli scandali. L’operazione Midas del novembre 2025 ha svelato un giro di tangenti da circa 100 milioni di dollari attorno a Energoatom, che coinvolgeva Timur Mindich, uomo di fiducia del presidente.

Ad agosto 2026 l’agenzia anticorruzione NABU ha lanciato una nuova operazione contro una presunta organizzazione criminale: perquisiti gli uffici della vicecapo dell’Ufficio presidenziale, Iryna Mudra, subito licenziata da Zelensky. Già a dicembre cinque deputati del partito presidenziale erano stati accusati di aver incassato denaro in cambio di voti.

Zelensky non è indagato personalmente. Ma un presidente il cui cerchio più stretto finisce ripetutamente sotto inchiesta, mentre l’Europa gli versa miliardi dei contribuenti, dovrebbe essere chiamato a rispondere. Non coperto.

Elezioni a Kiev, trattativa con Mosca

Il mandato presidenziale di Zelensky è scaduto nel 2024. La legge marziale, prorogata di volta in volta, rimanda il voto senza orizzonte, e nel maggio 2026 il Parlamento ucraino ha ribadito l’impossibilità di tenere elezioni finché resta in vigore.

A chiedere il ritorno alle urne ormai non sono solo i critici esterni: lo ha fatto l’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, sostenendo che l’Ucraina deve ripristinare un pieno processo democratico anche in guerra. Una vera Europa dovrebbe pretenderlo come condizione di ogni ulteriore aiuto: elezioni libere a Kiev e un governo con un mandato fresco per trattare.

Il secondo passo è sedersi al tavolo con Mosca. Non per amore della Russia, ma per interesse europeo: sicurezza negoziata, energia a prezzi sostenibili, fine di una guerra che non si vince sul campo. Una strada che l’Italia può percorrere con pragmatismo, come abbiamo indicato parlando della via italiana alla riapertura con la Russia.

Il rapporto della CIA rilanciato da El Mundo non ci dice che la Russia sta per attaccare l’Europa. Ci dice che qualcuno ha bisogno che gli europei lo credano. La risposta non è più paura: è più politica, più sovranità, più diplomazia.

Fonti

Tag: , , , , , ,
Scritto da
Bruno Bindel
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale