Chi sorveglia lo Stretto di Hormuz, adesso che la guerra è finita e la rotta torna a riaprirsi? È la domanda che il vertice del G7 di Evian ha lasciato aperta e che la firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran rende improvvisamente concreta. Per quasi quattro mesi la sicurezza dello Stretto è stata un’ipotesi sospesa dentro il conflitto. Ora diventa un compito operativo, e la missione navale a Hormuz prende forma con un dato preciso: a guidarla saranno Francia e Regno Unito, con l’Italia chiamata a partecipare.
Chi guida la missione navale a Hormuz
A Evian è stato Donald Trump ad aprire il dossier, invitando Parigi a mettere una nave o due a protezione della riapertura. Emmanuel Macron ha risposto con un’offerta concreta e scaglionata: aerei da ricognizione disponibili nell’immediato, fregate entro quarantotto ore e infine la portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle, già presente nel Mar Arabico dopo essere transitata da Suez a marzo.
L’impianto è chiaro: guida franco-britannica, sostegno di Italia e Paesi Bassi, obiettivo di accompagnare la messa in sicurezza della via marittima una volta che l’intesa con Teheran sia effettivamente applicata. Una coalizione di Nazioni, non una missione dell’Unione: si innesta sulla sorveglianza francese già attiva nel Golfo, allargandone il perimetro.
C’è un limite dichiarato. Tutto, ha precisato Macron, presuppone che l’intervento sia desiderato e richiesto — da Washington, da Teheran e dall’Oman. Trump stesso ha minimizzato la necessità di aiuto, salvo riconoscere che una presenza europea, alla fine, non guasterebbe.
Cosa farà la missione e perché serve
Lo scopo non è combattere, ma garantire il transito. Le unità impegnate avrebbero tre funzioni: ricognizione aerea e navale sullo Stretto, bonifica dal pericolo delle mine — da qui il ruolo dei cacciamine — e, se necessario, scorta al traffico mercantile.
Resta sul tavolo il nodo dei pedaggi. Durante il conflitto Teheran aveva trasformato Hormuz in un fatto compiuto, con transiti contingentati e l’ipotesi di un pedaggio per nave. Macron è stato netto: riaprire lo Stretto applicando pedaggi sarebbe contrario al diritto internazionale. È qui che una presenza navale stabile assume un valore politico oltre che tecnico — affermare che la libertà di navigazione non si tratta.
Il ruolo dell’Italia: la fregata Margottini e i tre paletti di Meloni
L’Italia non arriva impreparata. Già ad aprile la Difesa aveva approntato quattro unità per una possibile missione: due cacciamine della Quinta divisione di La Spezia, la nave logistica Vulcano e la fregata FREMM Margottini, con un contingente di circa cinquecento uomini.
Soprattutto, Roma aveva fissato le condizioni. I tre paletti posti da Giorgia Meloni al vertice di Parigi — autorizzazione preventiva del Parlamento, intervento solo a cessazione delle ostilità, postura esclusivamente difensiva — non erano titubanza, ma una dottrina di impiego. Il ministro della Difesa Guido Crosetto li aveva tradotti in tre condizioni operative non negoziabili.
Il punto è che oggi quei paletti non sono più un ostacolo: sono una bussola. La condizione temporale — niente navi italiane finché si combatte — è soddisfatta dalla firma del 17 giugno. Resta il passaggio costituzionale, il voto delle Camere, che diventa così l’unico vero snodo. E l’Italia non è un attore navale marginale nel teatro: guida sul piano operativo la missione europea Aspides, di cui proprio la Margottini è stata nave ammiraglia. La capacità c’è. La scelta su quale ruolo giocare — comprimario o di prima fila — è politica, e si gioca adesso.
Perché Hormuz conta per l’Italia
Nessuna grande Nazione europea è esposta a Hormuz quanto l’Italia. Quasi metà del gas naturale liquefatto che importiamo arriva dal Qatar e passa per lo Stretto. Confindustria ha stimato fino a ventuno miliardi di euro di extra-costo energetico per la manifattura nel 2026 a Stretto chiuso.
È un dato che ribalta la gerarchia abituale: sulla sicurezza di Hormuz l’Italia non difende un interesse altrui, ne difende uno proprio, vitale. La sovranità energetica passa anche da una fregata in pattuglia a settemila chilometri da casa.
L’Europa delle Nazioni e l’assenza di Bruxelles
C’è un’asimmetria che vale la pena nominare. A marzo il Consiglio Affari Esteri dell’Unione aveva bocciato all’unanimità l’estensione della missione Aspides allo Stretto. Bruxelles, di fronte alla crisi che strangolava per prima la sua economia, aveva scelto di non agire.
Oggi la sicurezza di Hormuz non la costruisce l’Unione, ma una coalizione di Nazioni sovrane — Parigi, Londra, Roma, l’Aia — che si coordinano fuori dal perimetro istituzionale. È l’Europa delle Nazioni che fa ciò che l’apparato di Bruxelles non ha saputo fare: assumersi un rischio, mettere navi dove serve, presidiare una rotta vitale. La differenza non è di etichetta. È la differenza tra chi commenta una crisi e chi la governa.
Chi sorveglia lo Stretto di Hormuz, dunque, dice molto su quale Europa stia nascendo dal dopoguerra del Golfo. Per l’Italia la posta è doppia: difendere una rotta da cui dipende la propria industria e decidere se la prudenza dei mesi scorsi diventi ora iniziativa. La fregata è pronta. Manca solo la firma del Parlamento.
Fonti
- ANSA — Trump al G7, “ora tocca all’Ucraina”. L’Europa in campo per Hormuz, 15 giugno 2026
- Euronews — Accordo Usa-Iran: i Paesi del G7 propongono una missione navale nello Stretto di Hormuz, 16 giugno 2026
- Today — Meloni al G7 in Francia, pronto il supporto italiano alla missione navale, 15 giugno 2026
- Il Politico Web — Vertice Parigi, Meloni detta le condizioni: tre paletti sulla missione di Hormuz
- Il Politico Web — Hormuz, la sovranità torna in Aula
- Il Politico Web — Hormuz, il grande rifiuto: l’Europa boccia Aspides allargata
- Il Politico Web — Accordo Iran-USA: chi ha vinto la guerra e cosa cambia

