186 Visualizzazioni
Medio Oriente

PREMIUM Chi comanda davvero a Teheran. La mappa del potere dopo l’uccisione di Khamenei

AP

Trump ha cancellato la missione di Witkoff e Kushner a Islamabad accusando l'Iran di "lotte intestine" e dichiarando che "nessuno sa chi comanda, nemmeno loro stessi". Non è una boutade. La Repubblica Islamica, dopo l'uccisione di Ali Khamenei e l'elezione contestata del figlio Mojtaba, è una struttura di potere magmatica: una Guida Suprema che non è suprema, un presidente emarginato, un ministro degli Esteri sconfessato in tempo reale, e un direttorio di Pasdaran che decide davvero. Ricostruire questa mappa non è un esercizio orientalistico: è la condizione per capire perché ogni accordo con Teheran salta nel giro di poche ore, e perché l'Italia paga il prezzo più alto.

Riassunto dell'articolo

Il pillar ricostruisce la mappa del potere reale a Teheran dopo l'uccisione di Ali Khamenei il 28 febbraio 2026 e l'elezione contestata di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema. La tesi centrale è che l'Iran post-successione è una struttura di potere magmatica priva di un vertice operativo unico: Mojtaba Khamenei è una Guida Suprema senza piena autorità, il presidente Pezeshkian è marginalizzato, il ministro degli Esteri Araghchi viene sconfessato in tempo reale dai Pasdaran, il presidente del Parlamento Ghalibaf si è dimesso dalla guida negoziale per «pressioni dei falchi». Il vero centro decisionale è un direttorio di Pasdaran guidato dal generale Ahmad Vahidi, con Zolghadr al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Jalili come rappresentante della Guida Suprema presso lo stesso Consiglio, Qaani alla Forza Quds, Taeb ex capo dell'intelligence dei Guardiani. La cancellazione da parte di Trump della missione Witkoff-Kushner a Islamabad il 25 aprile, motivata con la frase «nessuno sa chi comanda nemmeno loro», è la diagnosi più accurata pubblicamente offerta da un capo di Stato occidentale: il problema operativo è che la firma di Araghchi non vincola i Pasdaran, e dunque qualsiasi accordo è precario per definizione. La dottrina militare iraniana della «difesa a mosaico» — autonomia decisionale dei comandanti regionali su ordini preautorizzati — rende strutturalmente non vincolante qualsiasi intesa diplomatica. Per l'Italia, il pezzo trae tre conseguenze: ogni accordo con Teheran resta precario, il referente iraniano operativo non esiste per i ministri europei, la dipendenza energetica italiana è ostaggio di una struttura senza vertice. La condizione minima per qualunque decisione operativa italiana — dalla fregata a Hormuz alla diplomazia di Palazzo Chigi — è prendere atto che a Teheran non c'è una controparte ma un campo di forze.

Sabato 25 aprile, prima di rientrare alla Casa Bianca, Donald Trump ha annunciato dalla Florida la cancellazione della missione che doveva portare Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad per il faccia a faccia con la delegazione iraniana di Abbas Araghchi. La motivazione l’ha affidata a un post su Truth e l’ha ripetuta ai giornalisti con la consueta brutalità sintattica: «All’interno della loro leadership regnano enormi lotte intestine e grande confusione. Nessuno sa chi comanda, nemmeno loro».
La frase verrà archiviata come l’ennesima sparata trumpiana. È un errore. Letta dentro la struttura reale del potere iraniano post-28 febbraio, è la diagnosi più accurata che un capo di Stato occidentale abbia pubblicamente offerto sullo stato della Repubblica Islamica dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Il problema, per chi deve trattare con Teheran — Washington, ma anche Roma, Bruxelles, Doha, Riad — è che quella diagnosi non risolve nulla. Anzi: spiega perché ogni intesa parziale viene smentita nel giro di ore, perché Araghchi annuncia la riapertura di Hormuz e i Pasdaran la richiudono il giorno dopo, perché un accordo sullo Stretto rinegoziato dieci volte non regge mai oltre il primo turno di applausi.
L’Iran del 26 aprile 2026 non ha un capo. Ha un campo di forze.

CREAZIONE SITI WEB
CREAZIONE SITI WEB

La Guida Suprema che non è suprema

Il punto di partenza è il vuoto al vertice. Ali Khamenei, guida del Paese per trentasei anni, è stato ucciso il 28 febbraio nel primo giorno dell’Operazione Epic Fury. Insieme a lui sono stati eliminati la moglie, una sorella, e una parte rilevante della cerchia di consiglieri ristretti, compreso Ali Larijani — l’unico vero negoziatore credibile dell’establishment, eliminato a metà marzo. La successione, che secondo le procedure dell’Assemblea degli Esperti avrebbe dovuto essere ordinata e graduale, è diventata in poche settimane una guerra interna documentata in dettaglio dal New York Times e dall’Irish Times: un voto iniziale il 3 marzo, una sospensione su pressione di Larijani per ragioni di sicurezza, l’attacco israeliano sul compound della Guida del 6 marzo che ha azzerato fisicamente parte degli oppositori, il voto definitivo il 9 marzo che ha portato Mojtaba Khamenei — il secondogenito, mai eletto a una carica pubblica, mai noto al popolo iraniano nemmeno per la voce — al posto del padre.
Mojtaba aveva 56 anni e una caratteristica curiosa per chi avrebbe dovuto rappresentare Dio in terra: nessuno l’aveva mai sentito parlare in pubblico. Hojatoleslam, cioè chierico di rango medio, mai ayatollah; per renderlo eleggibile l’Assemblea degli Esperti ha dovuto applicare la stessa modifica statutaria che era stata fatta per il padre nel 1989. La sua selezione, secondo il Time del 21 aprile, è stata il risultato della pressione diretta dei comandanti dei Pasdaran — in particolare Hossein Taeb, ex capo dell’intelligence dei Guardiani — che hanno chiamato uno per uno gli ottantotto membri dell’Assemblea per indirizzare il voto.
Il risultato è una Guida Suprema che, come ha scritto sul Time il ricercatore tedesco Hamidreza Azizi, «non è quite suprema». Sotto Ali Khamenei il sistema era organizzato attorno a una figura unica che stava sopra le istituzioni civili e militari e aveva l’ultima parola su quasi tutto. Sotto Mojtaba la geometria si è capovolta: il nuovo rahbar opera come «una voce all’interno di un più ampio processo di costruzione del consenso tra le élite della sicurezza». Non è il vertice della piramide. È il sigillo che ratifica decisioni prese altrove.

Contenuto riservato agli abbonati

Questo articolo è disponibile esclusivamente per gli abbonati de IlPoliticoWeb. Abbonati a soli 0,17€ al giorno (pagati mensilmente) per accedere a tutti i nostri contenuti premium.

Accesso illimitato a tutti gli articoli premium
Analisi approfondite e contenuti esclusivi
Nessuna pubblicità invasiva
Pagamento sicuro con PayPal
Tag: , , , , , ,
Scritto da
AP
Sostieni il giornalismo indipendente
Il tuo contributo ci permette di continuare a informarti liberamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per rimanere aggiornato/a iscriviti al nostro canale WhatsApp
Iscriviti al Canale