Sabato 25 aprile, prima di rientrare alla Casa Bianca, Donald Trump ha annunciato dalla Florida la cancellazione della missione che doveva portare Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad per il faccia a faccia con la delegazione iraniana di Abbas Araghchi. La motivazione l’ha affidata a un post su Truth e l’ha ripetuta ai giornalisti con la consueta brutalità sintattica: «All’interno della loro leadership regnano enormi lotte intestine e grande confusione. Nessuno sa chi comanda, nemmeno loro».
La frase verrà archiviata come l’ennesima sparata trumpiana. È un errore. Letta dentro la struttura reale del potere iraniano post-28 febbraio, è la diagnosi più accurata che un capo di Stato occidentale abbia pubblicamente offerto sullo stato della Repubblica Islamica dopo l’uccisione di Ali Khamenei. Il problema, per chi deve trattare con Teheran — Washington, ma anche Roma, Bruxelles, Doha, Riad — è che quella diagnosi non risolve nulla. Anzi: spiega perché ogni intesa parziale viene smentita nel giro di ore, perché Araghchi annuncia la riapertura di Hormuz e i Pasdaran la richiudono il giorno dopo, perché un accordo sullo Stretto rinegoziato dieci volte non regge mai oltre il primo turno di applausi.
L’Iran del 26 aprile 2026 non ha un capo. Ha un campo di forze.
La Guida Suprema che non è suprema
Il punto di partenza è il vuoto al vertice. Ali Khamenei, guida del Paese per trentasei anni, è stato ucciso il 28 febbraio nel primo giorno dell’Operazione Epic Fury. Insieme a lui sono stati eliminati la moglie, una sorella, e una parte rilevante della cerchia di consiglieri ristretti, compreso Ali Larijani — l’unico vero negoziatore credibile dell’establishment, eliminato a metà marzo. La successione, che secondo le procedure dell’Assemblea degli Esperti avrebbe dovuto essere ordinata e graduale, è diventata in poche settimane una guerra interna documentata in dettaglio dal New York Times e dall’Irish Times: un voto iniziale il 3 marzo, una sospensione su pressione di Larijani per ragioni di sicurezza, l’attacco israeliano sul compound della Guida del 6 marzo che ha azzerato fisicamente parte degli oppositori, il voto definitivo il 9 marzo che ha portato Mojtaba Khamenei — il secondogenito, mai eletto a una carica pubblica, mai noto al popolo iraniano nemmeno per la voce — al posto del padre.
Mojtaba aveva 56 anni e una caratteristica curiosa per chi avrebbe dovuto rappresentare Dio in terra: nessuno l’aveva mai sentito parlare in pubblico. Hojatoleslam, cioè chierico di rango medio, mai ayatollah; per renderlo eleggibile l’Assemblea degli Esperti ha dovuto applicare la stessa modifica statutaria che era stata fatta per il padre nel 1989. La sua selezione, secondo il Time del 21 aprile, è stata il risultato della pressione diretta dei comandanti dei Pasdaran — in particolare Hossein Taeb, ex capo dell’intelligence dei Guardiani — che hanno chiamato uno per uno gli ottantotto membri dell’Assemblea per indirizzare il voto.
Il risultato è una Guida Suprema che, come ha scritto sul Time il ricercatore tedesco Hamidreza Azizi, «non è quite suprema». Sotto Ali Khamenei il sistema era organizzato attorno a una figura unica che stava sopra le istituzioni civili e militari e aveva l’ultima parola su quasi tutto. Sotto Mojtaba la geometria si è capovolta: il nuovo rahbar opera come «una voce all’interno di un più ampio processo di costruzione del consenso tra le élite della sicurezza». Non è il vertice della piramide. È il sigillo che ratifica decisioni prese altrove.
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