La più grande crisi migratoria mai registrata su suolo europeo si è chiusa come si era aperta: in poche ore, a comando. Degli oltre cinquantamila giovani marocchini entrati a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, più di quarantottomila sono già rientrati in Marocco, a un ritmo che Madrid ha quantificato in centocinquanta persone al minuto. Ora che la marea si è ritirata, la domanda su che cosa ci sia dietro Ceuta non è più cronaca: è la chiave per capire chi comanda davvero sui confini d’Europa. E le risposte, come vedremo, portano molto lontano dalla spiaggia del Tarajal.
Quarantotto ore che hanno svuotato e riempito Ceuta
Ricapitoliamo i fatti. Giovedì all’alba decine di migliaia di persone attraversano a nuoto e via terra il confine dell’exclave spagnola, favorite dall’onda lunga della sentenza del Tribunale supremo sui respingimenti in mare e da un allentamento dei controlli marocchini che le testimonianze descrivono come tutto meno che casuale. Cinquantasette persone muoiono annegate davanti alla diga di El Tarajal.
Poi, altrettanto rapidamente, il riflusso. In una città di ottantatremila abitanti non c’è cibo, non c’è riparo, non c’è alcun passaggio verso la Penisola: Bruxelles ricorda che Ceuta è frontiera esterna e che nessuno si imbarca senza controlli. Il ministro dell’Interno marocchino Laftit assicura a Madrid che Rabat «si riprende tutti, senza alcuna eccezione». Detto, fatto.
Ed è proprio questa la prima evidenza strutturale: un flusso che si accende in un’alba e si spegne in un pomeriggio non è un fenomeno spontaneo. È un rubinetto. E i rubinetti hanno una mano che li gira.
La partita del Sahara Occidentale: la vendetta di Rabat
Per capire il momento scelto bisogna guardare al calendario diplomatico. Il 20 luglio Pedro Sánchez ha compiuto una visita distesa ad Algeri, storica sponsor del fronte indipendentista sahrawi. Tre giorni dopo, una commissione del parlamento spagnolo ha approvato una proposta di legge che aprirebbe la cittadinanza spagnola a duecentomila sahrawi del Sahara Occidentale, l’ex colonia che il Marocco controlla e considera intoccabile.
Per Rabat, ciascuno di questi gesti è una linea rossa. E la risposta marocchina alle linee rosse ha un precedente esatto: nel maggio 2021, dopo l’accoglienza in Spagna del capo del Fronte Polisario Brahim Ghali, ottomila persone entrarono a Ceuta in quarantott’ore con la frontiera improvvisamente sguarnita. Stesso luogo, stesso metodo, stessa grammatica. Cambia solo la scala: da ottomila a cinquantamila. Il messaggio di Rabat a Madrid è leggibile senza traduttore: ogni passo verso Algeri e verso i sahrawi ha un prezzo, e il prezzo si paga in esseri umani spinti verso la frontiera.
La pista americana: dollari, centri studi e servizi
C’è però un secondo piano, e non è meno documentato. L’attenzione della destra americana su Ceuta non nasce questa settimana. A marzo un articolo dell’American Enterprise Institute, firmato da Michael Rubin, definiva illegittimo il controllo spagnolo sulle due exclave e suggeriva al Marocco esattamente lo scenario poi realizzatosi: un’onda verde di migliaia di civili disarmati dentro Ceuta.
Ad aprile il deputato repubblicano Mario Díaz-Balart, tra gli uomini più vicini a Marco Rubio, dichiarava che Ceuta e Melilla «non si trovano in territorio geografico spagnolo, ma in territorio del Marocco». Secondo la ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera, lo stesso Díaz-Balart ha fatto approvare dalla commissione per gli stanziamenti della Camera un documento che unisce il sostegno politico alle rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla a quaranta milioni di dollari di fondi per Rabat, tra programmi di sicurezza nazionale e finanziamento militare estero: il segnale di una cooperazione sempre più stretta tra gli apparati di sicurezza dei due Stati.
Sullo sfondo, un dato politico che spiega tutto il resto: dopo il rifiuto di concedere le basi spagnole per l’operazione contro l’Iran, Sánchez è diventato l’interlocutore più sgradito alla Casa Bianca in Europa. In geopolitica gli indizi non costituiscono una prova, nemmeno quando si dispongono su cinque piani convergenti. Ma cinque piani di indizi convergenti restano, e disegnano un quadro in cui la crisi di Ceuta conviene a molti, e a Madrid a nessuno.
I numeri di Frontex letti al contrario
In questo quadro va letta anche la polemica con Roma. Alla sospensione italiana di Schengen — di cui abbiamo ricostruito ragioni e portata — Sánchez ha risposto citando Frontex: tra il 2021 e il 2026 l’Italia ha registrato 478.600 ingressi irregolari, la Spagna 234.760. Come a dire: la lezione sui confini non la accettiamo da chi ne subisce il doppio.
Ma quei numeri dimostrano l’esatto contrario di ciò che Madrid vorrebbe. Certificano che l’Italia è da anni la prima frontiera esterna dell’Unione lasciata sola, quella su cui la solidarietà europea invocata oggi da Sánchez non si è mai materializzata. Chi ha assorbito quasi mezzo milione di ingressi irregolari nell’indifferenza generale sa esattamente che cosa significa un confine che salta: la reintroduzione dei controlli non è uno schiaffo a Madrid, è la presa d’atto che ciascuno Stato, quando la frontiera comune cede, torna responsabile della propria. Tanto più verso una Nazione il cui governo ha appena completato una sanatoria da mezzo milione di posizioni il cui effetto di richiamo è oggetto di scontro in tutta Europa.
La lezione di Ceuta: i confini come arma
Sotto la cronaca, la crisi di Ceuta consegna una lezione che vale per l’intero continente. I flussi migratori sono ormai, a tutti gli effetti, uno strumento di pressione tra Stati: la Bielorussia lo ha mostrato sul confine polacco, la Turchia lo ha praticato sull’Egeo, il Marocco lo ha perfezionato sullo Stretto. Chi controlla i rubinetti dei flussi esercita potere politico diretto sulle Nazioni che quei flussi ricevono.
L’Unione ha persino codificato il fenomeno — il nuovo Patto su migrazione e asilo prevede risposte alla strumentalizzazione dei migranti da parte di Stati terzi — ma tra la norma scritta e la volontà di applicarla corre la stessa distanza che separa Bruxelles dal Tarajal. Finché la difesa fisica e giuridica dei confini esterni resterà un tabù ideologico, ogni autocrazia della sponda sud saprà di avere in mano una leva sulla politica interna europea. E la userà.
E adesso? Ciò che l’Europa non vuole vedere
La crisi si è chiusa, le sue cause restano tutte al loro posto. La sentenza sui respingimenti in mare è in vigore, e Sánchez stesso ha dovuto ammettere che la sua lettura distorta ha fatto da innesco. Il contenzioso sul Sahara Occidentale è aperto. Rabat ha collaudato l’arma su scala inedita, verificando che funziona e che il costo diplomatico è minimo. Washington ha osservato senza dispiacersi. E l’Europa ha risposto come sempre: ciascuno per sé, i comunicati per tutti.
Cinquantasette morti davanti a una diga sono il prezzo pagato da chi, di tutto questo, non sapeva nulla. Le persone spinte a nuoto verso il Tarajal erano pedine di una partita giocata sopra le loro teste, tra Rabat, Algeri, Madrid e Washington. La prossima ondata — perché una prossima ondata ci sarà, a Ceuta o altrove — troverà un’Europa che ha già dimostrato di poter essere mossa dall’esterno. A meno che non decida, finalmente, di essere lei a decidere dei propri confini.
Fonti
- ANSA – Madrid: almeno 48.300 migranti rientrati da Ceuta in Marocco
- Sky TG24 – Ceuta, emergenza migranti: rientri a 150 persone al minuto, 57 morti
- Adnkronos – Il Marocco si riprende i migranti: perché ha “punito” la Spagna di Sánchez
- Euronews – Madrid condanna l’attraversamento di massa come attacco alla sovranità
- Il Messaggero – Ceuta, invasione di 60.000 migranti: le reazioni europee
- Morocco World News – Michael Rubin invoca una seconda Marcia Verde su Ceuta e Melilla
- Barlaman Today – Díaz-Balart: Ceuta e Melilla sono territorio marocchino
- Il Giornale – Ceuta, perché è spagnola e perché è la porta d’Europa in Africa

