C’è un pezzo di Stato che funziona a valle di tutto: le espulsioni votate in Parlamento, gli accordi bilaterali negoziati con il Cairo, il regolamento europeo sui rimpatri strappato a Bruxelles. Quel pezzo di Stato è una stanza d’ospedale. Perché prima di entrare in un Centro di permanenza per i rimpatri lo straniero irregolare va visitato, e un medico deve firmare la sua idoneità. Se non firma, l’espulsione salta. Semplice.
L’inchiesta sui certificati falsi per evitare il CPR partita da Ravenna racconta che cosa succede quando quella firma diventa un atto politico. Otto infettivologi indagati a febbraio, tre interdette dalla professione, e ora un salto di scala: 23 medici perquisiti in nove città, un’ipotesi di associazione a delinquere e una campagna nazionale che nessuno ha mai tenuto segreta. Proviamo a rispondere alle domande che i giornali si limitano a sfiorare.
Che cosa è successo a Ravenna e perché i medici sono indagati
Tutto nasce nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. Tra il settembre 2024 e il gennaio 2026 la Questura vi ha accompagnato 64 stranieri irregolari per la visita di idoneità al trattenimento nel CPR. Ne sono tornati liberi 44: 34 dichiarati non idonei, 10 che si sono rifiutati di sottoporsi agli accertamenti.
Due su tre. Non è una statistica sanitaria, è un veto di fatto.
La Procura di Ravenna, con la pm Angela Scorza, ha aperto il fascicolo nel luglio 2025, quando una delle dottoresse ha inviato in Questura, insieme al certificato, un modulo prestampato della Società italiana di medicina delle migrazioni sulla non idoneità. Nel febbraio 2026 sono scattate le perquisizioni: otto medici, tutti allora in servizio nel reparto, indagati per falso ideologico e interruzione di pubblico servizio per 34 certificati considerati falsi.
Il Gip Federica Lipovscek ha disposto per tre di loro, Anastasia Zoffoli, Elisa Vanino e Marta Zatti, dieci mesi di interdizione dalla professione sanitaria. Per gli altri cinque, il divieto di occuparsi di certificati per i CPR. Una di loro è stata poi trasferita all’ospedale di Forlì.
Come funziona il certificato di non idoneità al CPR
Il meccanismo è tutto qui. La legge prevede che il trattenimento nel Centro di permanenza per i rimpatri sia compatibile con le condizioni di salute dello straniero. Il medico dell’azienda sanitaria visita la persona e certifica se è idonea o meno alla vita nel centro.
Quel certificato non è un parere. È un atto pubblico, con valore legale, che vincola la Questura. Una non idoneità blocca il trasferimento e, di regola, restituisce alla libertà una persona che lo Stato aveva già deciso di espellere.
È esattamente su questo che si è costruita la campagna “No CPR”. Non sul contrasto alla norma in Parlamento, non sul ricorso al giudice: sul punto in cui la catena amministrativa passa per le mani di un singolo medico che può fermarla senza dover rendere conto a nessuno. Chi ha seguito su queste pagine il primo rimpatrio con la procedura accelerata del Patto europeo sa quanto lavoro istituzionale serva per un solo volo verso il Cairo. A Ravenna bastava un timbro per annullarlo.
Perché la Procura parla di associazione a delinquere
Il 16 settembre 2026 gli investigatori dello SCO e della Squadra mobile di Ravenna hanno eseguito decreti di perquisizione personale, locale e informatica a carico di 23 medici: 21 infettivologi e due psichiatri, tra Bari, Ferrara, Bologna, Rimini, Matera, Biella, Roma, Livorno e Milano. Sequestrati telefoni e computer.
Ventidue di loro non sono indagati. Uno sì: Nicola Cocco, infettivologo, esponente della SIMM e già consulente del Garante nazionale dei detenuti. Per lui e per tre medici del primo filone l’accusa è associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. “Con altre persone da identificare”, scrive la Procura.
Il passaggio decisivo è una parola che ricorre nelle chat: “mappatura”. Nel giugno 2024, informato di due nuove non idoneità firmate a Ravenna, Cocco avrebbe risposto chiedendo copia delle certificazioni perché stava tenendo una mappatura. Mappatura di che cosa, e con quale scopo, è la domanda a cui l’inchiesta deve rispondere.
Il decreto va oltre i singoli certificati. Cerca la documentazione riconducibile alla SIMM e “ad altre associazioni” che, attraverso vademecum e prestampati, avrebbero esortato i medici a esprimere parere negativo sull’idoneità. Contesta la pianificazione di interventi propagandistici sui social e descrive “un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici”.
Che cosa dicono le chat dei medici
Le conversazioni finite agli atti tolgono ogni dubbio sulla natura delle firme. Nel luglio 2025, una delle dottoresse indagate racconta a una collega che la polizia vuole farle un verbale per una non idoneità negata. La collega chiede se il paziente stesse male. La risposta non parla di diagnosi: “È una questione etica per me”. E poi: “Non posso validare il mandare là un essere umano”.
Nell’aprile precedente la stessa dottoressa aveva dichiarato “totale supporto al No CPR” e l’adesione alla campagna di Salvatore Geraci. Un’altra si definiva “anarchica e antagonista”. Una terza, nel settembre 2025: “Tutti noi siamo per non firmare quando ci portano le persone per il CPR, piuttosto mi faccio radiare”. Un infettivologo di un’altra struttura, a proposito degli agenti, usava parole che qui non riportiamo per intero: “maledetti sbirri” è la parte pubblicabile.
Una dottoressa degli ospedali di Forlì e Cesena scriveva: “Dobbiamo opporci tutti. È bello sapere che siamo in più zone diverse e in connessione”. In connessione. È la frase che ha cambiato la dimensione dell’inchiesta.
Chi c’è dietro la campagna No CPR: la SIMM, l’ASGI e i finanziamenti
Qui bisogna essere precisi, perché la cronaca giudiziaria e la narrazione politica prendono strade diverse.
Il documento al centro di tutto si chiama “Bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel CPR”. Non è mai stato segreto: è ancora online. Nasce da una campagna pubblica lanciata nel 2024 dalla Società italiana di medicina delle migrazioni insieme all’ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e alla Rete “Mai più lager – No ai CPR”. Il riferimento umano è Salvatore Geraci, medico romano, responsabile dell’Area sanitaria della Caritas di Roma e past president della SIMM: è lui la “campagna di Geraci” citata nelle chat.
Nelle carte dell’inchiesta non c’è un filone sui soldi. Nessuna contestazione patrimoniale, nessun compenso per i certificati, nessun flusso di denaro. La Procura ipotizza un coordinamento ideologico e organizzativo, non un’organizzazione pagata.
Il tema dei finanziamenti lo ha sollevato La Verità, che ha ricostruito un dato preciso e verificabile: nel 2018 l’ASGI ha ricevuto dalla Open Society Foundations di George Soros una donazione di oltre 385.000 euro. Il collegamento è indiretto per due volte: la fondazione finanzia l’associazione, non la campagna del 2024, e l’ASGI è la componente giuridica di quella campagna, non quella medica. Sulla SIMM e sulla Rete No CPR non risultano, a oggi, finanziamenti emersi dall’inchiesta.
Ma la domanda resta legittima ed è politica prima che giudiziaria: una campagna che punta a svuotare per via sanitaria i centri istituiti dalla legge, promossa da una società scientifica, sostenuta da un’associazione con finanziatori esteri, con un ex consulente del Garante nazionale tra i suoi riferimenti, era nota alle istituzioni? Gli Ordini dei medici sapevano? Le aziende sanitarie hanno mai controllato perché in un reparto due pazienti su tre risultassero non idonei?
Che cosa rischiano i medici e che cosa dice la politica
Per il falso ideologico in atto pubblico la pena arriva a sei anni; l’associazione a delinquere aggiunge una cornice che, se provata, cambia tutto: non più singole coscienze, ma un sistema. Sul piano disciplinare la radiazione dall’albo è nelle mani degli Ordini.
Matteo Salvini ha chiesto, in caso di condanna, la radiazione e il risarcimento di tasca propria per le mancate espulsioni. Marco Lisei di Fratelli d’Italia sulla stessa linea. Dall’altra parte il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha espresso “fiducia nei sanitari”, AVS ha interrogato il governo e i collettivi hanno organizzato sit-in. L’avvocato Fabio Anselmo, che assiste cinque dei perquisiti, accusa la Procura di aver trattato dei non indagati come criminali. La Federazione degli Ordini ha risposto con una formula che dice tutto: “Non siamo ausiliari della sicurezza”.
Vero. Ma non sono nemmeno un contropotere. Il medico che certifica per un CPR esercita una funzione pubblica, non un diritto di obiezione. L’obiezione di coscienza esiste in Italia per l’aborto, per il servizio militare, per la sperimentazione animale: la prevede la legge, con procedure e garanzie. Non esiste per il rimpatrio degli irregolari. Chi la esercita lo stesso non sta obiettando: sta sostituendo la propria etica alla legge, e lo fa con un atto pubblico che ha valore di prova.
La domanda che l’inchiesta lascia aperta
Mentre l’Italia ha portato a Lussemburgo la battaglia sui centri in Albania e a Strasburgo quella sul regolamento rimpatri, il sabotaggio più efficace del sistema delle espulsioni non passava dai tribunali. Passava da un modulo scaricabile e da una chat.
La Procura di Ravenna dovrà provare che la rete esiste e che i certificati sono falsi, non solo militanti. È un confine sottile e la difesa lo sa: tra un gruppo di medici contrari alla detenzione amministrativa e un’associazione criminale c’è uno spazio che vanno riempito di prove. Ma la questione politica non aspetta la sentenza. Una Nazione che vota le regole sui rimpatri, le difende in Europa e le paga con centinaia di milioni non può accettare che una minoranza in camice decida in corsia chi resta e chi parte.
La proposta di legge sulla remigrazione parla di piena operatività dei centri. Ravenna spiega perché non è uno slogan.
Fonti
- Open – Ravenna, i 20 medici perquisiti nell’inchiesta sui falsi certificati agli immigrati
- Open – Le chat dei medici dei falsi certificati
- Il Fatto Quotidiano – Perquisiti 23 medici, l’Ordine: “Non siamo ausiliari della sicurezza”
- Il Fatto Quotidiano – Il certificato anti-CPR è ancora online
- Il Resto del Carlino – Certificati anti-CPR, 4 medici indagati per associazione a delinquere
- La Verità – La rete dei camici rossi per svuotare i CPR
- La Verità – L’armata dei dottori militanti anti-CPR
- Il Sussidiario – Pm: rete organizzata di medici contro i CPR

