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Medio Oriente

Israele issa la bandiera sul castello di Beaufort: cade la fortezza crociata, e con essa la tregua in Libano

Redazione - Il Politico

Nella notte le truppe israeliane hanno preso la rocca crociata che domina il Litani: è l'incursione più profonda in venticinque anni. Salta la tregua di aprile, il contingente italiano UNIFIL resta nel mezzo, Parigi chiede il Consiglio di Sicurezza.

Riassunto dell'articolo

Il 31 maggio 2026 le forze israeliane hanno conquistato il castello crociato di Beaufort, nel sud del Libano, nell'incursione di terra più profonda in oltre venticinque anni. La presa della fortezza, che domina il fiume Litani, certifica la fine della tregua del 16 aprile e segna un'escalation che Netanyahu ha definito «svolta drammatica». Nell'area opera il contingente italiano della missione UNIFIL, guidata dall'Italia; la Francia ha condannato l'avanzata chiedendo una riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Punti chiave
  • ANSA – IDF, conquistato il castello crociato di Beaufort nel sud del…
  • Euronews – Israele conquista il castello di Beaufort, dura condanna di Parigi
  • AGI – Libano: la storia del castello di Beaufort conteso da 900…
  • Il Tempo – I soldati israeliani conquistano il castello dei crociati

Sul castello di Beaufort, da questa notte, sventolano la bandiera di Israele e lo stendardo della brigata Golani. Le truppe israeliane hanno preso la fortezza crociata che domina il fiume Litani, nel Libano meridionale, nella più profonda incursione di terra in oltre venticinque anni. Benjamin Netanyahu l’ha definita «una svolta drammatica»: «Siamo tornati a Beaufort. Stiamo operando su tutti i fronti, in Siria, a Gaza, in Libano». Un castello costruito da mani europee quasi nove secoli fa torna così a essere, per l’ennesima volta, il trofeo di una guerra che non gli appartiene.

CREAZIONE SITI WEB
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Cos’è il castello di Beaufort e perché è strategico

Arroccato a settecento metri di quota su uno sperone che precipita sul Litani, Beaufort domina dall’alto buona parte del Libano meridionale e il nord di Israele, a meno di dieci chilometri di distanza. Chi controlla quella rocca controlla la valle: è così da secoli, e il valore militare resta intatto anche nell’epoca dei droni e dell’artiglieria di precisione. Non è un caso che l’IDF, dopo giorni di raid e di combattimenti nei villaggi attorno a Nabatieh, abbia scelto proprio quel punto per piantare la propria bandiera.

Novecento anni di assedi: dai crociati a Hezbollah

Lo costruì Folco d’Angiò, re di Gerusalemme, intorno al 1139, ribattezzandolo «Beau Fort», bella fortezza, anche se il nome arabo resta Qalat al-Shaqif. Saladino lo strappò ai cristiani nel 1190 dopo un assedio di due anni; mezzo secolo più tardi i crociati lo ripresero e nel 1260 lo cedettero ai Templari, prima che il sultano mamelucco Baibars lo conquistasse definitivamente per le forze islamiche nel 1268. Poi i secoli: i Mamelucchi, gli Ottomani, il mandato francese.
Negli anni Settanta del Novecento la fortezza tornò all’antico ruolo quando l’OLP di Arafat ne fece una base. Nel 1982 le unità scelte israeliane, guidate dal ministro della Difesa Ariel Sharon, la espugnarono in una battaglia sanguinosa; Israele la tenne fino al ritiro dal Libano del 2000. Dal 2024 l’UNESCO le ha riconosciuto una protezione rafforzata come patrimonio a rischio. È a quella memoria del 1982 che ha attinto oggi il ministro Israel Katz parlando di «riconquista».

La tregua di aprile è saltata

La presa di Beaufort certifica ciò che le ultime settimane lasciavano intendere: la tregua entrata in vigore il 16 aprile, costruita sul memorandum a sei punti del Dipartimento di Stato americano, non esiste più. Quell’intesa concedeva a Israele una zona di sicurezza profonda dieci chilometri e il diritto all’autodifesa, ma vietava operazioni offensive di terra. L’avanzata oltre la «linea gialla», l’attraversamento del Litani davanti a Metula e l’occupazione della rocca segnano il superamento netto di quel limite. Il cessate il fuoco che avevamo raccontato come fragile equilibrio è stato consumato in poche notti.

La logica dell’IDF e l’escalation su tutti i fronti

L’area di Beaufort e del Wadi Saluki ospita, secondo l’esercito israeliano, infrastrutture di Hezbollah realizzate con assistenza iraniana, da cui sarebbero partiti centinaia di razzi verso la Galilea. È la giustificazione operativa dell’avanzata. Netanyahu l’ha però inserita in una cornice ben più larga, snocciolando i «numeri della vittoria»: ottomila miliziani di Hezbollah eliminati dall’ottobre 2023, tremila dall’inizio della guerra con l’Iran. La logica non è più la difesa del confine, ma l’iniziativa permanente su tre teatri simultanei. Sul terreno questo significa la demolizione sistematica di interi villaggi di confine e l’evacuazione forzata delle popolazioni: la rocca conquistata è la punta visibile di una riscrittura della geografia del Libano meridionale.

Il contingente italiano UNIFIL nel mezzo

In quella stessa fascia di territorio operano i militari italiani. L’Italia comanda la missione UNIFIL da giugno 2025 e gestisce il settore Ovest, ed è la voce che con più insistenza chiede da mesi una revisione del mandato. Non è una presenza astratta: l’8 aprile un convoglio italiano in marcia da Shama verso Beirut era stato fatto segno di colpi diretti dall’IDF, episodio su cui il Governo aveva reagito con durezza, rivendicando che i soldati italiani sotto bandiera ONU non si toccano. L’avanzata di oggi riporta la linea del fuoco a ridosso delle basi italiane e rilancia, brutalmente, la domanda di fondo: che cosa resta di una missione di pace quando attorno la guerra riprende a pieno regime, e Washington e Tel Aviv premono perché il mandato non venga rinnovato.

Parigi condanna, Bruxelles tace, Beirut osserva

Sul piano diplomatico l’unica reazione netta è arrivata da Parigi, che ha condannato l’avanzata e chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una capitale europea reagisce; le istituzioni dell’Unione, ancora una volta, restano sullo sfondo, spettatrici di un conflitto che si gioca a poche centinaia di chilometri dalle coste meridionali del continente. Da Beirut, almeno nell’immediato, nessun commento ufficiale: il silenzio di un Esecutivo che non controlla il proprio territorio e assiste alla sua progressiva amputazione.
Resta la fortezza, lassù sul Litani. Costruita da europei per una guerra di nove secoli fa, contesa da ogni potenza che è passata di lì, oggi sormontata da una bandiera che non è né dei crociati né dei suoi attuali abitanti. A Beaufort, come da novecento anni, la Storia continua a essere scritta da chi arriva con la forza per scriverla. Gli altri la subiscono.

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