Il caso Roggero non è più soltanto una vicenda giudiziaria. Nel giro di 48 ore è diventato il terreno su cui si misurano i rapporti tra governo e Quirinale, e il perimetro reale della battaglia sulla legittima difesa.
Mario Roggero, 72 anni, gioielliere di Grinzane Cavour, è entrato nel carcere di Bollate dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo, il 28 aprile 2021. La moglie ha presentato domanda di grazia. Da qui è partito tutto il resto.
Cosa è successo: dalla condanna definitiva all’ingresso a Bollate
La Cassazione ha respinto il ricorso della difesa, rendendo definitiva la condanna. Roggero si è costituito, promettendo pubblicamente di non voler restare in cella per l’intera pena. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’apertura di un’istruttoria per valutare la grazia. È bastato poco perché la vicenda si trasformasse in un caso politico nazionale, con il centrodestra compatto nel sostenere le ragioni del gioielliere fin dai primi commenti.
Perché Mattarella ha richiamato Nordio: i limiti costituzionali della grazia
Il Quirinale ha convocato Nordio per ricordargli, senza giri di parole, che la concessione della grazia è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, e che l’iniziativa spetta a lui. Una puntualizzazione istituzionale, non uno scontro di potere: la Costituzione è chiara sul punto, e il ministero ha successivamente frenato, precisando che “l’iter non è ancora partito” perché mancano le motivazioni della sentenza. Va letta così, come un chiarimento di competenze in un dossier delicato, non come una bocciatura della linea del governo sulla sicurezza.
Cosa prevede davvero il ddl Sicurezza sui risarcimenti (e perché non si applica a Roggero)
Nel frattempo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta sui social, senza mai nominare Roggero ma con un riferimento che nessuno ha faticato a cogliere: “Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto.” Il riferimento è alla norma contenuta nell’ultimo ddl Sicurezza, che modifica il codice civile escludendo il diritto al risarcimento per chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato grave, né per i suoi familiari.
È una norma di buon senso, che rimette la responsabilità civile dalla parte di chi si difende e non di chi delinque. Ma va detto con altrettanta chiarezza: la nuova disciplina non si applicherebbe comunque al caso Roggero, la cui condanna è ormai definitiva e riguarda fatti di sette anni fa. Confondere i due piani — la battaglia di principio sui risarcimenti e la posizione giudiziaria specifica del gioielliere — è un errore che il dibattito pubblico sta commettendo con troppa disinvoltura.
Il principio è giusto, il caso specifico no: perché la vita umana non si pesa con il trauma
Ed è qui che occorre una distinzione che il tifo politico tende a cancellare. Che un negoziante aggredito in casa propria o nella propria attività abbia il diritto di difendersi senza dover poi risarcire chi lo ha aggredito, è un principio di civiltà giuridica che non dovrebbe nemmeno essere in discussione. Lo Stato deve stare dalla parte di chi subisce il reato, non di chi lo commette.
Ma difendere questo principio non significa assolvere nel merito la condotta di Roggero. I giudici hanno accertato che i due rapinatori uccisi erano già in fuga, non più in condizione di costituire un pericolo attuale, quando sono stati raggiunti dai colpi. Sparare a chi si sta allontanando non rientra nel perimetro della legittima difesa: è un’altra cosa, ed è la stessa Costituzione — attraverso il principio di proporzionalità tra offesa e difesa — a tracciare quel confine. La vita umana ha un valore che nessun trauma, per quanto comprensibile, può da solo cancellare. Chi invoca il diritto a difendersi non può, nello stesso tempo, chiedere che quel diritto valga anche quando il pericolo è già cessato.
Tenere insieme queste due verità — la giustezza della battaglia sui risarcimenti e la gravità della condotta specifica — è l’unico modo per non trasformare un principio sacrosanto in una scorciatoia retorica.
Il nodo Lega-Vannacci: la candidatura impraticabile e la corsa a destra
Sul piano politico, la Lega ha valutato, almeno sul piano teorico, una possibile candidatura di Roggero, sostenuta pubblicamente da Matteo Salvini. La legge Severino la renderebbe però di fatto impraticabile per un condannato in via definitiva. Resta il segnale: il caso si inserisce nella competizione, tutta interna al centrodestra, per intercettare l’elettorato che guarda a Roberto Vannacci. Un dossier da osservare senza anticipare conclusioni: se sia una mossa costruita o un riflesso spontaneo del sentimento popolare, e quanto davvero sposti gli equilibri a destra della coalizione, sono domande che restano aperte.
Lo Stato dalla parte di chi si difende — ma nei limiti della legge, non della vendetta
Il caso Roggero funziona da cartina di tornasole per una Nazione che da anni discute di sicurezza, legittima difesa e fiducia nelle istituzioni. Il governo ha ragione a voler chiudere definitivamente la stagione dei risarcimenti ai delinquenti. Ma la credibilità di quella battaglia si gioca proprio nella capacità di non confonderla con l’assoluzione di ogni reazione, comunque essa si sia manifestata.

