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Europa

A cosa ci serve il Canada? Bruxelles cerca partner a 6.000 chilometri e sanziona quello che ha in casa

Antonio Antipari

Von der Leyen offre a Ottawa lo status di "membro associato" che i Trattati non prevedono. Minerali e gas canadesi arriveranno tra dieci anni, se arriveranno. Intanto il ventunesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso per legge l'unico tubo che l'Europa aveva. E Trump guarda.

Riassunto dell'articolo

Il 16 settembre 2026 Ursula von der Leyen ha proposto nel discorso sullo Stato dell'Unione di fare del Canada il primo "membro associato" dell'UE; il 17 settembre Mark Carney ha accettato a Strasburgo escludendo adesione e cessioni di sovranità. Lo status non è previsto dai Trattati e la Commissione dovrà presentare una proposta prima del vertice UE-Canada di fine ottobre. L'analisi riconosce la sostanza dell'offerta canadese (minerali critici, partenariato di difesa del giugno 2025, ingresso in SAFE nel 2026) ma ne evidenzia i tempi: miniere e raffinazione richiedono dieci-quindici anni, non esiste un terminale GNL atlantico verso l'Europa, il CETA è provvisorio da nove anni e l'Italia non l'ha ratificato. Nel frattempo il Regolamento 2026/261 ha vietato il gas russo via tubo, gli stoccaggi sono ai minimi e la Commissione è al ventunesimo pacchetto di sanzioni. Il pezzo segnala inoltre la tensione con gli Stati Uniti, in guerra commerciale con Ottawa, e conclude che la questione non è il Canada ma la libertà europea di scegliere i propri fornitori.

Il Canada come primo membro associato dell’UE. La formula è di Ursula von der Leyen, pronunciata il 16 settembre nel discorso sullo Stato dell’Unione e accolta il giorno dopo da Mark Carney a Strasburgo. Suona come una svolta storica. Prima di applaudire vale la pena porsi una domanda semplice: a cosa ci serve, e quando.

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La domanda non è retorica. Perché nello stesso semestre in cui Bruxelles offre a Ottawa un posto al tavolo del mercato unico, la stessa Commissione ha vietato per regolamento il gas russo, l’unico che arrivava in Europa via tubo, a costo competitivo, da un fornitore contiguo. Si cerca a seimila chilometri ciò che si è chiuso a mille.

Cosa ha proposto von der Leyen e cosa ha risposto Carney

Nel discorso di Strasburgo la presidente della Commissione ha annunciato il passaggio dal CETA a una “Alleanza per il futuro”: uno spazio comune di prosperità e sicurezza economica, con integrazione delle basi industriali della difesa, un’alleanza tecnologica, l’Artico come progetto di punta, energia, minerali critici, batterie, intelligenza artificiale e quantistica. Tutto, insomma.

Carney ha accettato l’invito con una precisazione netta: nessuna adesione piena, nessuna cessione di sovranità. Ottawa cerca “partenariati complementari che rafforzino la nostra sovranità”. Il vertice UE-Canada di fine ottobre dovrà sancire il percorso, che si chiuderà solo dopo la ratifica di tutti gli Stati membri.

C’è un dettaglio che i comunicati non enfatizzano. Lo status di membro associato non esiste nei Trattati. A Bruxelles, per ammissione dei funzionari, non è ancora chiaro cosa significhi in concreto: la Commissione dovrà presentare una proposta nei prossimi mesi. Si annuncia il titolo e si scriverà il testo dopo. Abbiamo già raccontato come quel discorso abbia usato le proposte nuove per coprire i numeri vecchi. Il Canada è una di quelle proposte.

Cosa promette il Canada: minerali, gas, difesa

Sulla carta l’offerta canadese è seria. Il Canada dispone di giacimenti di oltre trenta minerali critici ed è tra i primi produttori mondiali di dieci di quelli essenziali per batterie e semiconduttori. Ha gas e petrolio in quantità. È una democrazia stabile, membro della NATO e del G7.

Sulla difesa qualcosa esiste già. Nel giugno 2025 UE e Canada hanno firmato un partenariato per la sicurezza e la difesa. Nel 2026 il Canada è diventato la prima Nazione non europea ammessa a SAFE, il programma da 150 miliardi per gli acquisti comuni di armamenti. Le aziende canadesi entrano nelle commesse che fino a ieri erano riservate all’industria continentale.

Questo è l’arrosto. È giusto riconoscerlo. Ma va pesato con la domanda che conta per chi paga la bolletta: quando arriva?

Quando arriva: i tempi che nessuno dice

I minerali critici del Canada sono in gran parte nel sottosuolo, non nei magazzini. Aprire una miniera richiede in media dieci-quindici anni tra permessi, consultazioni con le comunità indigene, finanziamenti e infrastrutture. Poi il minerale va raffinato, e la raffinazione oggi è in Cina. Nessun accordo firmato a Bruxelles accorcia questi tempi.

Il gas è ancora più lontano. Il Canada esporta GNL dal Pacifico, verso l’Asia. Sull’Atlantico non esiste un terminale di esportazione in funzione verso l’Europa. Servono impianti, gasdotti interni, capitali privati e un decennio di cantieri. Chi promette gas canadese per l’inverno 2027 promette una cosa che non esiste.

E c’è il precedente del CETA. L’accordo commerciale è applicato “in via provvisoria” dal 21 settembre 2017: nove anni. L’Italia non l’ha mai ratificato. Se nove anni non sono bastati per un trattato commerciale, quanti ne serviranno per uno status giuridico che i Trattati non contemplano?

Il tubo chiuso per legge

Mentre si progetta il decennio canadese, il presente è questo. Il Regolamento 2026/261 ha vietato il gas russo: il GNL dal 25 aprile, quello via tubo dal 17 giugno. A fine luglio gli stoccaggi europei erano al 55,6 per cento, il livello più basso da cinque anni. Le rotte marittime da Hormuz e dal Mar Rosso sono compromesse. L’Unione si è tolta l’opzione terrestre nello stesso semestre in cui perdeva quelle marittime.

La Commissione è arrivata al ventunesimo pacchetto di sanzioni. Nello stesso discorso in cui apriva al Canada, von der Leyen ha ammesso che non servono sempre nuove sanzioni ma applicare quelle esistenti. È un bilancio, non un programma. Chi decide queste sanzioni, e con quale mandato, resta la domanda che nessun Parlamento ha mai votato.

Il costo lo conosciamo. Quaranta miliardi di euro per le sole imprese italiane, secondo la stima di Matteo Salvini, mentre Francia e Spagna il gas russo hanno continuato a comprarlo. La Russia non è l’unico fornitore possibile. È l’unico contiguo, a tubo, a prezzo di mercato. Rinunciarvi per legge e poi cercare l’alternativa oltre l’oceano non è una strategia energetica. È un’assicurazione a quindici anni venduta come soluzione.

Il terzo incomodo: Trump

Poi c’è la geografia. Il Canada confina con una sola Nazione, e quella Nazione è in guerra commerciale con Ottawa. Il negoziato bilaterale è fallito. Washington ha appena vietato l’importazione di latticini e alcolici canadesi. Donald Trump ha ripetuto più volte che il Canada dovrebbe diventare il cinquantunesimo Stato.

Carney viene in Europa perché non ha più l’America. È legittimo. Ma per l’Unione la scelta ha un prezzo: legarsi alla Nazione con cui Washington è in conflitto, mentre si dipende dal GNL americano per sostituire quello russo e dall’ombrello americano per la difesa. Von der Leyen dice che il partenariato “non è contro altri”. A Washington la frase sarà letta per quello che è.

È la contraddizione di un’Unione che non ha mai costruito una politica estera propria: cerca di emanciparsi dagli Stati Uniti scegliendo come partner il loro vicino più fragile, e nel frattempo continua a comprare americano.

A cosa ci serve davvero

Il Canada non è il problema. Un rapporto più stretto con Ottawa, sulla difesa e sui minerali, ha senso e produrrà effetti nel prossimo decennio. Il problema è il metodo: annunciare alleanze che i Trattati non prevedono, con tempi che nessuno dichiara, per non discutere delle scelte che producono effetti oggi.

Cosa ci serve non è un partner in più. È la facoltà di scegliere i fornitori di energia senza chiedere il permesso a nessuno: né a Washington, né a una Commissione che nessuno ha votato per questo. Il Canada membro associato dell’UE sarà forse una buona notizia nel 2036. Nel 2026 la domanda resta senza risposta: chi paga il gas fino ad allora?

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Antonio Antipari
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