I bambini stranieri all’asilo in Italia sono 161.238. Dieci anni fa erano 164.589. Il numero è fermo, eppure la loro incidenza sul totale è passata dal 9,8% al 12,5%. Chi vuole capire cosa sta succedendo alla Nazione deve partire da questa contraddizione apparente, perché dentro ci sta tutto: la culla vuota, il caro-vita che blocca le giovani coppie, le comunità che non si mescolano e un potere pubblico che trova sessanta miliardi per le armi e uno per le famiglie.
I dati che seguono vengono dal Ministero dell’Istruzione, dall’Istat, dal Ministero del Lavoro e dal Kiel Institute. Nessuna opinione, prima dei fatti.
Il numero che nessuno legge: 161mila, come dieci anni fa
La scuola dell’infanzia è il sismografo più sensibile della demografia, perché registra i nati di tre anni prima. Nell’anno scolastico 2012/13 i bambini con cittadinanza non italiana iscritti erano 164.589. Nel 2022/23, ultimo dato ufficiale completo, sono 161.238. In un decennio non è cresciuto nulla.
Eppure la percentuale sul totale è salita di quasi tre punti. Nel solo ultimo anno rilevato l’incidenza è passata dall’11,7% al 12,5%: il Ministero lo spiega con il calo dei bambini italiani, 38.470 in meno in dodici mesi.
È un’aritmetica semplice. Se il numeratore sta fermo e il denominatore crolla, la frazione cresce. I bambini stranieri all’asilo in Italia non sono aumentati: sono gli italiani a essere scomparsi.
Il denominatore che sparisce: 355mila nati, 1,14 figli per donna
Nel 2008 in Italia nascevano 577mila bambini. Nel 2024 sono stati 370mila. Nel 2025, secondo i dati provvisori Istat, 355mila: meno 3,9% in un anno, 6 nati ogni mille abitanti contro i 9,5 del 2005.
La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Il Centro è a 1,07. Se l’Italia avesse la fecondità francese, calcola l’Istat, i nati sarebbero stati 494mila. I decessi sono 652mila: il saldo naturale è meno 296mila persone l’anno.
Il resto lo fa l’immigrazione. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5 milioni e 560mila, 188mila in più. Gli italiani sono 53 milioni e 383mila, 189mila in meno. Un nato su otto ha già cittadinanza straniera. Non serve nessun piano segreto: basta che una parte smetta di nascere e l’altra continui ad arrivare.
Trent’anni a casa dei genitori: il conto delle giovani coppie
Perché gli italiani non fanno più figli? La risposta più onesta comincia dal portafoglio. In Italia si esce dalla casa dei genitori a 30,1 anni: la media dell’Unione è 26,2, in Finlandia 21,4. Le ragazze italiane si staccano a 29 anni, i ragazzi quasi a 31. Un figlio arriva dopo la casa, e la casa arriva quando arriva.
Il motivo è misurabile. Tra il 1991 e il 2025 l’Italia è l’unica tra le grandi economie europee ad aver registrato un calo dei salari reali medi, meno 2,9% secondo Ocse ed Eurostat. Tutti gli altri sono cresciuti. Il Cnel conta 441mila partenze nette di giovani tra i 18 e i 34 anni dal 2011 al 2024: il 93% ha una laurea e l’83% tornerebbe per uno stipendio più alto.
Il risultato sociale è già scritto nelle statistiche familiari: le coppie con figli sono il 28,4% delle famiglie, quelle senza figli il 20,2%, la dimensione media è scesa da 2,6 a 2,2 componenti. I matrimoni sono 165mila, 8mila in meno in un anno, con quelli religiosi in caduta dell’11,7%.
Non tutti gli stranieri sono uguali: chi si mescola e chi no
Qui il discorso deve farsi preciso, perché l’incidenza del 12,5% pesa in modo diverso a seconda di chi la compone. Un bambino romeno, albanese o filippino cresce in una famiglia che lavora, si sposa fuori dalla comunità, parla italiano a casa. Altri no. I dati del Ministero del Lavoro lo dicono comunità per comunità.
Tasso di occupazione femminile: filippine 80%, cinesi 70%, ucraine 66%, moldave 63%. Poi il vuoto: egiziane 7,5%, pakistane tra il 4% e il 7%, bangladesi 5%. L’inattività delle donne pakistane sfiora il 90%, quella delle bangladesi l’87%. Queste donne non entrano nel mercato del lavoro, non entrano nei circuiti sociali italiani, e i loro figli arrivano alla scuola dell’infanzia senza aver mai sentito l’italiano in casa.
Lo conferma il mercato matrimoniale. Nel 2024 le donne italiane che hanno sposato uno straniero hanno scelto un marocchino nel 14,5% dei casi, un tunisino nell’8,6%, un albanese nel 7,4%. Sono comunità a maggioranza musulmana, e si mescolano. Egiziani, pakistani e bangladesi non compaiono nella graduatoria. La chiusura non è una questione di religione in astratto: è una questione di comunità concrete, con nomi e numeri.
Cinisello, Sesto, Piacenza: la geografia della chiusura
Ed è anche una questione di luoghi. Il 72% degli studenti egiziani d’Italia frequenta le scuole lombarde, insieme al 37,5% dei pakistani e al 36,1% degli indiani. A Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni gli egiziani sono il 35% di tutti gli alunni stranieri. A Monfalcone i bangladesi sono il 64,5%. A Prato i cinesi il 58%.
La scuola dell’infanzia è l’ordine più polarizzato d’Italia: un quarto delle scuole non ha nessun bambino straniero, quasi una su dieci ne ha più del 30%. A Piacenza l’incidenza nell’infanzia è del 29,6%, a Mantova del 26%, a Cremona del 25,3%. Nelle province lombarde le classi di primaria con oltre il 30% di stranieri sono il 24,1%, in Emilia-Romagna il 25%.
Il paradosso è nel nido. Il tasso di partecipazione dei bambini stranieri agli asili nido si ferma al 14,7%, meno della metà del 33,1% degli italiani. L’88,2% dei Comuni dà priorità ai figli di genitori occupati a tempo pieno. Il criterio è ragionevole per una famiglia italiana con due stipendi; per la famiglia con la madre a casa per obbligo culturale è una porta chiusa. Così il bambino che avrebbe più bisogno di sentire l’italiano a un anno lo sente per la prima volta a tre, in una classe dove un compagno su tre viene dallo stesso quartiere e dalla stessa lingua.
Una cultura che ha smesso di volere figli
Ma il caro-vita non spiega tutto, altrimenti le comunità povere non farebbero figli, e invece li fanno. C’è una parte del problema che riguarda cosa l’Italia ha deciso di considerare un valore. Il figlio è diventato un progetto da rimandare, un costo da ammortizzare, un’opzione tra le altre. Il materialismo ha sostituito la continuità: si vive per sé, nel presente, e il futuro è un problema di chi verrà.
Non è una lettura ideologica. È il risultato di cinquant’anni in cui la cultura dominante ha presentato la libertà come assenza di legami e la vita come scelta revocabile. La settimana scorsa questa testata lo ha scritto senza sconti nella lettera aperta a Giorgia Meloni sui funerali di Stato di Emma Bonino: le battaglie vinte da quella stagione hanno cambiato l’Italia, e il segno di quel cambiamento è in queste tabelle. Non è una questione di numeri delle interruzioni di gravidanza, che sono ai minimi storici. È una questione di cosa una Nazione insegna ai suoi giovani a desiderare.
Sessanta miliardi per le armi, uno per le culle
Se poi si guarda a cosa fa il potere pubblico, il quadro si completa. L’assegno unico eroga 19,7 miliardi l’anno, 173 euro medi per figlio: una misura vera, che va riconosciuta. Ma la Manovra 2026 ha destinato circa un miliardo di risorse nuove a famiglia e natalità. Un miliardo.
Nello stesso anno Bruxelles ha deciso un prestito da 90 miliardi all’Ucraina per il 2026 e il 2027, di cui l’Italia garantisce una quota vicina ai 11 miliardi in base alla sua partecipazione al bilancio dell’Unione. A questo si aggiungono i 50 miliardi dello strumento Ukraine Facility e i piani di riarmo europeo. Sopra tutto, l’impegno NATO al 5% del PIL: per l’Italia significa oltre sessanta miliardi l’anno aggiuntivi a regime rispetto a oggi.
Sessanta miliardi l’anno per la difesa, uno per chi vuole mettere al mondo un figlio. Non serve essere contro la difesa per vedere la sproporzione. Serve solo saper contare. Come questa testata ha già documentato analizzando il riarmo demografico francese e il congedo di nascita, persino Parigi ha capito che il primo esercito di una Nazione è la sua generazione successiva.
Cosa servirebbe davvero
I dati indicano tre cose che vengono prima di qualsiasi bonus. La prima è la casa: finché si esce dai genitori a trent’anni, i figli arrivano a trentacinque, quando ne arriva uno. La seconda è il salario: una Nazione che paga meno di trent’anni fa non può chiedere ai giovani di investire nel futuro. La terza è il fisco: un quoziente familiare che riconosca ogni figlio come ricchezza nazionale e non come detrazione.
Sul fronte dell’immigrazione la risposta non è contare quanti entrano, come questa testata ha spiegato quando persino il Financial Times ha ammesso che l’immigrazione di massa non conviene. È pretendere che chi arriva si mescoli: lavoro femminile, lingua, scuola dalla prima infanzia, senza eccezioni culturali. I numeri dicono che marocchini, albanesi, filippini lo fanno già. Gli altri vanno messi davanti alla stessa richiesta.
Il dibattito politico italiano sta iniziando a muoversi su questo terreno: il programma di Futuro Nazionale su natalità e famiglia propone di derogare al Patto di Stabilità per la spesa demografica, mettendola prima del riarmo. Si può discutere del merito. Ma la gerarchia delle priorità è quella giusta, e i 161mila bambini stranieri all’asilo, fermi da dieci anni mentre gli italiani spariscono, sono lì a ricordare che il tempo per discutere sta finendo.
Fonti
- Ministero dell’Istruzione e del Merito – Gli alunni con cittadinanza non italiana, a.s. 2022/2023
- Istat – Indicatori demografici, anno 2025
- Istat – Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, anno educativo 2023/2024
- Istat – Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, anno 2024
- Ministero del Lavoro – Le comunità migranti in Italia, Rapporti 2023
- Ministero del Lavoro – Rapporto comunità pakistana 2022
- Eurostat via Euronews – Età di uscita dalla casa dei genitori, 2024
- Cnel – Giovani expat, come farli tornare (2026)
- Inps – Osservatorio Assegno unico e universale
- Kiel Institute via Il Post – Aiuti italiani all’Ucraina 2022-2026
- Commissione europea – Solidarietà dell’UE con l’Ucraina, cronologia
- Istituto Superiore di Sanità – IVG in Italia, dati 2023

